Obiezione di coscienza e leggi ingiuste: il caso di re Baldovino di fronte alle legge belga sull’interruzione di gravidanza

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Re Baldovino

 Nuova Umanità n. 3-4 2006

di Anselmo Palmi

La testimonianza di re Baldovino, che qui presentiamo, ci porta ad occuparci di una tematica, quella relativa all’aborto, che interpella le coscienze nel loro intimo e che ancora oggi provoca forti discussioni e dure contrapposizioni.

UNA PRATICA ANTICA

L’interruzione volontaria di una gravidanza non è una prero­gativa del mondo moderno e contemporaneo.

La più antica pratica abortiva a noi nota è stata ritrovata nell’archivio dell’imperatore cinese Shan-Nung (2137-2096 a.C.) ed era a base di shu yin, mercurio. Questo ritrovamento induce a ritenere che pratiche abortive fossero conosciute e diffuse in tempi ancora più lontani.

Nel mondo antico non vi è comunque una visione unitaria in merito al problema dell’aborto. A livello generale possiamo dire che nell’antichità vi sono posizioni diverse, sostenute da un lato dai medici e dall’altro dai filosofi.

I medici (ad esempio Galeno, II secolo d.C.) sostenevano che fosse presente la vita già prima della nascita e pertanto non fosse ammissibile intervenire a sopprimerla. Alla seconda metà del V secolo a.C. e alla prima metà del IV risalgono anche le opere, di autore diverso, che compongono il Corpus Hippocraticum, dal nome del medico, Ippocrate (nato nell’isola di Cos verso il 460 e morto in Tessaglia verso il 370 a.C.), che fu probabilmente il principale esponente della scuola medica che l’ispirò.

Fra tutti i testi del Corpus, il più famoso è sicuramente quello conosciuto come Giuramento di Ippocrate, dove ad un certo punto si dice: «Mi servirò delle prescrizioni dietetiche per giovare agli ammalati secondo il mio potere e giudizio, respingendo ogni danno e ingiustizia. Non darò a nessuno, neppure se richiesto, un farmaco mortale, né impartirò consiglio in tal senso; similmente non darò ad una donna un pessario abortivo. Pura e pia manterrò la mia vita e la mia professione» (1)

I filosofi, invece (ad esempio Empedocle, V secolo a.C.; Diogene, IV secolo a.C.) ritenevano che prima della nascita non si potesse parlare di vita umana e pertanto l’aborto era considerato lecito (2). Aristotele nel VII libro della sua Politica, risalente al 348-345 a.C, affronta l’argomento dell’aborto e della procreazione nel quadro delle riflessioni sullo Stato ideale: «Quanto poi all’esposizione (3) e all’allevamento dei nati, sia di norma non allevare alcuno storpio; quanto invece al numero dei figli, se la regola del costume vieti che alcuno dei nati venga esposto, bisogna fissare il massimo di procreazione. E se ad alcuni accoppiandosi avvenga di superarlo, prima che si generino sensibilità e vita occorre procurare l’aborto: lecito e non lecito saranno distinti in base alla sensibilità e alla vita» (4).

Aristotele. introduce dunque la distinzione fra feto formato, cioè con «sensibilità e vita», e feto non formato, cioè privo di quelle che Aristotele chiama «anima sensitiva e anima razionale». In conseguenza, l’aborto dopo la formazione costituirebbe un delitto; prima della formazione, cioè per Aristotele prima dei 40-80 giorni, no.

Le posizioni a favore e contro l’aborto si intersecano e si sovrappongono nel corso dei secoli. La posizione che tuttavia diviene col tempo prevalente è quella della condanna e della non accettazione dell’aborto procurato. Solo recentemente la linea che si riallaccia idealmente alle tesi dei filosofi antichi ha ripreso vigore e ha portato alle varie legislazioni. È in particolare dal secondo dopoguerra che in vari Paesi, soprattutto europei e nordamericani, avviene la legalizzazione dell’aborto.

UN PROBLEMA DI FEDE?

Da quando iniziano ad apparire le prime legislazioni che autorizzano l’aborto volontario, l’opposizione ad esse vede in prima linea soprattutto la Chiesa cattolica.

Il Concilio Vaticano II, nella Gaudium et Spes, al cap. 51 recita: «Dio, padrone della vita, ha affidato agli uomini l’altissima missione di proteggere la vita, missione che deve essere adempiuta in modo umano. Perciò la vita, una volta concepita, deve essere protetta con la massima cura; e l’aborto, come l’infanticidio, sono abominevoli delitti».

Giovanni Paolo II, a più riprese e senza mai stancarsi, ha affrontato in modo diretto il problema dell’aborto. Dal 4 al 7 aprile del 1991 ha addirittura convocato a Roma un Concistoro straordinario di cardinali per affrontare il problema. Al termine di esso i 112 cardinali provenienti da tutto il mondo hanno richiesto al papa di «riaffermare solennemente con un documento il valore della vita umana e la sua intangibilità, in riferimento alle attuali circostanze ed agli attentati che oggi la minacciano».

