Il progressismo cristiano. Errori e deviazioni (Parte 1)

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Padre Julio Meinville

Padre Julio Meinville

(il testo che segue è apparso per la prima volta in una serie di articoli pubblicati dalla rivista Relazioni, venendo poi dalla stessa pubblicati in un volumetto per i tipi delle edizioni Mediterranee, alla vigilia dell’ultima sessione del Concilio Vaticano II, senza indicazione di data ne’ luogo. La traduzione in italiano è stata rivista a fondo da Totus tuus network nel 2002 e 2003)

MONITUM

«Certe opere del P. Pietro Theilard de Chardin, comprese anche alcune postume, vengono pubblicate ed incontrano un favore tutt’altro che piccolo (affatto disdicevole). Indipendentemente dal dovuto giudizio in quanto attiene alle scienze positive, in materia di Filosofia e Teologia si vede chiaramente che le opere menzionate racchiudono tali ambiguità ed anche errori tanto gravi, che offendono la dottrina cattolica. Di conseguenza, gli Eccellentissimi e Reverendissimi Padri della Suprema Congregazione del Santo Ufficio esortano tutti gli Ordinari e i superiori di Istituti Religiosi, i Rettori di Seminari e i Direttori delle Università, a difendere gli spiriti, particolarmente dei giovani, dai pericoli delle opere di P. Theilard de Chardin e dei suoi discepoli».

Dato in Roma, nel Palazzo del Santo Ufficio, il 30 giugno 1962.

Sebastiano Masala, Notaio

PARTE I

GLI ERRORI DEL PROGRESSISMO CRISTIANO

Volendo analizzare le origini del “progressismo” nel mondo cattolico, non si può fare a meno di ricordare, anzitutto, che coloro che usano in maniera sistematica la parola progressismo sono i comunisti, perché per essi la storia si sviluppa in un processo dialettico che va dal peggio al meglio. Così, per esempio, per essi la società feudale si sviluppa in un processo dialettico verso la società borghese o liberale, la borghese verso quella socialista e questa, infine, verso quella comunista. Ciononostante, per progressismo si può anche intendere (in senso generale) il cammino della società verso condizioni e stadi più evoluti di sviluppo.

Tuttavia, noi, quando parliamo di progressismo, intendiamo alludere a quel fenomeno che si avverte oggi nella Chiesa e che recentemente è diventato di moda a causa di forzate interpretazioni del Concilio Ecumenico Vaticano II. La stampa mondiale ha diviso i Padri conciliari in due grandi correnti: una, quella degli innovatori e amici delle riforme, definiti progressisti; l’altra, dei Padri più preoccupati di conservare le legittime tradizioni, qualificati conservatori, reazionari e integralisti.

Nel parlare qui di progressismo, vogliamo anche alludere a un movimento che si può osservare oggi nella Chiesa e che sostiene dottrine e attitudini che devono essere considerate come errori deviazionisti, avvertendo però che non tutti coloro che si definiscono progressisti devono essere qualificati in questo senso censurabile. Infatti, ve ne sono alcuni che, non conoscendo in pieno il contenuto del termine progressismo così come è propagandato oggi, si definiscono progressisti, ma chiedono solo un progresso legittimo e necessario nella Chiesa.

Dobbiamo anche notare che, benché il teilhardismo sia una versione del progressismo, possono esistere e di fatto esistono, altre manifestazioni censurabili di progressismo.

Tutto ciò fa vedere come il progressismo, che oggi si diffonde, è un errore ambiguo, che può ammettere molte versioni, tendenze, deviazioni più o meno gravi, ma sempre di carattere ambiguo. Questa nebulosità l’ha segnalata Paolo VI, nel suo messaggio ai cattolici di Milano, indirizzato il 15 agosto 1963, nel quale dice: «Noi percepiamo che le ricchezze delle tradizioni religiose sono minacciate dalla diminuzione e dalla rovina; minacciate non solo dall’esterno ma anche dall’interno; nella coscienza del popolo si modifica e si dissolve la sana mentalità religiosa e la tradizionale fedeltà alla Chiesa, che sono il fondamento e la fonte di questa ricchezza. Il nostro timore è proporzionato al valore del patrimonio spirituale che abbiamo la responsabilità di amministrare. La fede di Sant’Ambrogio, l’eredità di San Carlo, lo sforzo apostolico degli ultimi Arcivescovi, appaiono compromessi, non tanto per l’usura naturale del tempo, quanto per un certo mutamento radicale e irresistibile che sostituisce alla concezione di vita del nostro popolo, altra concezione che non si può definire se non con il termine ambiguo di progressista; essa non è né cristiana né cattolica».

Il fenomeno progressista

Per caratterizzare il fenomeno progressista nella Chiesa, possiamo utilizzare gli articoli che la rivista Le Monde et la Vie pubblica nel suo numero di dicembre 1962, sotto il titolo “Dove va la Chiesa di Francia?“. Leggiamo a pag. 63: «Sul piano dottrinale, Papa Pio XII, il 13 luglio 1949, colpì con la scomunica i comunisti ed i loro complici. Tre mesi più tardi, Mounier, commentando questa condanna, avanzò l’ipotesi che fosse un grosso errore storico, il che permise di dire da parte di un degno Padre Cappellano ai suoi studenti, il 15 agosto 1958, in presenza del Vescovo di Nancy: i vostri maestri non sono né il Papa né i Vescovi, ma Emmanuel Mounier e Péguy. E’ evidente che Péguy era citato nella sua originaria e poi superata forma socialista e proletaria».

Queste tendenze progressiste sono espresse più chiaramente in una rivista cattolica, Témoignage Chrétien. L’11 marzo 1955, Mons. George Suffert scriveva che nel cuore dei cattolici vi sono oggi due Chiese: una Chiesa visibile, quasi del tutto decomposta, immersa nel capitalismo, che persegue una politica europea discutibile ed è condotta da vescovi di altra epoca ed invece una Chiesa ideale, formata da alcuni cristiani aperti, che rappresentano l’avvenire del cristianesimo, perché lottano gomito a gomito con il proletariato e auspicano, nel fondo del cuore, una Chiesa visibile più santa, più libera dai compromessi e dal denaro.

I sacerdoti della nuova ondata ecclesiastica non si curano, vi si dice, della talare, del rosario, di Lourdes, di Montmartre e della liturgia, si dispensano dal ministero oscuro e fecondo del catechismo, confessionale e dei sacramenti ai moribondi, ma sono solo interessati ad una certa azione politica iniziata dai preti operai. Questa azione politica è quella che ha strappato a un deputato SFIO della Creuse la seguente confessione, che esprime tutto il programma del clero progressista: «Io avevo un feudo socialista completamente tranquillo. I Padri della Souterraine (Sacerdoti della Missione di Francia) me lo hanno fatto perdere, favorendo la vittoria del comunismo in esso».

Nello stesso numero della rivista francese che stiamo esaminando, c’è una intervista con Padre Boyer. Padre Boyer è un sacerdote che prima fu prete operaio, poi si accostò al comunismo e più tardi ritornò nella Chiesa, ma non in una posizione progressista, anzi, al contrario, in una totalmente opposta. Oggi dirige Action Fatima e lotta strenuamente contro i teilhardisti.

