Ragazzi dentro (hikikomori)

hikikomoriPubblicato su D inserto di Repubblica

n.469 del 1 ottobre 2005

SOCIETA’ Vivono chiusi in casa. Di giorno dormono e di notte navigano su Internet. Li chiamano hikikomori, cioè “ritirati”: ragazzi che protestano contro tutto, isolandosi. In Giappone sono più di 500 mila

di Femke Bijsma

Addio, mondo crudele: molti giovani giapponesi, se non la morte fisica, scelgono quella sociale. Lasciano la scuola, gli amici e qualunque attività o stimolo esterno, e si chiudono in casa, o per essere più precisi nella propria stanza, senza uscirne mai, per anni. Di giorno dormono; di notte usano il computer per navigare su Internet o per giocare (sono grandi roleplayer), leggere (soprattutto manga), guardare la televisione, consumare pornografia o semplicemente fissare il muro.

Si chiamano hikikomori, “ritirati”. Secondo lo psicologo Saito Tamaki, che ha coniato il termine, sono un milione, il 20 per cento degli adolescenti giapponesi di sesso maschile e l’1 per cento della popolazione totale. Stime del ministero della Salute sono più ottimiste: sarebbero 500 mila, sempre in prevalenza maschi, soprattutto adolescenti ma anche bambini e giovani adulti.

La principale causa del fenomeno, nato nella seconda metà degli anni Novanta, è la scuola nipponica, durissima, la cui influenza si fa sentire su ogni aspetto della vita. Le lezioni sono ultra impegnative, molti i compiti e le lezioni da preparare a casa, diffusa l’abitudine di seguire corsi extracurriculari, forte la competizione per essere ammessi agli istituti migliori – a volte fin dall’asilo – che diventa insostenibile con il passare degli anni.

A questo si aggiunge un dilagante bullismo: chi è sovrappeso, o soffre di acne, o da qualunque punto di vista è diverso dalla massa, viene perseguitato all’esasperazione. Non c’è da stupirsi se tutti gli studenti, anche giovanissimi, sono stressati. Alcuni non riescono proprio a reggere il ritmo. Così diventano hikikomori.

Reggimento terza B

Come studente in scambio, ho avuto modo di sperimentare personalmente il sistema scolastico giapponese. Per un anno ho frequentato la Sakurai High School, un istituto pubblico nella regione rurale di Nara. In Giappone la maggior parte delle scuole sono sorprendentemente simili. Di solito si trovano in vecchi e squallidi edifici, per lo più ex fabbriche, con un grande campo brullo e polveroso che funge da cortile.

È qui che al mattino si fa ginnastica, ci si mette in fila per entrare in classe, ci si sottopone al controllo dell’aspetto personale e si effettuano gli allenamenti di baseball. Il controllo dell’aspetto è un rituale quotidiano: gli insegnanti verificano che le divise degli studenti siano in buono stato. Ogni giorno qualcuno veniva bloccato e rimproverato, perché il nastro nei capelli era rosa anziché nero, o perché i calzettoni bianchi non erano sufficientemente lunghi, o non abbastanza lindi. Il crimine più frequente erano le ginocchia nude che facevano capolino sotto una gonna un po’ troppo arrotolata. C’erano poi i classici ragazzacci con i colletti slacciati: si affrettavano a sistemarli un attimo prima del controllo, per poi sbottonarli nuovamente una volta entrati in classe.

L’edificio era privo di qualsiasi comfort moderno. Ma era l’intero sistema scolastico a risultare decisamente spartano. Gli studenti venivano istruiti con metodi militareschi – dalla marcia al saluto – mentre le lezioni si limitavano a lunghi e noiosi monologhi di insegnanti autoritari, con poca voglia di interagire con gli allievi. Del resto che cosa si poteva pretendere, se ogni aula ospitava anche 45 ragazzi? La classe veniva considerata un gruppo, e come tale doveva comportarsi: era ovvio che lo spazio riservato all’espressione individuale venisse ridotto al minimo.

Ribelli tra quattro mura

Quando la scuola finisce, in realtà non è finita per niente: occupa l’intero tempo di un bambino giapponese. Difficilmente ha tempo libero per giocare, magari anche per annoiarsi o comunque fare quello che più gli piace. Dopo aver pulito le aule, passa al club o ai nozionistici centri del doposcuola, considerati complementi indispensabili; spesso a entrambi.

Le attività di club sono organizzate all’interno dell’istituto e vanno dalla radio al teatro, dal judo al baseball. Costituiscono una delle principali opportunità di socializzazione. La maggior parte dei college costringe gli studenti a rinunciarvi durante l’ultimo anno; in questo modo possono dedicare più tempo al doposcuola, necessario per prepararsi agli esami di ammissione alle università.

Secondo un rapporto del 2004 pubblicato dal ministero dell’Istruzione, il 39 per cento dei bambini delle scuole elementari pubbliche, il 75 dei ragazzi delle medie e il 38 degli adolescenti delle superiori frequentano il doposcuola. Alcuni, addirittura, dopo avere superato il corrispondente della nostra maturità, si prendono un anno libero, per studiare a fondo e poi dare l’assalto all’ateneo più prestigioso.