Per pronunciarsi celermente Giovanni Paolo II sceglie di inviare ai quattromila vescovi del mondo una lettera in cui esprime ancora una volta un netto dissenso da quella che chiama una vera e propria «strage degli innocenti». Papa Wojtyla inizia la propria missiva constatando che la coscienza morale sembra offuscarsi paurosamente e faticare sempre più ad avvertire la chiara e netta distinzione tra il bene e il male in ciò che tocca lo stesso fondamentale valore della vita umana. Secondo il papa contribuiscono a rafforzare questo oscuramento anche quei Parlamenti che votano leggi che autorizzano la messa a morte degli innocenti e quegli Stati che pongono le loro risorse e le loro strutture al servizio di questi crimini.

Giovanni Paolo II opera poi un accostamento tra la questione operaia di fine Ottocento e il problema dell’aborto oggi: «Come un secolo fa ad essere oppressa nei suoi fondamentali diritti era la classe operaia, e la Chiesa con grande coraggio ne prese le difese, così ora, quando un’altra categoria di persone è oppressa nel diritto fondamentale alla vita, la Chiesa sente il dovere di dare voce con immutato coraggio a chi non ha voce. Il suo è sempre il grido evangelico in difesa dei poveri del mondo, di quanti sono minacciati, disprezzati e oppressi nei loro diritti umani» (5).

Più recentemente ancora di questo intervento di Giovanni Paolo II, possiamo ricordare il Catechismo della Chiesa Cattolica dell’ottobre 1992. Qui l’aborto è significativamente affrontato all’interno del capitolo che parla del quinto comandamento, «non uccidere». È scritto nel Catechismo: «La vita umana deve essere protetta e rispettata in modo assoluto fin dal momento del concepimento. Dal primo istante della sua esistenza, l’essere umano deve vedersi riconosciuti i diritti della persona, tra i quali il diritto inviolabile di ogni essere umano alla vita» (6).

E ancora: «Fin dal primo secolo la Chiesa ha dichiarato la malizia morale di ogni aborto provocato. Questo insegnamento non è mutato. Rimane invariabile. L’aborto diretto, cioè voluto come un fine o come un mezzo, è gravemente contrario alla legge morale» (7).

E sempre dal Catechismo: «La cooperazione formale a un aborto costituisce una colpa grave. La Chiesa sanziona con una pena canonica di scomunica questo delitto contro la vita umana. (…). La Chiesa non intende in tal modo restringere il campo della misericordia. Essa mette in evidenza la gravita del crimine commesso, il danno irreparabile causato all’innocente ucciso, ai suoi genitori e a tutta la società» (8).

Rivolgendosi poi in particolare agli Stati, il Catechismo aggiunge: «I diritti inalienabili della persona dovranno essere riconosciuti e rispettati da parte della società civile e dall’autorità politica; tali diritti dell’uomo non dipendono né dai singoli individui, né dai genitori e neppure rappresentano una concessione della società e dello Stato: appartengono alla natura umana e sono inerenti alla persona in forza dell’atto creativo da cui ha preso origine.

Tra questi diritti fondamentali bisogna, a questo proposito, ricordare il diritto alla vita e all’integrità fisica di ogni essere umano dal concepimento alla morte. Nel momento in cui una legge positiva priva una categoria di esseri umani della protezione che la legislazione civile deve loro accordare, lo Stato viene a negare l’uguaglianza di tutti davanti alla legge. Quando lo Stato non pone la sua forza al servizio dei diritti di ciascun cittadino, e in particolare di chi è più debole, vengono minati i fondamenti di uno Stato di diritto» (9).

Il 25 marzo 1995, solennità dell’Annunciazione del Signore, Giovanni Paolo II ha poi firmato la sua undicesima enciclica, Evangelium vitae, sul valore e l’inviolabilità della vita umana. L’enciclica costituisce un intervento formale e ufficiale della Chiesa; è inoltre una risposta alla sfida dell’attuale situazione che in tutto il mondo vede moltiplicarsi le minacce alla vita umana. Nell’enciclica si parla non solo di aborto, ma anche di eutanasia, di pena di morte e di altre minacce alla vita umana.

Per quanto riguarda il problema dell’aborto Giovanni Paolo II riafferma in modo solenne la posizione della Chiesa: «Con l’autorità che Cristo ha conferito a Pietro e ai suoi Successori, in comunione con i Vescovi – che a varie riprese hanno condannato l’aborto e che nella consultazione precedentemente citata (il Concistoro straordinario), pur dispersi per il mondo, hanno unanimemente consentito circa questa dottrina – dichiaro che l’aborto diretto, cioè voluto come fine o come mezzo, costituisce sempre un disordine morale grave, in quanto l’uccisione deliberata di un essere umano innocente.