Orbene, in questa intervista Padre Boyer dice: «i media progressisti della Chiesa danno poca importanza alla Messa individuale e quotidiana. Ritengono che sia la comunità a dover pregare e partecipare collettivamente alla Messa. Si è, inoltre, adottata la Messa detta in un quarto d’ora. Già Teilhard aveva semplificato la Messa. Diceva la Messa sopra il mondo: una Messa ben strana, senza altare, senz’ostia, senza vino, nella quale l’officiante offriva a Dio il mondo intero, tutto riunito. Certi gruppi, come quelli del Prado di Lione, sono andati più lontano: non insegnano alcunché sull’inferno, Satana e sul peccato ai giovani del Catechismo. Tutto ciò costituisce uno scisma morale, che diventerebbe senza dubbio effettivo se il Sant’Uffizio annullasse tutte queste riforme».

Si può facilmente spiegare come si diffonde questa intossicazione del progressismo. Padre Boyer avverte che, in Francia, «l’intossicazione comincia nell’Istituto Cattolico di Parigi; continua poi attraverso i Gesuiti e i Seminari, ed è filtrata, dosata, somministrata attraverso il veicolo delle licenze e dei dottorati. I Seminari inviano i loro migliori allievi all’Istituto Cattolico. In seguito si dice ai neofiti: noialtri non possiamo dire quel che si dice al popolo volgare sinchè non si sia entrati nei grandi segreti. Poi, un giorno, verrà un Concilio e legalizzerà tutto ciò. Frattanto, l’iniziato è divenuto curato di Parrocchia, Direttore di Seminario, Vescovo o che so io. In quest’opera i Gesuiti formano un blocco con Teilhard. Tutto si compie, giova ripeterlo, con una assoluta discrezione che non si può descrivere in un articolo. Concedo che questi giovani credono di agire per il meglio, al pari della maggioranza dei loro professori; tuttavia la purezza delle intenzioni non giustifica l’errore».

Alcuni errori e deviazioni dei progressismo cristiano

E’ molto difficile definire con precisione gli errori e le deviazioni in cui incorre il progressismo cristiano in quasi tutti gli aspetti della dottrina e della vita religiosa. Alcuni incorrono in determinati errori o deviazioni; altri in errori diversi da quelli. L’elencazione che qui facciamo non è completa né è fatta per tutti quelli che si dicono progressisti.

In primo luogo, si va affermando nei progressisti, soprattutto tra seminaristi e sacerdoti, un disprezzo marcatissimo per la filosofia e la teologia di San Tommaso, mentre è noto che per la Chiesa San Tommaso d’Aquino è il primo Dottore che ha effettuato una sintesi sinora insuperata degli insegnamenti cristiani e che li ha esposti in un corpo dottrinale formante una sola architettura. Di conseguenza, i chierici progressisti disprezzano la filosofia e la teologia tomista, ritenendo che essa dipenda da una scienza arcaica e superata definitivamente. E siccome questa scienza è ritenuta da essi scaduta, la metafisica e la teologia dì San Tommaso viene abbandonata.

Non è tuttavia difficile individuare altri errori dei progressisti. La metafisica e la teologia sono indipendenti dalla scienza sperimentale della quale si serviva San Tommaso, per il quale l’importante, in metafisica e teologia, è la formulazione dei primi principi della realtà e dell’essere. Censurare San Tommaso significa censurare la filosofia dell’essere e cadere di conseguenza in una errata interpretazione filosofica dell’idea, della vita, del divenire, dell’esistenza. Per questa strada è impossibile raggiungere l’essere e porre in contatto razionale l’uomo con Dio, suo Creatore. Così facendo l’uomo chiude il cammino della sua intelligenza verso Dio e si rende incapace di edificare una teologia che rispetti i fondamenti naturali e razionali, sopra i quali bisogna basare, poi, la Rivelazione e la teologia.

Così, nei progressisti dei quali stiamo ora parlando, con il pretesto di dover prendere contatto con le fonti, vi è logicamente una tendenza a rivedere anche i trattati della teologia scolastica e tomista per privilegiare in modo esclusivo la Bibbia e l’insegnamento dei Padri. Questo orientamento potrebbe anche essere buono, se fosse meno intransigente e non negasse il progresso legittimo che è stato operato con le grandi disquisizioni e i trattati dei dottori successivi. Ma il fatto è che essa mira ad una teologia puramente biblica e patristica, che per giunta ignora sistematicamente il Magistero.

Questa tendenza è tanto più pericolosa e si converte in fonte di innumerevoli errori, se teniamo presente che oggi la Bibbia è sottoposta a un bombardamento critico demolitore da parte del nuovo razionalismo. Vi sono esegeti, come per esempio Rodolfo Bultmann, che sono impegnati a smitizzare, come essi dicono, il kerygma cristiano. In questo modo la parola divina della Scrittura è ridotta a ben poco, con il pretesto che tutto è mito, inclusa la Risurrezione del Signore. A questo proposito è utile sapere che oggi alcuni biblisti cattolici ridiscutono, per esempio, l’infanzia del Vangelo di San Luca e dicono che il Magnificat non è un cantico pronunciato dalla Vergine. Per questa via si apre la porta alla distruzione totale dell’Antico e del Nuovo Testamento delle Sacre Scritture.

Ridimensionata la teologia di San Tommaso, raccomandata insistentemente dal Magistero della Chiesa, si tende ad inventare nuove teologie, appoggiate su false filosofie, come per esempio lo storicismo, l’evoluzionismo e l’esistenzialismo, nonostante che Pio XII abbia condannato, nella Humani Generis, tutte queste tendenze pericolose della nuova teologia.

Ma, ovviamente, il progressismo non fa certo caso agli avvertimenti dei Papi.

Infatti, un’altra grave deviazione del progressismo è il ridimensionamento e la diminuzione dell’autorità del Papa e della Curia romana, stravolgendo così anche il magistero ordinario della Chiesa. A questo punto i progressisti formulano le asserzioni più pittoresche. Per essi, quando muore un Papa, perdono di valore tutte le verità da lui dettate. Questo errore è tanto più grave in quanto è risaputo che alcuni insegnamenti dei Papi, anche se non definiti in modo solenne, sono connessi alla verità della Rivelazione e dell’ordine filosofico naturale ed assumono un valore permanente. E’ proprio per questo che i Papi, nei loro documenti, invocano le dottrine del Magistero dei predecessori.

La campagna di disprezzo del Magistero della Chiesa è contemporaneamente accompagnata da un’altra contro le persone dei venerandi Pontefici, come per esempio Pio XII. Non si perdona a questo Papa la promulgazione, nel 1950, della Humani Generis contro le deviazioni della nuova teologia; né tampoco gli si perdona di avere condannato il movimento dei preti operai, di aver posto fine agli eccessi di alcuni teologi o di aver canonizzato San Pio X.

