La Chiesa e l’immigrazione

immigratiIl Timone n.89 gennaio 2010

Il magistero non risolve i problemi politici ma aiuta ad affriontarli con un minimo di preparazione. Spunti di riflessione sul tema dell’immigrazione alla luce di alcuni documenti della Chiesa

di Marco Invernizzi

Frequentemente accade di assistere o di leggere polemiche pubbliche, anche fra cattolici, a proposito del tema dell’immigrazione. Il fedele rimane inevitabilmente sconcertato e carico di dubbi. Come fare per formarsi un’opinione non ideologica?

Come dovrebbe essere ovvio (ma non lo è), il cattolico dovrebbe andare a verificare che cosa il Magistero ha scritto sul tema, senza però avere la pretesa di volere ricavare dal Magistero ciò che quest’ultimo ha sempre affermato di non poter dare, ossia una soluzione politica o tecnica a problemi complessi, come appunto quello dell’immigrazione.

Lo scopo del Magistero, e della dottrina sociale della Chiesa in questo caso, consiste nel fornire elementi di riflessione e categorie morali che indicano alcuni criteri e princìpi inderogabili, affinchè chi deve assumersi la responsabilità di prendere una decisione abbia, come si dice, una “coscienza formata”.

Qualcuno potrebbe pensare che sono soltanto parole, quando invece si devono prendere delle decisioni, ma si potrebbe rispondere che le decisioni prese senza una formazione e una cultura adeguate alle spalle saranno quasi certamente decisioni sbagliate, comunque imprudenti.

Per esempio, nell’enciclica Caritas in ventate, Benedetto XVI afferma (n. 62) che l’emigrazione moderna è una questione epocale, che deve rispondere a diverse esigenze, quella delle famiglie emigranti così come quella delle società che ospitano, tenendo conto che l’emigrante non è una merce e che apporta comunque un contributo allo sviluppo del Paese ospitante.

Come minimo questa premessa aiuta ad assumere un atteggiamento di prudenza e di equilibrio, sapendo che si è di fronte a un problema grave. Un motivo in più per leggere quanto scrive in proposito il Catechismo della Chiesa Cattolica: «Le nazioni più ricche sono tenute ad accogliere, nella misura del possibile, lo straniero alla ricerca della sicurezza e delle risorse necessarie alla vita, che non gli è possibile trovare nel proprio paese di origine. I pubblici poteri avranno cura che venga rispettato il diritto naturale, che pone l’ospite sotto la protezione di coloro che lo accolgono. Le autorità politiche, in vista del bene comune, di cui sono responsabili, possono subordinare l’esercizio del diritto di immigrazione a diverse condizioni giuridiche, in particolare al rispetto dei doveri dei migranti nei confronti del paese che li accoglie. L’immigrato è tenuto a rispettare con riconoscenza il patrimonio materiale e spirituale del paese che lo ospita, ad obbedire alle sue leggi, a contribuire ai suoi oneri» (2241).

Le diverse esigenze

Come si può verificare, in queste righe sono contenute le diverse esigenze da salvaguardare e i principi irrinunciabili a proposito del tema immigrazione. Il Magistero, infatti, si preoccupa di affermare tre diritti fondamentali della persona:

1. Il diritto di emigrare per migliorare la propria condizione.

2. Il diritto dei Paesi ospitanti di regolare il flusso immigratorio nella prospettiva del bene comune.

3. Il diritto di non emigrare.

Si può facilmente notare, leggendo i testi del Magistero (che riporto nelle indicazioni bibliografiche), come la Chiesa abbia cominciato da molti decenni a occuparsi del fenomeno moderno degli spostamenti dei popoli e della figura particolare del migrante, per il quale ha predisposto una serie di attenzioni particolari e di organismi di natura pastorale per aiutare queste persone sia da un punto di vista materiale sia spirituale.

In particolare, la Chiesa ha sempre raccomandato ai migranti di coltivare le proprie radici e di curare l’integrazione nelle culture dei Paesi dove sono stati accolti. Il problema principale che abbiamo di fronte, però, consiste nel come coniugare una dottrina che esprime alcuni diritti naturali in una situazione storica contingente: in pratica, come conciliare il diritto di emigrare con quello dello Stato di regolare l’afflusso degli immigrati.