Tale dottrina è fondata sulla legge naturale e sulla Parola di Dio scritta, è trasmessa dalla Tradizione della Chiesa ed insegnata dal Magistero ordinario ed universale. Nessuna circostanza, nessuna finalità, nessuna legge al mondo, potrà mai rendere lecito un atto che è intrinsecamente illecito, perché contrario alla Legge di Dio, scritta nel cuore di ogni uomo, riconoscibile dalla ragione stessa e proclamata dalla Chiesa» (10)

Giovanni Paolo II applica poi la valutazione morale dell’aborto anche a quelle forme di intervento sugli embrioni umani che ne comportano inevitabilmente l’uccisione: «Se si devono ritenere leciti gli interventi  sull’embrione umano a patto che rispettino la vita e l’integrità dell’embrione, non comportino per lui rischi sproporzionati, ma siano finalizzati alla sua guarigione, al miglioramento delle sue condizioni di salute o alla sua sopravvivenza individuale, si deve invece affermare che l’uso degli embrioni o dei feti umani come oggetto di sperimentazione costituisce un delitto nei riguardi della loro dignità di esseri umani, che hanno diritto al medesimo rispetto dovuto al bambino già nato e ad ogni persona» (11).

Giovanni Paolo II interviene nell’enciclica anche sulle tecniche diagnostiche prenatali per affermare che «quando sono esenti da rischi sproporzionati per il bambino e per la madre e sono ordinate a rendere possibile una terapia precoce o anche a favorire una serena e consapevole accettazione del nascituro, queste tecniche sono moralmente lecite.

Dal momento però che le possibilità di cura prima della nascita sono oggi ancora ridotte, accade non poche volte che queste tecniche siano messe al servizio di una mentalità eugenetica, che accetta l’aborto selettivo, per impedire la nascita di bambini affetti da vari tipi di anomalie. Una simile mentalità è ignominiosa e quanto mai riprovevole, perché pretende di misurare il valore di una vita umana soltanto secondo parametri di normalità e di benessere fisico, aprendo così la strada alla legittimazione anche dell’infanticidio e dell’eutanasia» (12)

Giovanni Paolo II affronta nell’enciclica in modo approfondito anche il rapporto fra legge civile e legge morale, partendo dalla constatazione che oggi è diffusa la tendenza a legittimare giuridicamente con delle leggi dello Stato i più gravi attentati alla vita umana, come l’aborto e l’eutanasia, trasformandoli così da delitti in diritti. L’enciclica passa in rassegna le più comuni motivazioni addotte a sostegno di questa legittimazione giuridica, soffermandosi in particolare su una certa cultura democratica del nostro tempo, per la quale l’ordinamento giuridico deve solo registrare e recepire le convinzioni della maggioranza.

È questa, ribadisce il papa nell’enciclica, una posizione inaccettabile perché minata nelle sue radici dal relativismo etico, per il quale viene meno ogni riferimento a valori comuni e a una verità assoluta per tutti; la stessa vita umana, sulla base del relativismo etico, non è più un valore assoluto. Da qui le drammatiche domande di Giovanni Paolo II: «Quando una maggioranza parlamentare o sociale decreta la legittimità della soppressione, pur a certe condizioni, della vita umana non ancora nata, non assume forse una decisione tirannica nei confronti dell’essere umano più debole e indifeso?

La coscienza universale giustamente reagisce nei confronti dei crimini contro l’umanità di cui il nostro secolo ha fatto così tristi esperienze. Forse che questi crimini cesserebbero di essere tali se, invece di essere commessi da tiranni senza scrupoli, fossero legittimati dal consenso popolare?» (13).

E ancora: «II valore della democrazia sta o cade con i valori che essa incarna e promuove: fondamentali e imprescindibili sono certamente la dignità di ogni persona umana, il rispetto dei suoi diritti intangibili e inalienabili, nonché l’assunzione del bene comune come fine e criterio regolativo della vita politica. Alla base di questi valori non possono esservi provvisorie e mutevoli maggioranze di opinione, ma solo il riconoscimento di una legge morale obiettiva che, in quanto legge naturale iscritta nel cuore dell’uomo, è punto di riferimento normativo della stessa legge civile. Quando, per un tragico oscuramento della coscienza collettiva, lo scetticismo giungesse a porre in dubbio persino i principi fondamentali della legge morale, lo stesso ordinamento democratico sarebbe scosso nelle sue fondamenta, riducendosi ad un meccanismo di regolazione empirica dei diversi e contrapposti interessi» (14).

A parere di Giovanni Paolo II tutto sembra avvenire nel più saldo rispetto della legalità, almeno quando le leggi che. permettono l’aborto o l’eutanasia vengono votate secondo le cosiddette regole democratiche. Ih verità per il pontefice siamo di fronte solo a una tragica parvenza di legalità e l’ideale democratico, che è davvero tale quando riconosce e tutela la dignità di ogni persona umana, è tradito nelle sue stesse basi.

Tutte queste citazioni ci mostrano, dunque, come la posizione della Chiesa sia sempre stata chiara e inequivocabile In materia di aborto: la vita umana è per la Chiesa un valore assoluto e l’aborto, di conseguenza, è un delitto inaccettabile. Ma vediamo ora se il problema dell’aborto inquieta la coscienza dei soli cattolici, o invece è una realtà che pone interrogativi ineludibili ad ogni persona, al di là della fede.

UN DIRITTO UMANO ACCERTATO DALLA RAGIONE

La ferma opposizione della Chiesa all’aborto ha fatto sì che, nel mondo culturale e politico occidentale, la tematica dell’aborto sia presentata ancora oggi come un fatto di coscienza che riguarda i soli cattolici.