Alcuni progressisti, soprattutto in Francia, presentano una immagine della Chiesa come se il suo centro, che è Roma, avesse per funzione di frenare, mentre la periferia sarebbe dinamica e spinta dallo Spirito. La mano romana che frena, si dice, è retrograda e sterilizzante, mentre il motore della periferia dà prova di intelligenza e di audacia apostolica.

I progressisti, spinti da un falso ecumenismo, osano addirittura sminuire i privilegi della Vergine e si oppongono, ad esempio, che le siano pubblicamente riconosciuti o che lei sia chiamata mediatrice di tutte le Grazie.

Rinnovando, poi, gli errori del pelagianismo, stanno giungendo addirittura a negare o oscurare la nozione di peccato e di inferno. Basandosi su tesi di psicoanalisi e della psicologia profonda, arrivano a negare la malizia e la responsabilità del peccato, soprattutto dei peccati sessuali.

Per quanto attiene alla vita spirituale, nei progressisti si assiste all’impegno di sopprimere lo sforzo degli atti e delle pratiche individuali a beneficio di una pietà esclusivamente comunitaria. Essi sogliono incorrere soprattutto nell’errore di un liturgismo comunitario esagerato.

Bisognerebbe, infine, segnalare anche gli errori e le deviazioni di un personalismo pericoloso che tende a formulare la tesi della libertà religiosa come quella di un diritto alla professione pubblica di qualunque errore e che elabora tutta una morale individualista o della situazione.

L’errore fondamentale dei progressismo

Tuttavia, nessuno degli errori elencati è quello più caratteristico del progressismo moderno. L’errore fondamentale del progressismo consiste nel negare la necessità di un ordine sociale cristiano o quello che il Magistero pontificio chiama, dai giorni di Leone XIII sino al Pontefice regnante, la civiltà cristiana o città cattolica. Infatti, i progressisti negano che vi sia stata o, altri, che vi possa essere, una civiltà cristiana, un ordine sociale pubblico cristiano. A Parigi si è arrivati ad affermare – in trasmissioni radiofoniche – che tale concetto non esiste nel Magistero della Chiesa, quando è noto che vi sono almeno 50 documenti che fanno esplicito riferimento alla civiltà cristiana. Ciononostante, i progressisti definiscono nazional-cattolicesimo l’intento di dare vita ad una civiltà cattolica.

Respingendo la civiltà cristiana, essi respingono i diritti della Regalità di Cristo sull’ordine temporale e la vita pubblica, vale a dire sulla famiglia, i gruppi sociali, i sindacati, le industrie, le nazioni e il mondo internazionale. E’ dalla Regalità di Cristo che deriva il diritto di tendere ad uniformare per quanto possibile l’ordine temporale e la legislazione all’insegnamento cristiano. Il progressismo respinge l’ordine sociale pubblico cristiano e lo taccia di cattolicesimo costantiniano, gregoriano, sociologico, allo scopo di presentarlo in una veste odiosa.

Non mancano nemmeno sacerdoti, come il Liégé, i quali affermano che lavorare per l’ordine sociale cristiano, per la civilizzazione cristiana, è fare opera massimamente negativa e nefasta quanto il comunismo. Al contrario, è il respingere la necessità di operare per l’edificazione di un ordine sociale cristiano, per la civilizzazione cristiana, che è fare opera massimamente negativa e nefasta quanto il comunismo.

Respingendo la necessità di lavorare all’edificazione di un ordine sociale cristiano, i progressisti sono costretti ad accettare la civiltà laicista, liberale, socialista o comunista, della modernità. Qui è radicato il vero errore e la deviazione del progressismo cristiano, che consiste nel cercare l’alleanza della Chiesa con il mondo moderno.

Nel parlare di mondo moderno, non intendiamo riferirci al tempo, ma alludere alla natura della società moderna e soprattutto allo spirito di questa società. La società moderna, che comincia con il Rinascimento e continua con il naturalismo, il liberalismo, il socialismo ed il comunismo, è una società che tende a rifiutare Dio e a fare dell’uomo un dio, che con il suo sforzo creatore può ottenere il suo destino e la sua felicità. Per un tale uomo l’umanesimo – che comincia nel Rinascimento -, si completa con il comunismo, vale a dire con la fase in cui l’uomo si trasforma in creatore esclusivo del suo stesso destino: non solo non ha bisogno di Dio, – anzi, Dio lo disturba e lo molesta -, ma addirittura il credere in Dio è anti umano perché non lo induce a fondare solo su se stesso lo sforzo della sua opera creatrice. Per lui, come per Marx, la religione è una alienazione che sminuisce l’uomo.

Questa pericolosa alleanza della Chiesa con il mondo moderno, promossa dal cristianesimo progressista, induce a definire scienze supreme la psicologia e la sociologia; la psicologia, perché analizza e guida i condizionamenti interni dell’uomo; la sociologia, perché guida e conduce i condizionamenti esterni. L’uomo, così allontanato dall’ordine sociale cristiano, lavora nell’ordine laicista della psicologia, sotto l’influenza di Freud e nella sociologia, sotto l’influenza di Marx.

Il cristianesimo progressista, soprattutto oggi, tende ad unire comunismo e cristianesimo e perciò esso incorre in gravi errori e deviazioni. In primo luogo, nel considerare comunismo e marxismo come fossero un vero “umanesimo”, con valori positivi che debbono essere salvaguardati. E’ chiaro che per sostenere una affermazione tanto peregrina, bisogna disarticolare il marxismo e il comunismo e con ciò negare il suo carattere unitario, che si manifesta soprattutto nella dialettica.

Il marxismo è un materialismo dialettico, che fa dell’uomo un puro lavoratore, inteso come operatore del cambiamento, il cui valore va misurato in base alla sua efficacia nel far progredire la dialettica nella storia, nell’operare per il cambiamento fine a se stesso. L’uomo marxista è un essere degradato, al quale è stata sottratta la sua dignità divina, la sua dignità umana e finanche la sua dignità animale, per trasformarlo in un semplice ingranaggio della dialettica e della storia. E’ assurdo definire umano quello che rappresenta la degradazione dell’uomo.

Il cristianesimo progressista è impegnato anche a giustificare il comunismo nel suo rifiuto fondamentale del capitalismo. Di fronte alla dialettica capitalismo-comunismo, borghese-proletario e al rifiuto del capitalismo, considerato come il principale nemico, il cristiano progressista si vede obbligato ad accettare il comunismo. Ma questa dialettica è falsa, propria di una società che pone al primo posto i valori economici, mentre prima di questi vi sono i valori politici, culturali e religiosi.

Un teologo è arrivato a sostenere che è possibile “sostituire le strutture economiche fondate sul profitto come motore dell’attività economica“. Ma sopprimere il profitto significa eliminare il capitale privato ed edificare il collettivismo.

Inoltre, il cristiano progressista si fa una idea errata del “senso della storia”, come se questo imponesse di incamminarsi inesorabilmente verso il comunismo, con il quale si dovrebbe perciò essere già scesi a patti. Tuttavia, benché il comunismo – come domani l’Anticristo – si sia imposto nella storia, non è detto che perciò debba essere accettato. Al contrario, bisogna combatterlo perché trionfi solo il Regno del Signore. Come agirono perversamente i cattolici “alla Lamennais”, che nel secolo scorso abbracciarono il liberalismo, oggi i cattolici progressisti mescolano cattolicesimo con comunismo.