Tutto questo penare, però, spesso non dà i risultati sperati. Il mercato del lavoro giapponese è un’oggettiva difficoltà. Un rapporto pubblicato nel 2004 dal ministero della Sanità, del Lavoro e del Welfare ha rivelato che il tasso di disoccupazione fra i giovani è in drammatica ascesa (4,2 milioni) e che il numero dei lavoratori part-time (chiamati ironicamente free-timers, cioè “coloro che hanno tempo libero”), desiderosi però di un impiego fisso, è passato dal mezzo milione del 1985 a oltre due milioni.

Con questi dati allarmanti, è evidente che non è facile tenere alto il morale degli studenti. Dunque, i ragazzini hikikomori potrebbero essere considerati anche gli alfieri di una tacita ribellione contro un sistema di cui non vogliono far parte. Privati della libertà per così tanti anni, reclamano, per una volta, una gestione del tempo che tenga conto delle loro esigenze. Fino a scegliere di giocare per sempre.

Dal 1996 il ministero dell’Educazione ha ridotto da sei a cinque i giorni scolastici settimanali e il numero di materie quotidiane, avvicinandosi a un modello occidentale. Lo scorso anno, per la prima volta, il ministero della Sanità, del Lavoro e del Welfare ha emesso linee guida sull’hikikomori rivolte alle municipalità.

Il testo, che pone l’accento sulla necessità di fornire aiuti alla famiglie, è stato accolto molto positivamente dagli esperti del problema. Ma sono gocce nel mare: molti genitori lamentano l’indifferenza delle istituzioni rispetto al dramma hikikomori. A volte, poi, è anche difficile individuare una ragione specifica della “rinuncia al mondo”. Si ritiene che il fenomeno abbia profonde radici nella società e nella storia giapponesi, dove la musica e la poesia tradizionali celebrano la nobiltà della solitudine.

E le famiglie aspettano

Avere un figlio hikikomori è considerato, dalle famiglie, a dir poco imbarazzante. Nella società del Sol Levante l’educazione è affidata alla madre, che ha con i ragazzi un rapporto estremamente protettivo. La maggior parte degli adulti ha un atteggiamento passivo, sia nella fase iniziale – quando il ragazzo appare infelice, abbandona gli amici, diventa sempre più timido e insicuro – sia quando dice addio a tutto: i genitori in genere sopportano, sperando che il problema si risolva da sé. Anche quando il figlio, sfinito dalla rabbia e dal vuoto della sua esistenza, assume atteggiamenti aggressivi: non pochi aggrediscono i parenti, o passano le nottate a battere sulle pareti mentre loro cercano di dormire.

Le rarissime volte in cui escono, gli hikikomori possono rendersi protagonisti di episodi criminali. Nel 2000 un diciassettenne uccise una persona su un autobus. Un altro rapì e diede la morte a quattro ragazze, nel tentativo di ripetere le scene dei manga erotici che riempivano le sue nottate. La vergogna spinge spesso l’intero nucleo a vivere in una sorta di isolamento, nel tentativo di tenere nascosta la verità; il che può solo aggravare la situazione.

Meglio lo psicologo o il gruppo?

I disperati genitori degli hikikomori organizzano incontri e creano siti web per condividere le esperienze e aiutarsi reciprocamente. L’idea più condivisa è che la responsabilità sia proprio di madri e padri, e dell’eccessiva pressione esercitata sui figli perché studino. Il fatto che la maggior parte delle famiglie permetta ai ragazzi di rimanere chiusi in casa conferma la loro responsabilità.

In effetti, uno degli approcci è di supporto psicologico, per tutti i membri del nucleo. Sono sempre più diffusi i consulenti privati in materia di hikikomori, anche se molte famiglie fanno fatica a sostenere gli altissimi costi delle parcelle, non coperti dal servizio sanitario nazionale. Un secondo approccio considera il problema non tanto psicologico, ma relazionale. Ecco allora le comunità, dove il ragazzo, attraverso attività quotidiane, viene stimolato a riprendere contatto con il mondo. E, chissà, a tornare alla vita.

PICCOLO MONDO RECLUSO

In Giappone il fenomeno hikikomori – che si sta estendendo a Hong Kong, Sud Corea, Taiwan – è solo il più eclatante di una generazione problematica. Ci sono gli otaku, ovvero coloro che sono ossessionati dai manga (fumetti) e dagli anime (cartoni animati), fino a farne la sola ragione di vita. E i taijin kyofusho, affetti da una fobia sociale che li porta a evitare i contatti, per paura di ferire od offendere gli interlocutori.

Su Internet non si contano i fan di Nevada-tan, personaggio virtuale ispirato alla undicenne che, nel giugno 2004, uccise una compagna di scuola tagliandole la gola e le braccia. Ma i più numerosi sono sicuramente i parasite single: giovani che non lavorano né studiano, e si fanno mantenere dai genitori a tempo indeterminato. Molti li considerano il primo stadio del processo che porta a diventare hikikomori.

Neppure l’Occidente è immune, tutt’altro: i parasite single giapponesi sono parenti stretti degli inglesi Neet (Not currently engaged in employment, education and training), 16-18enni che rifiutano qualsiasi partecipazione alla società, e degli statunitensi twixter, 18-29enni che passano di partner in partner, di lavoretto in lavoretto con un’unica costante: dipendere dai genitori. Un po’ come fanno, del resto, tanti giovani italiani. A.R.

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