Il Papa prepara una frustata contro il profetismo ecopacifista

Giovanni Paolo II Articolo pubblicato su Il Foglio dei sabato 25 maggio

Di recente, forse sentendosi incoraggiato dall’invecchiare del pontefice, il “partito progressista” ha ripreso vigore. Ma Giovanni Paolo II – dopo la Dichiarazione Dominus Iesus, la quale ribadisce con forza l’ortodossia e confuta i tanti errori dottrinali in circolazione – negli ultimi mesi ha fatto dei passi che dicono la sua volontà di mettere al sicuro la Chiesa dalle confusioni e dalle deviazioni post-conciliari anche nella prassi e nella spiritualità quotidiana.

di Antonio Socci

Nonostante la sua sofferenza fisica, Giovanni Paolo II sta imprimendo in queste settimane alla Chiesa una svolta energica. Sono scelte che stanno passando quasi inosservate, ma che rappresentano un colpo di spugna sulla confusa ideologia “progressista” (in teologia, in politica, nella vita ecclesiale) che ha devastato la Chiesa del post-Concilio.

I problemi non sono sorti con il Concilio, ma con il dilagare delle interpretazioni “progressiste” del Concilio, che ne hanno stravolto il senso e le direttive. Già Paolo VI constatava amaramente che, anziché la sperata “giornata di sole”, erano arrivate le tenebre. Parlò nel 1974 di “coloro che tentano di abbattere la Chiesa dal di dentro”. E in un’altra occasione disse: “quello che mi colpisce è che all’interno del cattolicesimo sembra talvolta predominare un pensiero di tipo non-cattolico e può avvenire che questo pensiero diventi domani il più forte. Ma esso non rappresenterà mai il pensiero della Chiesa”.

Papa Wojtyla nel 1981 esprimeva la stessa consapevolezza drammatica: “si sono sparse a piene mani idee contrastanti con la Verità rivelata e da sempre insegnata; si sono propalate vere e proprie eresie, in campo dogmatico e morale, creando dubbi, confusioni, ribellioni; si è manomessa la Liturgia”.

Ma una provvidenziale virata di grande forza ha evitato alla bimillenaria barca di Pietro una crisi di portata immensa. Uno dei collaboratori decisivi del papa è stato il cardinale Joseph Ratzinger. Un noto storico della Chiesa – un pò giornalisticamente – ha visto la fine del post-concilio nel 1984, con l’uscita del libro intervista di Ratzinger, con Vittorio Messori, “Rapporto sulla fede” .

In quel volume il capo dell’ex S. Uffizio suonò la fine della ricreazione e dei deliri dottrinali e pastorali. Coincise con l¹uscita della sua celebre “Istruzione” sulla Teologia della liberazione, il documento con cui la Santa Sede bocciò quell’intossicazione marxista e rivoluzionaria che stava avvelenando la grande Chiesa latino-americana.

Di recente, forse sentendosi incoraggiato dall’invecchiare del pontefice, il “partito progressista” ha ripreso vigore. Ma Giovanni Paolo II – dopo la Dichiarazione Dominus Iesus, la quale ribadisce con forza l’ortodossia e confuta i tanti errori dottrinali in circolazione – negli ultimi mesi ha fatto dei passi che dicono la sua volontà di mettere al sicuro la Chiesa dalle confusioni e dalle deviazioni post-conciliari anche nella prassi e nella spiritualità quotidiana.

Il pericolo che minaccia il mondo cattolico è il profetismo sociale, una deriva utopica, una fissazione sociologica riciclata da sinistra che trasforma il cristianesimo in una banale e dolciastra ideologia solidarista-ecopacifista. Aridità immanentista che rischia di dimenticare la sostanza soprannaturale dell’esperienza cristiana.

Non a caso il Brasile -il primo paese cattolico del mondo, con 153 milioni di fedeli -registra numerosi abbandoni della Chiesa verso sette carismatiche dove il “desiderio di Dio” trova risposte fai-da-te, non solo new age. Mentre un certo mondo clericale brasiliano insegue i “compagni” di Porto Alegre e i convegni sulla globalizzazione, Gesù Cristo diventa uno sconosciuto.

Per questo nelle scorse settimane, uno dei più stretti collaboratori del Papa, il cardinal Re, ha ripetuto all’episcopato brasiliano che la missione della Chiesa è annunciare Gesù Cristo, non fare un’agenzia di studi sociopolitici. A molti è apparso come un deciso richiamo. Del resto anche il mondo cattolico italiano, come dimostra il G8 di Genova, dà segni di un analogo sbandamento.

Le ultime decisioni della Santa Sede sono un profondo richiamo a tutta la Chiesa ad abbandonare le derive sociologiche per tornare a Cristo, alla sua missione, alla sua vita. Innanzitutto la nuova edizione del Messale Romano, il libro più importante per tutti i sacerdoti e religiosi del pianeta che quotidianamente lì si alimentano. Il ritorno alla tradizione in questa edizione è evidente nel recupero dei tesori del Messale di Pio V, della memoria dei martiri, del culto dei Nomi di Gesù e di Maria. Tutti temi che al progressismo teologico danno l’orticaria.

C’è poi il Direttorio sulla religiosità popolare che valorizza le espressioni della tradizione laddove il “progressismo” liquidava il tutto come “superstizione”. Infine è uscito il “Motu proprio” sulla confessione, un intervento straordinario che deplora la sparizione di questo sacramento dalla pratica dei cristiani e boccia certi riti di “confessione collettiva” che piacciono ai progressisti. Il documento sottolinea il carattere personale dei sacramenti e spiega la profonda e salutare esperienza liberatoria che è il perdono personale di Gesù, la sua misericordia, per l’uomo moderno schiacciato dall’incapacità di fare i conti con la propria misteriosa interiorità e le proprie colpe.

Pare infine che sia in preparazione una enciclica sull’eucarestia. Stessa direzione, quella del grande inno “Jesus dulcis memoria”. Dopo questi passi forse sarà necessario anche un pronunciamento sulle questioni sociali e politiche analogo a quello degli anni Ottanta sulla Teologia della liberazione. Innanzitutto perché l’ideologia noglobal, che rischia di inghiottire tanti ingenui cattolici, non ha più il suo orizzonte filosofico in Marx, ma in autori piuttosto anarcosocialisti o nichilisti o neopagani poco conosciuti e perfino più pericolosi di Marx.

E poi per il senso teologico di questa insidia. Maurizio Blondet nel suo pamphlet “Noglobal” segnala la somiglianza “antropologica” fra gli attuali movimenti e le sette millenariste medievali, col loro fanatismo utopico, con l’ingenuo semplicismo credulone e le loro ossessioni apocalittiche. I giovani e soprattutto certi giovani cattolici appaiono a Blondet personalità vaghe, fluttuanti, facili all’arruolamento in tali armate del Bene pacifista.

Il fenomeno pone dunque un serio problema educativo, pastorale e teologico alla Chiesa. Si parla di un possibile pronunciamento di Roma. Se ci sarà, risulterà prezioso e illuminante come nel 1984.

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