Al di sotto di questo errore progressista – che pretende di unire cristianesimo e comunismo – esiste un altro errore più diffuso, che consiste nell’alleare il mondo moderno – inteso nel significato già illustrato di laicista e ateo – con la Chiesa. Si tratta di una tesi così condannata dalla proposizione 80 del Sillabo: “Il Romano Pontefice può e deve riconciliarsi e transigere con il progresso, il liberalismo e la civilizzazione moderna“.

Se la civiltà moderna comporta l’autonomia assoluta dell’uomo di fronte a Dio, è certo chiaro che la Chiesa non può riconciliarsi con essa. Non si creda che questa dottrina appartenga ad un passato che ha perduto ogni valore. Al contrario, è un insegnamento costante da Pio IX a Giovanni XXIII. In effetti, quest’ultimo Papa, in un documento importante come la Mater et Magistra, arriva ad affermare che la “Chiesa si trova oggi innanzi a questo pesante compito: rendere la civiltà moderna conforme a un ordine veramente umano e ai principi del Vangelo“. Il che significa che nell’opinione di Giovanni XXIII, la civiltà moderna non è conforme ad un ordine umano né ai principi del Vangelo. Questo stesso concetto aveva adombrato Pio XII, quando segnalava che “è tutto un mondo da rifare dalle sue fondamenta: da selvaggio, farlo umano; da umano, farlo divino, secondo il cuore di Dio“. Già lo stesso Pio XII, parlando agli assistenti della Gioventù Cattolica, l’8 settembre 1953, li esortava a sentirsi “mobilitati per la lotta contro un mondo tanto inumano perché anticristiano“.

Queste prese di posizione di fronte alla civiltà moderna, esigono da noi una formulazione dei principi basilari di una Teologia della Storia, per giudicare la stessa civiltà. La civiltà moderna, che si sviluppa dal Rinascimento ad oggi, in un processo continuo di sempre maggiore materialismo – dal naturalismo al comunismo – comporta un progresso dell’uomo in quanto uomo o piuttosto un regresso ed una degradazione? E’ questo che è da stabilire.

PARTE II

LE FALSE BASI DEL PROGRESSISMO CRISTIANO

A fondamento di certi errori e deviazioni del progressismo cristiano, vi è soprattutto la convinzione che sia indispensabile provocare una alleanza fra il cristianesimo e la civiltà moderna. Questo atteggiamento ha ieri indotto il progressismo ad allearsi con il liberalismo e oggi con il comunismo. Alla base di tutto ciò vi è un errore fondamentale, che consiste nell’attribuire una direzione necessariamente progressiva al corso della storia e soprattutto alla storia moderna, che si è articolata dal Rinascimento ai giorni nostri.

La verità è che sono false le filosofie che attribuiscono alla storia un progresso necessario; così, per esempio, Turgot e Condorcet nel secolo XVIII, Hegel nella sua famosa “Dialettica”, Marx che adotta la suddetta dialettica e la applica alla società per annunciare l’avvento inesorabile della società senza classi. Anche Comte attribuisce un progresso necessario alla storia, che si svolgerebbe da una tappa religiosa a una metafisica, per poi giungere a quella del positivismo.

Quanto detto non vuole sollevare la questione se la civiltà moderna sia un progresso o un regresso, un perfezionamento o una degradazione dell’uomo. E’ chiaro che nella storia moderna, dal Rinascimento fino ai nostri giorni, vi è un progresso reale in certi aspetti dell’uomo. Soprattutto, vi è un progresso innegabile nel campo delle scienze positive e nell’applicazione di queste scienze alle tecniche industriali di produzione di beni e servizi. Vi è, senza dubbio, un progresso immenso, straordinario, della tecnologia.

Si può anche rintracciare un progresso nella coscienza della libertà che l’uomo ha di fronte a certi timori e ingiustizie. Dico progresso nella coscienza, non progresso effettivo, come specificheremo più avanti. Tuttavia il problema che si pone è se sussista veramente un progresso nell’aspetto fondamentale dell’uomo, vale a dire in quello che rende l’uomo più umano, più buono, migliore, oppure nella sua vita morale per la quale l’uomo si avvicina a Dio.

Questo avvicinamento a Dio, principio e fine dell’uomo, rappresenta il vero progresso, in quanto, essendo l’uomo di ciò partecipe, non può progredire nella sua sostanza se non nella misura in cui partecipa più fortemente dell’essere di Dio. Ciò premesso, affermiamo che non vi è progresso nell’uomo della civiltà moderna ma che, al contrario, vi è una degradazione dei valori che raggiunge il livello più bassi di tutta la storia umana.

I quattro valori di una civiltà normale

Per esaminare tale questione, bisogna partire dal concetto che tutta la civiltà è manifestazione della realtà umana nell’azione della Provvidenza attuale, in quanto l’uomo è stato redento da Cristo. Ciò premesso, in un uomo normale, si possono individuare quattro aspetti fondamentali: l’uomo è una cosa, è un essere sensibile, è un essere intelligente, è un essere soprannaturale. Queste quattro dimensioni dell’uomo sono collegate fra di loro da una gerarchia, nella quale l’inferiore è al servizio del superiore e a sua volta il superiore serve l’inferiore. Così, l’uomo è un essere fisico-chimico per sentire, sente per pensare, pensa per ragionare.

Queste quattro dimensioni umane hanno una manifestazione anche nei gruppi sociali di una civiltà. Per esempio, ad una determinata dimensione corrispondono uomini naturalmente più attenti alla produzione di beni economici. Vi sono poi gruppi più portati a livelli più alti della vita economica. Ancora, altri sono più sensibili ad attività culturali, filosofiche, militari, politiche, che hanno per compito di assicurare la difesa, sopravvivenza e la convivenza nella vita civile. Infine, v’è il sacerdozio, che ha per missione di assicurare la vita soprannaturale alla quale è destinato l’uomo nell’attuale Provvidenza.

Ebbene, una civiltà normale deve far convivere questi quattro valori con corrispondenti tipi umani, in una gerarchia di valori che è anche una gerarchia di servizi. Tutti devono servire gli altri, ognuno nel modo proprio. Per questo, il Sommo Pontefice, che è collocato al vertice di tutti i valori, è detto Servo dei servi, appunto perché sta lì per servire tutti gli uomini.

Nella storia esiste un secolo – il XIII – durante il quale questa civiltà “normale” si è realizzata, pur nell’imperfezione delle cose umane. Per questo la civiltà di tale secolo produsse una filosofia altissima in San Tommaso d’Aquino, una politica ammirevole nei Re Santi, e nello stesso tempo un’arte meravigliosa, quella degli artisti Santi.

Oltre a ciò, vi furono in quel secolo opere – le cattedrali, i castelli, la filosofia, la poesia -, che ci aiutano a comprendere la grande civiltà di quel tempo. Non si tratta qui di fare l’apologia del Medioevo, né tanto meno di cercare di tornare a quelle epoche, già passate. Si tratta soltanto di contemplare come si svolgeva la vita di tutti i gruppi di uomini in quella società.

