La cura radicale

Ordine_mediciTempi 22 Giugno 2009

La strategia dei pannelliani per modificare la legge sul fine vita non passa per il parlamento, ma per l’ordine dei medici

di Benedetta Frigerio

«Questo qui non so come sia venuto fuori così», sono le parole di Valerio Brucoli, presidente della commissione di Bioetica dell’ordine di Milano, a commento dell’ultimo consiglio della Federazione nazionale dei medici (Fnomceo). Riunito il 12 e 13 giugno scorsi, per dibattere circa i contenuti da inserire nel Dat (dichiarazioni anticipata di trattamento di fine vita), si è concluso, per la prima volta, con una spaccatura interna all’ordine circa i contenuti da inserire nel codice deontologico.

Non è questa l’unica anomalia di un convegno che ha partorito un testo contrario al ddl Calabrò (ostile a considerare alimentazione e idratazione come oggetto di contrattazione anticipata tra medico e paziente). «Il testo – racconta Brucoli a Tempi – è lungo sette pagine e ci è stato consegnato solo qualche momento prima della votazione. Per scegliere si è dovuto perciò fare affidamento sulle parole di Antonio Bianco (presidente Fnomceo, ndr) dalle quali sembrava che alimentazione e idratazione non fossero contemplate quali oggetti del Dat».

La votazione, che ha visto schierarsi per il no 5 ordini (Milano, Lodi, Pavia, Bologna e Potenza), con 7 astensioni e 85 voti favorevoli, «è avvenuta per differenza a fine convegno. Il che significa che chi se ne era già andato è stato conteggiato tra i favorevoli al testo. Ho anche notato uno squilibrio maggiore verso le posizioni radicali, in dibattiti che dovrebbero essere per loro natura bipartisan».

Basta scorrere i nomi dei relatori dei congressi organizzati dopo il referendum 2005 sulla legge 40 per capire cosa intenda Brucoli: Livia Turco, prima ministro della Salute del Prodi, oggi senatore Pd; Ignazio Marino, senatore Pd; Sergio Fucci, consigliere della Corte d’appello di Milano, celebre frequentatore di panel a sostegno dell’autodeterminazione del paziente. Le prime comparse le hanno fatte nel luglio 2007 a Udine, durante il convegno sulle “Scelte di fine vita”. E i loro nomi appaiono anche sulle locandine di un incontro di ottobre, a Ferrara, dal titolo: “Etica e deontologia d’inizio vita”.

Simpatie molte progressiste

Il fronte progressista è andato formandosi successivamente all’elezione nel 2006 del presidente Fnomceo, Amedeo Bianco. «Tutti conoscono il passato politico e le amicizie di Bianco, cresciuto insieme alla Turco nella militanza della sinistra torinese», spiega a Tempi il presidente dell’ordine siciliano, Salvatore Amato. Lo stesso che lo scorso febbraio, in corsa per la presidenza della federazione, ne uscì sconfitto, «vista la difficoltà a tener testa a un candidato sostenuto da un sindacato potente come quello dei medici dirigenti (Anaao) ai cui vertici stanno, come noto, uomini che simpatizzano con gli ambienti progressisti».

Nel programma elettorale di Amato, ancora oggi consultabile sul sito della federazione, si legge: «Riteniamo che la professione medica sia isolata ed accerchiata, in una situazione di enorme difficoltà per cause esterne ad essa. A fronte dell’eccessiva invadenza della politica, delle invadenze di campo di altri profili professionali». Il presidente siciliano, nella federazione da anni, conferma che la svolta verso la politica e il mondo della giurisprudenza e dei consumatori è «roba nuova. Prima della battaglia sulla legge 40, ai convegni intervenivano medici, scienziati e studiosi di bioetica».

Mimmo Delle Foglie, ex vicedirettore di Avvenire, oggi portavoce di Scienza&Vita, conferma la non casualità dei fatti, certo che «l’invasione di campo viene dal cambio di strategia dei radicali: prima del lutto causato dal fallimento del referendum non capivano di usare uno strumento inadatto a imporre una prassi culturale e sociale». Se ne accorse fra i primi Emma Bonino che, dopo la sconfitta, invitò i suoi «a percorrere una nuova strada». La strada oggi è chiara ed «è diventata – prosegue Delle Foglie – quella di fare pressione sulla Corte costituzionale, entrando dai canali aperti dal dibattito medico».