In realtà una tale impostazione del problema è errata e fuorviante. La contrarietà all’aborto e l’affermazione del diritto alla vita non sono essenzialmente ed esclusivamente posizioni desunte dalla fede, bensì hanno a che fare con i diritti umani accertati dalla ragione. Il diritto alla vita è il primo e fondamentale diritto umano. Che senso ha parlare di diritti civili e politici, di diritti economici, sociali e culturali, di diritti delle singole persone e dei popoli, se in precedenza non è stato garantito il primo e fondamentale diritto, quello alla vita?

Per stare al nostro Paese, diverse autorevoli personalità del mondo laico italiano hanno ben presto compreso che il tema dell’aborto andava sganciato dalla sterile contrapposizione fra laici e cattolici, per inserirlo nel più ampio e appropriato contesto dei diritti umani. Fra queste personalità la prima che ebbe il merito di porre il problema in questi termini è stata quella di Norberto Bobbio, autorevole rappresentante della cultura laica in Italia. Bobbio intervenne diverse volte sul problema dell’aborto negli anni tra il 1979 e il 1981, cioè all’indomani dell’approvazione della legge 194 (che autorizza l’aborto nel nostro Paese) e alla vigilia del referendum su tale legge.

Per Bobbio si deve parlare di tre diritti: «C’è innanzitutto il diritto fondamentale del concepito, quel diritto di nascita sul quale, secondo me, non si può transigere. È lo stesso diritto in nome del quale sono contrario alla pena di morte. Si può parlare di depenalizzazione dell’aborto, ma non si può essere moralmente indifferenti di fronte all’aborto. C’è anche il diritto della donna a non essere sacrificata nella cura dei figli che non vuole. E c’è un terzo diritto: quello della società. Il diritto della società in generale e anche delle società particolari a non essere superpopolate, e quindi ad esercitare il controllo delle nascite.

Ho parlato di tre diritti: il primo, quello del concepito, è fondamentale; gli altri, quello della donna e quello della società, sono derivati. Inoltre, e per me questo è il punto centrale, il diritto della donna e quello della società, che vengono di solito addotti per giustificare l’aborto, possono essere soddisfatti senza ricorrere all’aborto, cioè evitando il concepimento. Una volta avvenuto il concepimento, il diritto del concepito può essere soddisfatto solo lasciandolo nascere» (15).

Norberto Bobbio così rispondeva a tutti coloro che si dicevano sorpresi e sconcertati dalle sue prese di posizione contrarie all’aborto: «Vorrei chiedere quale sorpresa ci può essere nel fatto che un laico consideri come valido in senso assoluto, come un imperativo categorico, il non uccidere. E mi stupisco a mia volta che i laici lascino ai credenti il privilegio e l’onore di affermare che non si deve uccidere» (16).

Dopo Norberto Bobbio un altro autorevole esponente della cultura laica italiana è intervenuto ponendo in modo nuovo il problema dell’aborto. Si tratta dell’ex Presidente del Consiglio Giuliano Amato, il quale ha definito la legge 194 che prevede l’interruzione volontaria della gravidanza «una legge tutta fondata sull’ipocrisia, che poi pretende i suoi prezzi.

In essa infatti l’aborto non è legato al rischio di dolore o di infelicità del bambino, per le sue eventuali malformazioni o per le condizioni dei genitori. E non lo è perché si volle aggirare il problema dell’eutanasia e si preferì dar peso solo e sempre ai rischi che corre la madre. Così facendo si finì per trattare il bambino come una pura appendice e per cancellare le ragioni di ogni altro, padre compreso» (17)

In tempi più vicini a noi, è intervenuto a porre la discussione attorno al problema dell’aborto all’interno del tema dei diritti dell’uomo l’ex presidente della Corte Costituzionale, il prof. Antonio Baldassarre. Per il prof. Baldassarre, intervenuto quando ancora era presidente della Corte Costituzionale, «le Costituzioni delle democrazie pluralistiche presuppongono un nucleo di valori fondamentali, i cosiddetti diritti inviolabili, i diritti della persona umana, che non dovrebbero essere soggetti a relativizzazioni.

Non possono cioè essere parte della negoziazione politica, né della contrattazione tra i soggetti operanti nel sistema, perché rappresentano quel nucleo di valori intoccabili, immodificabili. Costituiscono una sorta di etica fondamentale, in qualche modo secolarizzata attraverso il riconoscimento nelle Costituzioni. Questi diritti – continua Baldassarre – tra i quali rientra il diritto alla vita, sono al di fuori di una collocazione di destra o di sinistra. Sono diritti sui quali si deve costruire la società libera e democratica».

Più in specifico sul problema dell’aborto il prof. Baldassarre ha affermato: «II concetto di vita coincide con il momento dell’individualità, che non significa separazione dalla madre, ma avere già un qualcosa di autonomo anche all’interno del ventre materno. Ciò probabilmente dovrebbe portare ad un ripensamento del problema dell’aborto, perché nel diritto costituzionale un bene, la vita del nascituro, può essere soppresso soltanto se c’è un bene di egual valore, nel caso specifico la vita della madre.