In essa, le eventuali difficoltà erano principalmente dovute non a ingiustizie – dato che nello stesso periodo si andava delineando un miglioramento nelle relazioni umane, che consentiva il passaggio dalla schiavitù alla servitù e da questa alla piena libertà -, ma soprattutto alle deficienze della tecnologia. L’uomo non aveva ancora inventato i mezzi per assicurare l’energia – come il vapore, il gas, l’elettricità, l’atomica – che muove quasi tutto l’apparato produttivo, senza esigere la sottomissione dell’individuo all’energia stessa.

Per questo motivo la vita di tutti – non solo quella dei gruppi economici e produttivi – era dura, anche se molto meno di quanto si crede, perché bisogna riconoscere che nella loro esistenza v’era un progresso reale e soprattutto una preoccupazione dei teologi di assicurare il giusto rapporto e misura in tutte le transazioni umane.

Quel che importa, comunque, è sottolineare che in quel secolo fu realizzata una civiltà normale, poiché ciascuno occupava il posto giusto per lui, nel riconoscimento comune e legislativo di quei valori umani che non debbono mancare in una civiltà.

Le tre grandi rivoluzioni

Con il Rinascimento hanno inizio una serie di rivoluzioni nella vita civile, durante le quali una dimensione inferiore si ribella a quella superiore. Sia nel Rinascimento che nella Riforma Protestante, il puramente umano, il puramente razionale, il puramente naturale si sollevano contro l’ambito supremo, rappresentato dal sacerdozio. Vediamo allora che Filippo il Bello, nel secolo XIII, si ribella contro Bonifacio VIII, preparando in qualche modo il disconoscimento del protestantesimo verso la supremazia della Cattedra Romana.

Ha inizio così una civiltà posta non già sotto il segno dei valori cristiani, ma sotto quello dei valori puramente naturali. Si tratta di una civiltà umanista, naturalista, razionalista, nella quale il valore supremo è assunto da gruppi che rappresentano ambiti puramente culturali, come gli umanisti ed i politici. E’ l’assolutismo dei monarchi e l’imperio del razionalismo filosofico.

Questa civiltà investe i secoli XV, XVI, XVII e XVIII, ma nel contempo cammina verso la sua rovina e ciò per una ragione assai importante. Negando il valore soprannaturale che nella Provvidenza attuale assicura l’integrità dell’uomo naturale, tale integrità diviene impossibile: ed infatti il razionalismo non è altro che la via per sostituire la ragione, l’assolutismo va a sostituire i monarchi, il naturalismo prende il posto della natura e, ancora il naturalismo, è via per la sostituzione dell’umano. Così, inevitabilmente, il razionalismo termina con il suicidio della ragione in Kant e Nietzsche, l’assolutismo nel patibolo di Luigi XVI, il naturalismo nel materialismo del secolo XIX, l’umanesimo con l’homo economicus della borghesia e con la vita animale del positivismo e di Darwin.

La prima rivoluzione, quella della Riforma contro il sacerdozio, porta alla seconda, quella contro la vita politica, filosofica e umana costituita dalla Rivoluzione francese. La Rivoluzione francese è, in sostanza, la sostituzione dell’assolutismo con la democrazia senza valori dei massoni, l’abbandono dei corpi intermedi a favore dell’onnipotenza (per ora solo teorica) dello Stato, della nobiltà con la borghesia, dell’umano con l’infraumano, del razionale con il razionalistico, del classico con il romantico. Con la rivoluzione francese comincia un mondo borghese, animale, stupido e positivista. L’homo naturalis è abbandonato mentre l’homo animalis prende il suo posto e responsabilità. Da qui verrà il materialismo del secolo XIX.

La Rivoluzione francese fa strada al secolo XIX, che è il secolo del primato dell’economia, del capitalismo senza regole e della colossale espansione industriale, commerciale e finanziaria. Tuttavia, il fatto che esso sia il secolo dell’economia non implica che gli uomini raggiungano il benessere economico. Infatti, l’economia del capitalismo sfrenato è inevitabilmente invertita; in essa si consuma per produrre di più, si produce di più per accrescere le vendere, si vende di più per aumentare i guadagni, mentre l’ordine naturale esige che le finanze e il commercio siano al servizio della produzione e questa al servizio del consumo, ed entrambi dell’economia, la quale, a sua volta, deve essere al servizio della politica, questa dell’uomo e l’uomo al servizio di Dio.

Questa economia così capovolta è implacabilmente funesta e ha fine nella tremenda catastrofe contemporanea alla quale assistiamo: un immenso apparato produttivo che sfrutta le ricchezze del mondo e dell’umanità, i due terzi della quale continua a patire per la mancanza di tetto, di riparo e di fame. Così come nell’era dell’assolutismo politico i popoli soffrivano gli abusi dei monarchi assoluti, oggi, nell’era dell’economia senza morale, sono sottoposti al gioco dei magnati della ricchezza.

La rivoluzione francese, che diede il primato alla borghesia, mosse poi inesorabilmente verso la terza rivoluzione, la rivoluzione socialista, nella quale il proletariato – marxisticamente inteso come il motore del cambiamento della materia -, impegna la totalità della vita civile. Nella terza rivoluzione, che è quella socialista, il proletario dovrà sostituire il proprietario, il politico, e il sacerdote: il proprietario con il ripudio della proprietà privata e riducendo tutti alla miseria; il politico con il respingere i governi stabili al servizio del bene comune; il sacerdote per erigere a sistema l’ateismo militante.

Il comunismo, specializzazione di una forma di socialismo, esteso oggi su gran parte del globo, indica l’ultima delle rivoluzioni sociali possibili in questo secolo. Dopo di esso non è possibile altro che il caos dei valori umani. Il comunista è un uomo privo del suo aspetto soprannaturale di figlio di Dio, della sua figura naturale di uomo, della sua forma di animale sensibile. Il comunista si trasforma in una cosa: una vite, un ingranaggio della enorme macchina che è il partito dei proletari.

Che cosa si può pensare di un uomo che è stato privato di queste tre dimensioni? Si può pensare una sola cosa e cioè che vive senza scopo. Così il comunismo è, in definitiva, la deificazione della realtà che tende al nulla. Qual’è la realtà che tende al nulla e che è nulla per la sua pura potenzialità? E’ la materia prima di Aristotele, quella materia che di per se stessa non è né essenza, né qualità, né quantità, né alcuna altra cosa per cui l’essere viene determinato.

Perciò il comunismo è necessariamente materialista e tende al nulla, al puramente informale, ad essere null’altro che la potente mano del cambiamento, della rivoluzione permanente, della dittatura del proletariato. Questa potenza colossale afferra l’uomo e lo converte in ingranaggio di una macchina altrettanto colossale.

L’uomo, l’uomo individuale, perde la sua condizione di figlio di Dio, fatto a immagine di Dio e per contemplare Dio; perde la sua condizione naturale di signore e dominatore della natura; perde anche la sua condizione animale, fatta per godere dei piaceri sensibili; l’uomo è una pura cosa utile, che si usa o si manovra a seconda delle esigenze del colossale ingranaggio dialettico: l’uomo ha perduto il suo destino.

