Nelle Procure il virus della giustizia stalinista

tribunale_popoloIl Giornale 4 giugno 1995

Nicola Matteucci

Chi legge i miei articoli sa benissimo che non amo usare aggettivi forti allo scopo di insultare l’avversario. Ora uso la parola nazista come concetto e potrei benissimo usare anche la parola sovietica, perché questi due totalitarismi hanno avuto la stessa concezione della funzione giudiziaria. Scrivo questo articolo soltanto perché avverto che una parte della magistratura — soprattutto quella inquirente — forse senza esserne consapevole comincia a far propri questa principi dei regimi totalitari.

Vyshinskij, il noto procuratore sovietico, affermò che il diritto è in funzione della politica, negando così il grande principio costituzionale della sovranità delle leggi e non degli uomini, che è alla base dello Stato di diritto, il quale garantisce l’imparzialità della legge e la sua certezza.

Dal canto suo Curi Rothenberger, sottosegretario nazista al ministero della Giustizia, affermava che la funzione giudiziaria doveva essere adeguata alla «sensibilità per le grandi mete politiche», alla volontà popolare, al «sano sentimento del popolo». Questa nuova fonte di legittimità del potere giudiziario era così trovata al di fuori della legalità, per cui si poteva dire anche contro la legge, quando interpretava secondo un’ideologia politica (o la volontà del capo) e si richiamava alla volontà sociale.

Questa aberrante concezione della funzione giudiziaria si fondava su due punti. Protagonista del processo non era il giudice, il terzo sopra le parti, ma il procuratore, cioè la pubblica accusa, interprete della funzione politica del diritto. Il giudice si limitava a recepire passivamente la sua volontà (basta leggersi i processi di Mosca).

(…) La funzione della magistratura giudicante era così totalmente annientata. Dopo la Rivoluzione ungherese e la Primavera di Praga le principali richieste furono quelle di avere una magistratura giudicante veramente imparziale e al di sopra delle parti. Riscoprirono lo Stato di diritto, mentre oggi noi ce lo stiamo dimenticando.

Secondo punto: il concetto del «nemico oggettivo» è centrale nel pensiero giuridico totalitario, sia nazista che sovietico. Una persona non è responsabile per gli atti che compie (punibili secondo la legge), ma per la sua appartenenza a una classe sociale, a una razza (gli ebrei) o — in sintesi a quella parte che, anche per i poteri che detiene, viene indicata come nemico assoluto.

Il normale confronto politico è oggi alterato perché, con una ossessionante propaganda, si è individuato il nemico assoluto nell’onorevole Silvio Berlusconi. Il giurista nazista, or ora citato, che aveva grande responsabilità nella politica della giustizia nel suo Paese, ha affermato che l’eguaglianza della legge non aveva valore: eguali reati non andavano trattati in modo uguale, ma in modi diversi secondo un criterio politico o ideologico. E il nemico oggettivo andava punito assolutamente al di fuori di ogni legalità.

Non siamo ora nella Germania nazista o nella Russia sovietica, ma questi germi di malattia e di morte si sono infiltrati in parte nella nostra magistratura. I pericoli però vanno denunciati per tempo, senza le sfumature dei nostri politici. Noi non vogliamo un governo dei giudici o peggio dei procuratori della Repubblica, che negli altri Paesi rispondono o al ministero della Giustizia o alla volontà popolare. Noi vogliamo dei veri giudici, una vera magistratura giudicante: come affermò un grande magistrato inglese del Seicento, sir Edward Coke, i giudici devono essere dei leoni, ma sempre sotto il trono della legge.

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