Dal punto di vista costituzionale è dunque molto difficile, anzi direi impossibile, riconoscere l’aborto come diritto di libertà della madre. È semmai una necessità che si può avere soltanto nel caso in cui la vita della madre sia seriamente in pericolo. Qui diventa veramente una scelta difficile» (18).

L’esperto di diritto dei minori, il magistrato Alfredo Carlo Moro, già presidente del Centro Nazionale di Documentazione per l’Infanzia e l’Adolescenza, che ha sede a Firenze, ha significativamente affermato che la legge sull’aborto «ha rappresentato una rottura nel nostro sistema giuridico ed etico». Alfredo Carlo Moro si richiama alla Dichiarazione dei diritti del fanciullo che nel preambolo afferma che il fanciullo «a causa della sua immaturità fisica ed intellettuale, ha bisogno di una particolare protezione giuridica sia prima che dopo la nascita».

E l’art. 2 della nostra Costituzione, ricorda ancora Moro, riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo. «E tra essi non può non essere quel diritto che costituisce il presupposto indispensabile su cui solo si possono ancorare gli altri diritti, e cioè il diritto di venire a compiuta esistenza. Del resto il concepito è un essere umano, anche se non ancora persona fisica titolare di tutti i complessi diritti che l’ordinamento giuridico riconosce». (…).

«L’embrione non è perciò un grumo amorfo di materia, ma un essere già costituito che ha già una sua autonoma tendenza alla vita; non è una mera ipotesi di uomo, ma un essere umano che comincia a realizzarsi e che non cesserà di farlo fino alla morte, senza che sia possibile fissare un limite qualitativo che segni il passaggio dallo stato vegetativo allo stato umano».

Sulla base di queste e di altre considerazioni, Alfredo Carlo Moro conclude che «appare dunque del tutto contraddittoria la legge che ha introdotto nel nostro ordinamento l’interruzione volontaria di gravidanza, riconoscendo all’assolutamente libera autodeterminazione della donna la possibilità di condurre o no a compimento la gestazione».

Moro prosegue poi la sua analisi, prendendo in considerazione aspetti giuridici ed elementi relativi ai diritti umani. «Il principio sottostante alla legge che introduce l’aborto nel nostro Paese appare innanzitutto in palese contrasto con i principi fondamentali su cui si radica tutta la nostra convivenza civile. È una conquista della nostra epoca l’affermazione che ogni uomo – qualunque sia la sua condizione sociale e il suo grado di maturità – ha una sua originaria dignità, una sua pienezza di diritti, una sua valenza che tutti sono chiamati a rispettare.

Si respinge oggi, almeno in sede teorica se non purtroppo in sede pratica, l’idea che le condizioni di debolezza o di imperfezione dell’essere umano comportino una contrazione di diritti; anzi la nostra Costituzione riconosce che proprio queste condizioni impongono uno sforzo di tutta la repubblica – organi politici e privati – per rimuovere quelle situazioni di fatto che impediscono il pieno svolgimento della personalità umana. Ma non è contraddittorio con questi valori emergenti il misconoscere che l’essere umano più debole ed indifeso – e cioè il concepito – debba vedere tutelato il suo fondamentale diritto ad essere?» (19).

Il problema dell’aborto, dunque, non ha a che fare essenzialmente con la fede, bensì con i diritti umani (20).

Tale è stata anche la convinzione di un grande sovrano, recentemente scomparso, che si dichiarò disposto a rinunciare al trono pur di non scendere a compromessi con la propria coscienza.

UN SOVRANO AMATO DAL PROPRIO POPOLO

Si apprestava a festeggiare i suoi 60 anni, poi i 40 anni di regno e i 30 di matrimonio, quando una crisi istituzionale ha rischiato di compromettere tutto. Stiamo parlando del re del Belgio, Baldovino, il quale nei primi giorni di aprile del 1990 si rifiuta, per ragioni di coscienza, di firmare la legge sull’aborto.

In un Paese diviso tra le comunità fiamminga e vallona, che oggi convivono nell’ambito di un’incerta struttura federativa, Baldovino era diventato un indispensabile elemento di unità, una sorta di cerniera fra due popoli che non ritenevano di avere un cammino comune da compiere. Nessuno l’avrebbe detto e neppure immaginato quando nel 1951, ad appena 21 anni, egli salì al trono.

Il Belgio usciva allora da una grave crisi istituzionale: la guerra, l’occupazione tedesca, l’inquietudine sociale si erano scaricate su re Leopoldo III, accusato di essere stato troppo remissivo verso Hitler e di non aver seguito il governo in esilio a Londra. Nonostante un referendum gli abbia assicurato il 57% dei voti, Leopoldo nel 1950 decide di abdicare in favore del figlio, Baldovino, anche se per molto tempo continua ad esercitare il potere.

Baldovino, infatti, è troppo giovane e il potere non era la sua aspirazione primaria. Primogenito di Leopoldo III e di Astrid, entrambi molto amati dalla popolazione, a vent’anni Baldovino si trova praticamente imprigionato nel castello di Laeken, quando la Wehrmacht occupa il paese. Viene poi deportato in Germania con suo padre – naturalmente non come un deportato comune – verso la fine della guerra. Incoronato nel 1951, comincia una carriera politica di dignitoso mediatore tra le parti, in un clima politico reso spesso rovente dalle dispute fra le due comunità linguistiche, fiamminga e vallona.