Le diverse competenze

La soluzione viene affidata alla prudenza del governante, che ha la grazia di stato per prendere la decisione giusta, anche se ovviamente può sbagliare. Ma il Magistero sul punto è sempre molto attento: la Chiesa ha una dottrina sulla guerra, come sull’emigrazione, come sulla costituzione di un governo, ma poi spetta a chi ha la responsabilità politica compiere la scelta e assumersene la responsabilità.

Se, per esempio, uno Stato motivasse il respingimento di profughi per motivi religiosi, o razziali, violerebbe un diritto universale; ma se lo Stato volesse regolamentare l’immigrazione favorendo coloro che per motivi religiosi o culturali ed etnici si potrebbero integrare più facilmente e con meno rischi per il bene comune, questo Stato sarebbe legittimato a farlo. Anzi, avrebbe forse il dovere di farlo, se questo può perseguire il bene della comunità.

Il problema dunque deve essere impostato ascoltando il Magistero (se è un cattolico a porsi questa domanda), ma poi studiando la storia, analizzando i dati statistici e lasciando decidere chi ha il dovere di farlo. E avendo cura di distinguere l’opportunità e il dovere missionario che il cristiano ha di fronte al migrante dal dovere dello Stato di garantire il bene della comunità, che potrebbe essere minacciata da un’immigrazione selvaggia. Ma quando è selvaggia un’immigrazione? Esiste un limite di ingressi oltre il quale è imprudente avventurarsi? Esistono immigrati problematici e altri meno o che si integrano facilmente?

Qui il discorso diventa culturale. È bene che i gruppi provenienti da una comune esperienza culturale la coltivino? La Chiesa non ha mai favorito, per esempio, la distruzione di culture, anche quando sono fondate su religioni non cristiane. La sua preoccupazione è stata sempre quella di integrare, purificando quanto nelle diverse culture vi è di inconciliabile con il diritto naturale e con il Vangelo. Sul versante politico, anche gli Imperi si muovevano con le stesse caratteristiche operative della Chiesa: integrare, armonizzare il particolare, non dividere e non contrapporre.

La Chiesa offre il Vangelo ai singoli e ai popoli, ma la conversione non significa mai un azzeramento culturale. Tuttavia non tutte le culture sono eguali ed egualmente integrabili. Uno Stato nazionale come quello italiano, sorto 150 anni fa appunto con l’estensione in tutta la penisola di un unico modello statale, cioè fondato su una maggioranza nazionale e che solo nel tempo ha concesso riconoscimenti e privilegi alle sue minoranze, può sopportare una immigrazione massiccia numericamente significativa di persone di cultura molto diversa, come è il caso dell’immigrazione islamica?

Può darsi che la lettura di questi documenti del Magistero lasci perplesso il lettore che cercasse soluzioni immediate a problemi di grande complessità, anche se il Magistero ha sempre detto di non essere suo compito risolvere. Ma non sarà una lettura inutile. Intanto, perché aiuterà a individuare e denunciare le soluzioni ideologiche del problema, quelle improntate al cosiddetto immigrazionismo così come le possibili derive dell’anti-immigrazionismo. E poi perché aiuterà a non prendere decisioni o a emettere giudizi senza aver sacrificato il tempo necessario per costruirsi un giudizio fondato.

Bibliografia

Pontificio Consiglio della Pastorale per i migranti e gli itineranti, Istruzione Erga migrantes caritas Christi, approvata da papa Giovanni Paolo II l’1 maggio 2004 e promulgata il 3 maggio successivo. Da questo documento si ricava che il Magistero di riferimento per l’età moderna è la Costituzione apostolica Exsul familia dell’1 agosto 1952, di papa Pio XII. Successivamente sul tema migratorio è intervenuto il Concilio Vaticano II con la Costituzione Gaudium et spes, in particolare nei nn. 65,66,63,84,87 (dove riconosce all’autorità civile il diritto di regolare il flusso migratorio). Quindi Paolo VI ha emanato il Motu proprio Pastoralis Migratorum cura il 15 agosto 1969 promulgando l’Istruzione della Congregazione dei vescovi De pastorali migratorum cura. Importante anche il Codice di diritto canonico (529,1)

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