Si consideri poi che l’era del socialismo raggiunge il suo punto più acuto come logica conclusione di quel processo che cominciò nella riforma protestante, contro la funzione di ponte tra Dio e l’uomo svolta dalla Chiesa. Da principio ci si sollevò contro la Chiesa con il protestantesimo; quindi si rivolse contro Gesù Cristo con il deismo prima e il razionalismo poi; oggi la lotta è rivolta direttamente contro Dio, con l’ateismo militante. Perciò il socialismo deve essere necessariamente ateo. Così lo spiega Marx, individuando nella religione una frustrazione dell’uomo.

Per il comunismo la religione non è soltanto inutile ma è proprio negativa, in quanto distoglie l’uomo dall’attività di cambiamento rivoluzionario. La dialettica della opposizione tra Dio e l’uomo ha alimentato tutto il pensiero di Marx con il seguente sofisma: se Dio esiste ed è creatore dell’uomo, non può esistere l’uomo creatore di se stesso. Così, siccome l’uomo esiste ed è creatore della sua storia, Dio non esiste né è creatore dell’uomo. Il processo dialettico conduce il comunismo non solo a negare Dio di fronte all’uomo, ma anche ad affermare che l’uomo è Dio.

Il comunismo spoglia anche l’uomo del suo carattere politico, vale a dire del rapporto che vi è tra un uomo e un altro. Nello Stato comunista la vita politica, nel significato più alto del termine – cioè quello di relazioni tra gli uomini per il loro effettivo miglioramento -, non esiste. L’uomo non è altro che un puro lavoratore, il cui valore è proporzionato alla sua capacità di produrre il cambiamento nella storia. La politicità, che consiste in una relazione tra gli uomini, non può esistere in una società che non ha altra ragion d’essere se non quella di usare l’uomo per l’azione.

Ma soprattutto, al comunismo non interessa il benessere materiale dell’uomo, il possesso delle ricchezze che fornisce un godimento puramente animale. Questo godimento lo cercava il borghese nella società liberale. Il comunismo non mira a questo, non è questa la sua specificità, ma essa è piuttosto il lavoro, che è lo strumento per modificare la realtà, l’ordine naturale. Non tende al vivere dell’uomo, quanto piuttosto al lavorare, all’agire dell’uomo. Questo insegna chiaramente Marx, nel suo libro Ideologia tedesca. Per il comunismo, il supremo e unico valore è il lavoro, produttore di beni materiali e modificatore del reale. L’uomo stesso e ogni suo benessere materiale lo lasciano indifferente. Gli interessa solo che agisca e modifichi, anche se non gode.

In definitiva, l’uomo comunista si vede privato del godimento divino della contemplazione di Dio, del godimento umano che produce la convivenza politica, del godimento animale che produce lo sfruttamento dei beni economici. E’ un puro lavoratore, soggiogato al lavoro finalizzato al movimento dialettico della storia, verso la società collettivistica senza classi.

Lo stato frenetico dell’uomo moderno

Qual è il risultato prodotto dalla civiltà moderna, nella quale l’uomo è andato degradando la sua sostanza umana?

La situazione di oggi riflette il prodotto di questa civiltà. Negli ultimi 50 anni si vede come l’uomo è vissuto angustiato da avvenimenti orrendi: la Prima Guerra Mondiale, i movimenti totalitari – come il fascismo, il nazionalsocialismo, la grande crisi del 1929, la guerra civile spagnola provocata dal socialismo -, la seconda Guerra Mondiale con il bombardamento atomico di Hiroshima e Nagasaki, la guerra fredda, la minaccia di guerra nucleare.

L’uomo vive atterrito e da ciò trova origine la filosofia e la letteratura dell’angustia e della paura. I due terzi dell’umanità vivono in stato cronico di indigenza e molte famiglie sono private del tetto.

Dopo quattro secoli siamo testimoni del carattere anticristiano e antiumano dell’orgogliosa civiltà moderna. Anticristiano, perché immense popolazioni dei paesi comunisti vivono ai limiti di un ateismo, se non militante, pratico, con la totale negazione di Dio creatore. Antiumano perché immense popolazioni del globo non conoscono se non la fame, la mancanza del tetto, l’angustia, l’orrore della guerra e delle lotte fratricide, come la guerra fra proletari e borghesi.

Per tutte queste ragioni notiamo come sia falso il fondamento sul quale il progressismo cristiano basa la sua tesi di accettazione della civiltà moderna. Tale ideologia non potrebbe essere accettata neanche se offrisse valori umani in grado di concorrere al reale perfezionamento dell’uomo. Ma non la si può accettare anche perché offre un’azione che distrugge e degrada l’uomo.

E’ vero che la civiltà moderna garantisce qualche progresso parziale nelle tecniche della produzione delle ricchezze materiali. Tuttavia, il non concorrere all’effettivo perfezionamento dell’uomo in ambito morale e religioso, lo sviluppo tecnologico senza corrispondente progresso morale e religioso, si trasformano in una terribile arma di distruzione e di degradazione dell’uomo. Così, si verifica il fenomeno per il quale, proprio mentre gli innegabili progressi della tecnologia permettono di offrire un benessere alla popolazione del globo, immense moltitudini di esseri umani soffrono per le necessità più elementari. E, quel che è peggio, si vedono minacciate dalle armi nucleari nella propria integrità fisica.

Perciò, è importante che l’uomo, senza allentare il suo sforzo per la diffusione dei beni materiali, compia uno sforzo maggiore per ordinare la sua vita morale e religiosa. Di qui la necessità prima – assolutamente prima – del riconoscimento, nella vita pubblica, dei diritti della Chiesa, diritti che concretizzano quelli più alti della Redenzione di Cristo e della Sovranità di Dio. Questo riconoscimento pubblico delle nazioni e dell’ordine mondiale dei diritti della Chiesa, è condizione fondamentale per la vita morale dei popoli ed anche per il loro benessere materiale. Qui è opportuno rammentare le profonde parole di Cristo: “Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, che il di più verrà da sé“.

Il progressismo cristiano, abbandonando questo compito fondamentale e primario della edificazione del Regno di Dio per quello della vita temporale, rinunciando alla creazione della città cattolica, della civiltà cristiana, lavora per la costruzione della città comunista. Perciò il progressismo cristiano finisce con il collaborare col comunismo.

Non vi sono mezzi termini. Rifiutarsi di lavorare per la civiltà cristiana, significa operare per la civiltà anticristiana e antiumana.

Perché la tentazione filo comunista dei progressismo cristiano?

Il progressismo cristiano, per sfuggire il capitalismo e il liberalismo e accettare il carattere progressista della civiltà moderna – che si svolge dal liberalismo fino al comunismo -, abbraccia forme socialiste di civiltà. In questo c’è un errore gravissimo. Queste forme non sono un progresso rispetto al capitalismo e al liberalismo, perché, se questi sono negativi, molto peggiori sono i suoi derivati, cioè le forme comuniste e socialiste di civiltà.