Il motivo di una tale scelta viene ancora dalle dichiarazioni di Brucoli, convinto che «la medicina oggi è il fronte più semplice da cui entrare per far passare il principio di autodeterminazione, usando la metafora medico-paziente al centro dei dibattiti. Se questa relazione di fiducia viene trasformato in un contratto freddo e sterile di indipendenza reciproca, sarà in grado di fare giurisprudenza e di essere trasposto in altri campi, ad esempio a quello che riguarda il rapporto fra coniugi per mezzo dei cosiddetti contratti prematrimoniali. Con la conseguenza di ridurre la società a un insieme di individui soli e incapaci di fidarsi l’uno dell’altro».

Gli alleati del Partito democratico

«Ma se hanno potuto farlo – chiosa il portavoce di Scienza&Vita – è perché i radicali, come dimostra la presenza dei relatori ai convegni, hanno trovato alleati fortissimi nel Pd, che infatti sta diventando un grande partito radicale». Il connubio politico si evince anche dalla logica con cui i due partiti paiono muoversi.

I radicali hanno hanno imparato la teoria gramsciana delle casematte e, uscendo dal loro splendidio isolamento ideologico si sono sempre di più impegnati ad occupare cariche e poltrone importanti, soprattutto negli ambiti professionali, tanto è vero, nota Delle Foglie che «oggi è praticamente impossibile entrare alla Consulta se non sei anticattolico o cattolico adulto». La sinistra, invece, priva di un progetto ideale, ripete le parole d’ordine dei pannelliani, mandando così a benedire «tanti anni di lotte sociali».

Anche il fronte pro life deve fare ammenda

Sul fronte pro life, invece, nota Brucoli «c’è meno interesse da parte della classe politica a posizionare i propri uomini». Si spendono molte energie – e giustamente – per «spiegare che è ragionevole ritenere la vita un bene indisponibile» e si evita accuratamente lo scontro, preferendo la paziente costruzione di alleanze bipartisan allo scontro in campo aperto. D’altronde ognuno deve fare il proprio mestiere e non deve invadere i campi altrui».

Questo rispetto dei ruoli spiega, secondo Brucoli, perché il sottosegretario alla Salute, Eugenia Roccella, l’udc Rocco Buttiglione, invitati al convegno di Terni non si sono presentati. Conferma Delle Foglie, ma aggiunge una preoccupazione: «Se ognuno fa bene a occuparsi di quanto gli compete, c’è bisogno di una presenza maggiore e instancabile nel dimostrare l’universalità delle posizioni cattoliche.

Parlo soprattutto ai medici che non devono mai mancare a questi eventi, ai cattedratici e ai giuristi che spesso hanno paura di giocarsi nei loro ambiti». Non servono nuove o egemoniche strategie, è sufficiente chiedere a tutti di continuare a svolgere in coscienza il proprio mestiere, continuando a difendere «la vera natura della propria professione».

Dottore, non abbandoni la clinica

Macchinari sofisticati e tecniche raffinate sembrano promettere un futuro in cui il malato non avrà più bisogno del medico. Anche se le nuove tecnologie riuscissero a soppiantarlo, per qualcuno varrebbe comunque la pena continuare a coinvolgersi con il paziente. Lo spiega a Tempi Marco Bregni, presidente dell’associazione Medicina e Persona: «I malati chiedono più di una cura e di una prestazione impeccabili. La malattia mette a nudo i bisogni più profondi, esaltando anche l’umanità del medico». Affermarlo non coincide con il rifiuto di serivirsi dei contributi offerti dalla scienza, anzi.

A tal proposito Medicina e Persona organizza il convegno, “Sopravviverà la medicina all’abbandono della clinica?” (25-27 giugno, aula magna dell’università Statale di Milano), per addentrarsi sia nella dimensione della professione sia in quella delle tecnologie. «Aspetti che non si contraddicono ma la cui valorizzazione non può che avvenire contemporaneamente».

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