Nel 1960 Baldovino si sposa con la spagnola Fabiola, una persona di profonda fede cattolica. Il cruccio principale della coppia reale sarà quello di non poter avere figli.

Baldovino si rivela un sovrano abile e, quando necessario, coraggioso. È lui ad annunciare nel 1959 l’indipendenza del Congo, al fine di evitare un ulteriore spargimento di sangue. È lui ancora a gestire in tutti quegli anni le aspre vicende linguistiche e nazionali che hanno sempre contrapposto fiamminghi e valloni. Grazie alla sua opera di mediazione la monarchia è tornata popolare in Belgio e il Paese ha conservato la sua unità. Tutto ciò viene però messo improvvisamente in discussione dal dibattito in merito al problema dell’aborto.

UN IMPEDIMENTO MORALE

II 29 marzo 1990 in Belgio, dopo il Senato, anche la Camera dei Deputati approva una legge, d’iniziativa socialista e liberale, che autorizza quasi senza limiti l’interruzione volontaria della gravidanza nelle prime dodici settimane. Questa legge, che depenalizza l’aborto, giunge al termine di un dibattito durato vari mesi ed è il risultato di un difficile e delicato compromesso tra i due partiti della maggioranza parlamentare che sostiene il governo: quello socialista, favorevole alla legge sull’aborto, e quello cristiano-sociale, contrario. Non rimane che la firma reale perché la legge divenga esecutiva.

Si tratta in apparenza di una formalità, dato che in Belgio, come in tutti i Paesi a monarchia costituzionale, il re non può far altro che approvare le decisioni del Parlamento. Infatti l’art. 69 della Costituzione belga specifica che «il re ratifica e promulga le leggi». Quando il re ratifica una legge, dimostra però anche il suo consenso al testo approvato dalle Camere. E nel nostro caso manca il consenso del re: Baldovino si rifiuta di firmare la legge sull’interruzione di gravidanza.

La sua decisione non giunge del tutto inattesa, poiché già in varie occasioni il sovrano aveva fatto sapere che non era disposto a firmare una legge che riteneva lesiva della sua coscienza di cattolico. Nel suo discorso del 31 dicembre 1989 aveva, ad esempio, chiaramente affermato che il potere politico doveva fare tutto il possibile per difendere la vita, comunque.

Il rifiuto del re crea in Belgio una situazione eccezionale, storica. È la prima volta che un fatto del genere avviene in questo Paese. Baldovino precisa il suo pensiero in merito con una lettera che invia al capo del governo, Wilfried Martens.

Signor Primo Ministro,

in questi ultimi giorni ho potuto manifestare a numerosi esponenti politici la mia grande preoccupazione circa il progetto di legge relativo all’interruzione di gravidanza. Questo testo sta per essere votato alla Camera, dopo esserlo stato al Senato. Mi rincresce che non sia stato raggiunto un accordo fra le principali forze politiche su un argomento così fondamentale.

Questo progetto di legge suscita in me un grave problema di coscienza. Temo infatti che esso venga recepito da una gran parte della popolazione come un’autorizzazione ad abortire durante le prime dodici settimane dopo il concepimento.

Nutro anche una serie di preoccupazioni circa la disposizione secondo la quale l’aborto potrà essere praticato al di là delle dodici settimane se il nascituro è affetto “da una menomazione di particolare gravita e riconosciuta come incurabile al momento della diagnosi”. Si è meditato come tale messaggio sarebbe avvertito dagli handicappati e dalle loro famiglie?

In sintesi, temo che questo progetto porti a una sensibile diminuzione del rispetto della vita nei confronti dei più deboli. Comprenderete, dunque, perché io non voglio essere coinvolto da questa legge. Ritengo che firmando questo progetto di legge e dimostrando nella mia qualità di terzo ramo del potere legislativo il mio accordo con questo progetto, assumerei inevitabilmente una certa corresponsabilità.

E questo non posso farlo, per i motivi sopra esposti. So che agendo così non scelgo una strada facile e che rischio di non essere capito da un buon numero di concittadini. Ma è la sola via che in coscienza posso percorrere. Chiedo a quelli che si stupissero della mia decisione: “Sarebbe normale che io fossi il solo cittadino belga costretto ad agire contro la propria coscienza in una questione essenziale? La libertà di coscienza vale per tutti, salvo che per il re?”.

Capisco peraltro molto bene che non sarebbe accettabile che, a causa della mia decisione, venisse bloccato il funzionamento delle nostre istituzioni democratiche. Per questo invito il Governo e il Parlamento a trovare una soluzione giuridica che concili il diritto del Re a non essere obbligato ad agire contro coscienza con la necessità del buon funzionamento della democrazia parlamentare.

Vorrei terminare questa lettera sottolineando due punti importanti sul piano umano. La mia obiezione di coscienza non vuole esprimere alcun giudizio sulle persone che sono favorevoli al progetto di legge. D’altra parte, la mia decisione non significa che io sia insensibile alla situazione molto difficile e talora drammatica con la quale alcune donne sono messe a confronto. Vi chiedo, signor Primo Ministro, di rendere nota questa lettera, nei modi che riterrete più opportuni, al Governo e al Parlamento (21).