E’ per questa ragione che oggi è necessario rimontare la corrente capitalista e liberale e risalire il declino socialista e comunista, nel quale sfocia il liberalismo.

Allora, dirà qualcuno, non resta che tornare all’ancien règime o alla città medievale? Certamente no. Ciò non è né desiderabile né possibile.

Quello che bisogna fare è teoricamente molto facile. Riconoscendo che invece di avere un progresso umano e morale, l’uomo della civiltà che si sviluppa dal Rinascimento ad oggi non ha prodotto altro che degrado e decadenza – perché sono stati abbandonati i principi dell’ordine umano naturale e dell’ordine soprannaturale -, non c’è che da rivolgersi a quei principi. E quei principi si concretizzano precisamente nell’ordine sociale pubblico cristiano – la civiltà cristiana, la città cattolica – che da quasi un secolo la Cattedra Romana propone all’uomo contemporaneo, nel suo magistero ordinario.

Questo insegnamento del Magistero dei Pontefici si può riassumere dicendo che l’uomo, senza abbandonare i progressi legittimi che ha realizzato negli ultimi quattro secoli, deve rivolgersi ai principi della sana filosofia e teologia – ordine naturale e rivelato – il cui espositore insuperato è San Tommaso d’Aquino, che Paolo VI, il 12 maggio 1964, nella sua visita alla Pontificia Università Gregoriana, chiamò il Primo fra i Dottori della Chiesa.

Perciò, l’unico rimedio alla degradazione dell’uomo di oggi, che dal capitalismo liberale marcia verso il comunismo, sta nella considerazione che mantenendo il progresso tecnologico moderno (e preservando il progresso del legittimo sviluppo dei gruppi sociali di livello inferiore ad altri, superiori per cultura e benessere, svoltosi in questi ultimi secoli), si accetti, soprattutto nella sociologia, nell’economia, nella politica e nella vita pubblica, il Magistero della Chiesa.

Questo Magistero comprende non soltanto l’ordinamento sociale ed economico, dalla Rerum Novarum alla Mater et Magistra, ma anche l’ordinamento politico enunciato nella Libertas e nella Diuturnum illud di Leone XIII, fino alla Pacem in terris di Giovanni XXIII. Esso comprende soprattutto il riconoscimento leale e pubblico della presenza della Chiesa nel mondo, come lo prescrivono la Immortale Dei e la Tametsi futura di Leone XIII e la Quas Primas, sulla Regalità di Cristo di Pio XI. Insomma, il Magistero integrale della Chiesa, luminosamente esposto in innumerevoli Encicliche.

E’ precisamente questo Magistero ordinario di natura sociale della Cattedra Romana, che il progressismo cristiano non accetta, almeno nella sua integrità. Accettare il complesso degli insegnamenti sopra l’ordine pubblico sociale cristiano del Magistero Pontificio, equivale ad essere maliziosamente qualificato “integralista” e “reazionario”, dal progressismo cristiano.

I popoli vivono miseramente perché non hanno tetto e pane. Però, questo disastro è dovuto soprattutto al fatto che essi non hanno pane spirituale. Dopo che il laicismo lo ha privato di questo pane spirituale, l’uomo è cresciuto egoista e si nutre di odio. Così, non cerca che di accumulare ricchezze, con un disprezzo totale per la miseria di suo fratello. Poco conta che oggi l’uomo disponga di una scienza e di una tecnica ammirevoli, capace di dare benessere a tutta la popolazione del globo. Non curando la vita morale – assicurata solo da quella religiosa -, egli agirà male e solo per se stesso, disprezzando i bisogni di suo fratello.

Perciò la Mater et Magistra di Giovanni XXIII, che si occupa del benessere economico dei popoli, nelle sue parole finali avverte che senza Dio non vi è ordine morale e senza ordine morale non vi può essere nei popoli un regime economico di giusta distribuzione della ricchezza. «Si è sostenuto – dice Giovanni XXIII – che nell’epoca dei trionfi della scienza e della tecnica, gli uomini potrebbero edificare la loro civiltà senza bisogno di Dio. La verità è, al contrario, che i progressi stessi della scienza e della tecnica pongono problemi umani di dimensioni mondiali, che non possono trovare soluzione se non alla luce di una fede in Dio viva e sincera, principio e fine dell’uomo e del mondo».

Perciò, è indispensabile lavorare per l’elevazione ed il benessere materiale degli operai e degli umili; tuttavia – per ciò stesso – poiché è necessario operare per questo benessere che giustamente si deve agli umili, bisogna infondere lo spirito del Vangelo in tutti i gruppi sociali, anche nei più elevati, nella società e nel potere pubblico, perché così regni in modo effettivo ed a favore dei più abbandonati, l’autentica fraternità cristiana.

PARTE III

LE CONSEGUENZE DEL PROGRESSISMO CRISTIANO

Abbiamo visto come l’idea di un progresso continuo accompagni tutto il dissolvimento della civiltà moderna, dal Rinascimento ad ora, e costituisca il falso fondamento su cui si appoggia il progressismo cristiano. Non vi è un progresso nell'”essenziale”, in ciò che è fondamentalmente umano, nella civiltà moderna. Ci potrà essere un certo progresso per quanto riguarda alcuni aspetti, soprattutto quello tecnologico.

L’aspetto propriamente umano e morale dell’uomo costituito da un avvicinamento a Dio, non progredisce con il progredire la tecnologia. L’uomo può avanzare, ed in effetti realizza un immenso progresso nella produzione di un poderoso apparato produttivo ma, allo stesso tempo, tale apparato produttivo può convertirsi in rovina e distruzione.

La civiltà moderna, per quanto riguarda l’aspetto più propriamente umano dell’uomo, sta “camminando all’indietro” da più di quattro secoli. Sta regredendo per la degradazione progressiva alla quale sottomette l’uomo. La società moderna sta diventando ogni giorno più materialista. Dopo aver respinto Dio, sta ora respingendo i valori propriamente umani ed anche quelli animali dell’uomo per convertirlo in un semplice ingranaggio della grande macchina materialista e socialista.

La Rivoluzione Francese segna il punto decisivo di questa civilizzazione, per quanto riguarda il suo aspetto materialista. Con la Rivoluzione Francese l’uomo respinge definitivamente gli autentici valori spirituali di cui è depositaria la Chiesa, società soprannaturale, e assume un comportamento decisamente materialista.

E’ a questo punto che si pone un problema angoscioso per il cattolico. Cosa può fare il cattolico in questa società che respinge Dio, Cristo e la Chiesa e che proclama come supremo valore la libertà materialista dell’uomo? Vi sono due possibilità: o il cristiano prende un atteggiamento complessivamente critico verso questa società e quindi rischia di rimanerne praticamente ai margini, esposto a non far sentire il messaggio cristiano a questa società, oppure si piega ad essa e scende a patti. In questo caso però si espone ad alterare la purezza e l’integrità del messaggio cristiano. Questa fu la situazione angosciosa che si presentò ai cristiani dopo la Rivoluzione Francese. Lamennais fu il primo cattolico che, in tale alternativa, optò per il venire a patti con la nuova civiltà, con il liberalismo che lo riempiva e decise di “forgiare” il liberalismo cattolico.