Di fronte a questa crisi politica e istituzionale il governo belga si riunisce e dopo febbrili trattative trova una scappatoia giuridica, appellandosi all’art. 82 della Costituzione. Dice infatti questo articolo che «se il re si trova nell’impossibilità di assolvere alle sue funzioni di Capo dello Stato», può subentrarvi il governo stesso.

La pratica e la dottrina avevano finora individuato due casi in cui far ricorso all’art. 82: la malattia grave e la privazione della libertà personale. Questo secondo caso si era verificato una sola volta, nel 1940, quando il governo belga in esilio aveva esautorato il re Leopoldo, arresosi ai tedeschi e da loro imprigionato.

Nel caso di Baldovino i termini sono però diversi e il governo, interpretando in modo estensivo l’art. 82, ha allora parlato di «impossibilità morale» per il re, poiché la sua coscienza gli impediva di compiere il dovere costituzionale di accettare le decisioni del Parlamento in materia di aborto.

Baldovino viene quindi sospeso dalle sue funzioni per la giornata di giovedì 4 aprile e fino alle ore 15 del giorno successivo. In questo modo, mentre il re è fuori campo, il governo belga può promulgare e mettere in vigore la legge sull’aborto. Venerdì 5 aprile, appunto alle ore 15, le due Camere, riunite in seduta comune, con 245 sì e 93 astensioni, restituiscono al re i suoi poteri e pongono fine allo stato di emergenza.

A parte la sostenibilità tecnica e giuridica, la soluzione escogitata dal governo belga ha il pregio di rispettare il valore delle posizioni morali del re, la sua netta e precisa obiezione di coscienza nei confronti dell’aborto, pur senza aprire un conflitto politico e istituzionale, che sarebbe stato lacerante per il Belgio.

UNA PERSONA CAPACE DI DIRE NO

II gesto di re Baldovino ha naturalmente grande risalto in tutto il mondo; non era mai capitato che un sovrano fosse disposto a rinunciare al trono pur di non scendere a compromessi con la propria coscienza.

Anche nel nostro Paese la vicenda di re Baldovino non manca di suscitare commenti. Giorgio Torelli conclude in questo modo su «II Giorno» un articolo intitolato La favola di un re che abdica per salvare la coscienza: «Siamo così assuefatti agli uomini del pressappoco che proprio per questo l’accaduto dovrà rapidamente essere volto in favola. O frastornerebbe troppo» (22).

E Claudio Magris, sul «Corriere della Sera» rileva come «il rispetto tributato a Baldovino del Belgio anche da chi avversa la sua posizione sul tema specifico del suo rifiuto, la legalizzazione dell’aborto, dimostra quanto si senta, in generale, la necessità di scelte operate secondo coscienza, di persone capaci, nelle più varie circostanze, grandi o piccole, di dire no. Questo monosillabo è una delle più belle, forti, poetiche parole del vocabolario; è con un no, con una contestazione dell’esistente, con un rifiuto della realtà del momento – la quale pretende sempre di essere l’unica possibile e la migliore – che inizia ogni valore» (23).

ORDINAMENTO GIURIDICO E VALORI MORALI

In un celebre discorso tenuto ad Harvard nel giugno del 1978 24, il grande scrittore russo Alexander Solgenitsin, premio Nobel per la letteratura, denunciava il declino del coraggio nelle società occidentali. Secondo Solgenitsin una delle cause di questo declino è da trovare nel fatto che in Occidente il diritto mira a distruggere la morale e a sostituirla.

Re Baldovino, con il suo gesto, ha ricordato che il diritto e la vita sono sottoposti alla morale, in quanto vi sono dei valori che vanno al di là dell’ordinamento giuridico formale e sono superiori ad esso. Prima, cioè, viene l’uomo, la persona, con la sua identità e la sua integrità, con i suoi diritti fondamentali; poi la società, lo Stato, la maggioranza. Vi sono delle situazioni particolari, come nel caso di Baldovino, nelle quali la legge può entrare in conflitto, su principi fondamentali, con la coscienza personale.

Baldovino con il suo gesto ha affermato un valore primario: la coscienza personale è una sorta di santuario che su questioni basilari deve rimanere incontaminato e inaccessibile. Il particolare dramma interiore di Baldovino era comunque dovuto alla necessità di conciliare il proprio ruolo pubblico con la propria posizione morale, senza peraltro bloccare una legge che era stata votata dal Parlamento e che, in uno Stato democratico, non si poteva arrestare.

La scelta di Baldovino, la sua disponibilità a rinunciare anche alla Corona, stanno a dimostrare l’esistenza di principi di fondo che vengono prima di tutto. Dunque una grande testimonianza, una precisa scelta in coerenza con le proprie convinzioni che derivano per re Baldovino dalla fede, ma che nella lettera al Primo Ministro vengono presentate come frutto di una riflessione del tutto laica sul valore assoluto da attribuire alla vita umana e sul fatto che il diritto alla vita è il primo e fondamentale diritto umano.

Secondo Leo Suenens, primate della Chiesa cattolica belga dal 1962 al 1980, amico e confidente di Baldovino, «questo re pastore è stato soprattutto il modello del suo popolo. Gli ha dato l’esempio di una coscienza fine, sensibile, infinitamente delicata, docile alle minime ingiunzioni morali e spirituali. Per lui la coscienza era un assoluto: era la voce dell’uomo profondo e la voce di Dio. Egli l’ha seguita sempre, anche a rischio dei suoi interessi personali, a rischio della sua posizione di re. La vita umana, pensava, valeva questo prezzo» (25).

L’ATTACCAMENTO ALLE ISTITUZIONI

Nel luglio del 1993 il Belgio è divenuto uno Stato federale: una nuova Costituzione ha sancito una diversa convivenza fra la comunità fiamminga e quella vallona, con ampie autonomie per ognuna delle due realtà. Il 21 luglio, nel suo discorso per la celebrazione di questo avvenimento, re Baldovino, già malato (sarebbe morto dieci giorni dopo), pronunciò un importante discorso, in cui emerge la sua concezione della politica: «Ciò che importa ora, è far funzionare al meglio le nostre istituzioni. Questo esigerà da tutti i responsabili uno spirito di conciliazione, di buona volontà, di tolleranza e di civismo federale. Questo io auspico con la stragrande maggioranza dei nostri concittadini, che è contraria ad ogni forma di separatismo e che non esita a farlo sapere immensamente, e me ne rallegro. Il civismo implica che ogni cittadino si senta più responsabile della democrazia parlamentare ed esige che ognuno si preoccupi di più del bene pubblico. La disaffezione verso la politica è sterile e comporta pericoli per le nostre istituzioni: abbiamo visto negli anni Trenta a quali derive può portare. Una delle nostre preoccupazioni sarà quindi quella di promuovere un sentimento civico responsabile per cui le donne e gli uomini del nostro Paese si interessino in maniera costruttiva dei grandi problemi della nostra società. La riforma dello Stato è stata votata, ora è indispensabile che possa regnare una pace comunitaria duratura e che noi possiamo unire i nostri sforzi per far fronte, insieme, ad altre sfide che ci aspettano. Penso soprattutto al lavoro, alla sicurezza, all’insegnamento e alla costruzione europea» (26).

Note

1) M. Vegetti (ed.), Opere di Ippocrate, UTET, Torino 1965; p. 394.
2) Sul problema dell’aborto nell’antichità si può vedere il testo di E. Nardi, Procurato aborto nel mondo greco romano, Giuffrè, Milano 1971.
3) Per esposizione si intendeva l’abbandono dei figli non desiderati, che venivano appunto “esposti” in un particolare luogo; la loro sopravvivenza dipendeva solamente dal fatto che qualcuno li prendesse con sé, di solito per farne degli schiavi.
4) E. Nardi, Procurato aborto nel mondo greco romano, cit., pp. 124-125.
5) Questa parte della lettera a tutto l’Episcopato è riportata anche in Evangelium vitae, 5.
6) Catechismo della Chiesa Cattolica), Libreria Eclittice Vaticana, Città del Vaticano 1992, n. 2270.
7) Ibid.,11.2271.
8) Ibid.,n.2272.
9) Ibid., n.2273.
10) Evangelium vitae, 62.
11) Ibid., 63.
12) Ibid.
13) Ibid., 70.
14) Ibid.
15) «Corriere della Sera», 8 maggio 1981.
16) Ibid.
17) «L’Espresso», 17 aprile 1988.
18) Dichiarazioni rilasciate alla Radio Vaticana il 26 aprile 1995, riportate poi dal mensile «Sì alla Vita», giugno 1995. Cf. anche «Avvenire», 30 aprile 1995 e 5 luglio 1995; «la Repubblica», 27 e 28 aprile 1995.

19) Tutte queste citazioni sono tratte dal libro di Alfredo Carlo Moro, I diritti inattuati del minore, La Scuola, Brescia 1983, pp. 81ss.
20) Su questo aspetto dell’aborto inteso come problema relativo ai diritti umani e non alla fede cf. A. Palini, Aborto dibattito sempre aperto, Città Nuova, Roma 1992. Interessante la prefazione a questo volume del prof. Adriano Bausola.
21) La lettera di re Baldovino è riportata nel testo di M. Schooyans, Aborto e politica. Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1991, pp. 65-67. Per approfondire le problematiche relative al tema dell’aborto cf. A. Patini, Aborto dibattito sempre aperto, cit.; G. Gatta, Aborto una storia dimenticata, Pragma, Bologna 1997; P.G. Liverani, Dizionario dell’antilingua, Ares, Milano 1993; J. Lejeune, Il messaggio della vita, Cantagalli, Siena 2002.
22) «II Giorno», 5 aprile 1990.
23) «Corriere della Sera», 8 aprile 1990.
24) A. Solgenitsin, Le déclin du courage (discorso di Harvard, giugno 1978), ed. du Seuil, Paris 1978.
23) L.J. Suenens, Re Baldovino. Una vita che ci parla, Società Editrice Internazionale, Torino 1995, p. 89.
26) Ibid., p.80.
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