Il progressismo di Lamennais

Lamennais è il personaggio chiave del cattolicesimo moderno. Nato nell’ultimo quarto del secolo XVIII si formò con le idee e la mentalità di Rousseau e dei filosofi liberali. Più tardi si convertì al cattolicesimo per professare un credo sospetto e poi un liberalismo che si sviluppò nel diario L’Avenir, fra il 1830 ed il 1831.

C’è una logica nella concezione di Lamennais che è presieduta dall’idea del progresso storico. La storia progredisce e, di conseguenza, i tempi moderni rappresentano un progresso rispetto ai tempi anteriori. Lamennais giustifica l’idea del progresso storico con l’idea della Provvidenza divina che dirige la storia verso il fine che Lei sola conosce; egli sviluppa questi concetti in un articolo molto importante, del 28 luglio 1831.

Secondo lui il progresso della storia si realizza non attraverso una maggiore acquisizione della bontà morale, di avvicinamento a Dio attraverso il bene e la virtù, ma attraverso l’acquisizione di gradi di maggiore libertà, che farà sì che i popoli crescano verso la maggiore età. Di conseguenza, Lamennais giustifica il liberalismo come un’acquisizione del progresso dell’umanità.

Fino a Lamennais non si concepiva altra civilizzazione né progresso autentico per l’uomo che non fosse il riconoscimento della supremazia soprannaturale della Chiesa. La civiltà, infatti, non si proponeva come fine dei cittadini la libertà, ma il bene e la virtù. Nel quadro della verità, la libertà rappresenta indubbiamente un bene; però non si può adottare la libertà come un fine indipendente, che possa rinunciare ai diritti della verità.

Nella Rivoluzione Francese la Chiesa non è più riconosciuta dal pubblico potere come l’unica vera religione, ma diventa uno dei tanti culti che i cittadini possono praticare. Tale situazione può essere accettata come un dato di fatto ma non certo come un diritto.

Lamennais fu il primo cattolico che lo accettò come un diritto. Per lui, infatti, le verità moderne erano i diritti dell’uomo che dovevano essere considerati come conquista del progresso della storia.

Lamennais fu quindi il primo a professare il progressismo cristiano e quindi è possibile identificare in lui l’iniziatore del liberalismo cattolico. Il liberalismo del secolo XIX rappresentava – per Lamennais – un progresso rispetto alla società anteriore che si diceva cristiana e che professava il riconoscimento della Chiesa come società soprannaturale, ed anche il liberalismo cattolico costituiva un vero progresso.

Come è noto, Lamennaís fu condannato da Gregorio XVI nella “Mirari Vos”. Da allora, tutto il secolo XIX fu teatro di una tremenda lotta in seno alla Chiesa, tra liberali e non liberali. Tra i liberali troviamo figure come Lacordaire, Montalembert, Dupanloup. Tra gli anti-liberali emergono soprattutto il Cardinale Pie ed il pubblicista Veuillot.

Pio IX condannò con energia il liberalismo cattolico in una serie di documenti i cui punti salienti furono più tardi accolti nel famoso Syllabus. Ma la lotta non cessò. Al contrario, ricominciò durante il Pontificato di Leone XIII con l’apparizione dei chierici democratici come Naudet, Lemíre e Dabry.

Leone XIII, nelle sue famose Encicliche, espose un piano completo di come avrebbe dovuto essere la civiltà cristiana, la città cattolica nello stile di vita moderno. Ma il pensiero di Leone XIII fu sistematicamente adulterato dai liberali che agivano in seno alla Chiesa.

In quell’epoca, infatti, apparve nella Chiesa un movimento di tendenze decisamente liberali, democratiche e socialiste. Era il movimento di Le Sillon.

La ferma azione di Pio X però, condannando il modernismo che si andava sempre più estendendo nel campo cattolico e il democratismo di Le Sillon, pose fine agli intenti del progressismo cristiano nella Chiesa.

Ogni forma di progressismo cristiano scomparve dalla scena visibile della Chiesa tra il 1910 ed il 1930. La Pascendi e la Lettera Notre charge apostolique, che condannava Le Sillon, cercarono di ripulire il campo della Chiesa da queste piaghe.

Il progressismo di Maritain

Maritain diede allora un nuovo inizio al progressismo cristiano. Si tratta però del Maritain posteriore al 1930, perché il Maritain anteriore si distinse per la sua forza nel combattere ogni liberalismo ed ogni progressismo. Nel suo primo periodo aveva infatti scritto Antimoderne, Trois Reformateurs, Théonas, Primauté du Spirituel, nei quali rifiutava l’idea del progresso incondizionato ed esponeva la dottrina autentica della Chiesa sul piano della civiltà cristiana.

Tuttavia, dal 1930, Maritain pubblica una serie di libri – in particolare Umanesimo integrale – dove, sotto le apparenze di una filosofia della cultura, emerge una problematica liberale che coincideva punto per punto con gli errori di Lamennais.

Maritain, che nel suo Antimoderne aveva respinto l’idea di un progresso incondizionatamente buono, ora, in Umanesimo integrale, difende un concetto ambiguo, quello del progresso ambivalente della storia, per assumere, già durante la Seconda Guerra Mondiale, dopo il 1940, la difesa dell’idea di progresso.

Questa idea di progresso affascina Maritain come già era accaduto a Lamennais, e la sviluppa in due libri scritti durante la Seconda Guerra Mondiale. In Cristianesimo e Democrazia e in I Diritti dell’uomo e la Legge naturale difende la nozione del progresso, avvertendo di trovarsi, su questo punto, in pieno accordo con Teilhard de Chardin.

Dice testualmente: “Ho avuto il piacere di trovare esposte, dal punto di vista scientifico del loro autore, delle concezioni apparse in una conferenza pronunciata a Pechino dal celebre paleontologo Teilhard de Chardin, il quale in essa indica che ‘per vecchia che appaia la preistoria ai nostri occhi, l’umanità è ancora molto giovane e dimostra che la sua evoluzione deve essere guardata come la continuazione della vita integra, dove progresso significa ascensione della coscienza e dove tale ascensione è legata ad un grado superiore di organizzazione. Se il progresso deve continuare non sarà per sé solo. L’evoluzione, per il meccanismo delle sue sintesi, si carica sempre di più di libertà’”.

Maritain, quindi, pone il progresso dell’uomo non nel bene, non in una sempre maggiore virtù, non in un maggiore avvicinamento a Dio, a Cristo, alla Chiesa, ma in una sempre maggiore libertà dell’uomo. Tutto ciò coincide, punto per punto, con il piano di Lamennais. Egli quindi considera odiosa la cristianità medievale ed il concetto autentico di civiltà cristiana, proponendo al loro posto una società fondata sulla libertà come idea preminente e dominante. Così, come il liberalismo cattolico di Lamennais finì con il declinare nel socialismo, anche per Maritain il liberalismo della nuova cristianità doveva portare ad una società socialista, nella quale fossero soddisfatte le aspirazioni della funzione storica del proletariato.

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