Giudizio corretto, obiezione legittima

obiez_coscienzaAvvenire, “è vita”, 10 aprile 2008

È giusto seguire sempre la propria coscienza, anche quando è nell’errore? È giusto solo quando l’ignoranza che genera lo sbaglio è invincibile e incolpevole È sempre necessario formare la propria ‘guida interiore’ perché arrivi a formulare un giudizio retto. E senza scorciatoie.

di Giacomo Samek Lodovici

La questione dell’obiezione di coscienza andrebbe esaminata, oltre che dal punto di vista giuridico e scientifico, anche da quello etico. Che cos’è infatti – e prima di tutto – la coscienza? È la ragione nell’atto di giudicare moralmente un’azione che sto per compiere, che sto compiendo o che ho già compiuto.

Essa si esercita in concreto e concerne un’azione particolare, perciò è diversa dalla conoscenza morale e dalla scienza morale (o etica), che valutano un’azione in astratto. Ora, il giudizio morale formulato dalla coscienza può essere giusto o sbagliato e questo secondo caso si dà quando io valuto erroneamente un’azione e la mia ragione ignora la verità sul valore/disvalore morale dell’azione.

Tale ignoranza può essere di quattro tipi. Nel primo caso la chiamerei ‘vincibile-con dubbi’: è quando sono in dubbio circa la moralità dell’azione; nel secondo caso ‘invincibile-senza dubbi’, quando cioè non ho alcun dubbio; nel terzo caso ‘colpevole’, in quanto risulta da una colpa.

Qui va aperta una parentesi. Nel caso, infatti, l’ignoranza sia ‘colpevole’ può essere un’ignoranza: ‘voluta’, quando per non avere remore morali non voglio sapere se l’atto che sto compiendo è moralmente buono/cattivo (per esempio, scelgo di non sapere se un atto di ricettazione è buono/cattivo); ‘dovuta a negligenza’, cioè dovuta all’omissione del dovere di informarsi circa i principi morali e le leggi giuridiche generali, circa le conoscenze della mia professione (per esempio, ignoro come costruire un ponte, che crolla perché non ho studiato meccanica razionale, pur essendo ingegnere); o ‘dovuta a voluntarium in causa’, quando io voglio ciò che causa l’ignoranza (per esempio voglio ubriacarmi e perdo l’uso della ragione). Infine, e veniamo al quarto tipo di ignoranza della ragione, quella ‘incolpevole’: quando non risulta da una colpa o da una negligenza (per esempio, sono molto malato e le mie facoltà cognitive sono alterate).

Veniamo ora a una riflessione più complessa: quando ignoro che un’azione è cattiva e la compio, quell’ignoranza circa la moralità di un’azione toglie la colpa morale? Qui bisogna distinguere. L’ignoranza ‘incolpevole’ ed ‘invincibile-senza dubbi’ scusa, cioè toglie la colpa morale di un atto moralmente sbagliato (per esempio: dico con tutta certezza una cosa falsa pensando che sia vera e la mia ignoranza non è dovuta ad una mia mancanza; scrivo in buona fede una cosa falsa in un articolo, ho fatto diligenti ricerche, ma sono stato ingannato).

L’ignoranza ‘vincibile-con dubbi’ (non importa che sia colpevole o incolpevole) può attenuare la colpa morale, ma non la toglie se non ho cercato di dissipare i dubbi. Infatti, io ho il dovere morale di cercare di dissiparli e solo dopo posso agire (ad esempio, se non conosco con certezza lo status dell’embrione non devo ucciderlo, perché non devo rischiare di uccidere un uomo, così come, se sono contro l’aborto e non conosco che effetti avrà su una paziente la pillola del giorno dopo – è il caso alla ribalta delle cronache degli ultimi giorni – non devo prescriverla, perché non devo rischiare che essa abbia effetti abortivi).

L’ignoranza ‘colpevole voluta’ aggrava la colpevolezza morale. L’ignoranza ‘colpevole dovuta a negligenza’ e l’ignoranza ‘colpevole dovuta a voluntarium in causa’ attenuano la colpevolezza morale senza toglierla.

L’ultima questione: dobbiamo sempre seguire la coscienza? La coscienza che mi dice che un’azione è buona/malvagia mi obbliga sempre, devo sempre agire come essa mi dice, come hanno fatto giustamente i medici pisani, chiunque sia chi mi dice di agire diversamente.

Newman, che pure era un cardinale, diceva: «Se dovessi scegliere tra un brindisi al Papa e uno al primato della coscienza, io lo farei alla coscienza!». La devo seguire anche se è in errore (ignorante): se la coscienza, cioè, mi dice che un’azione è malvagia, devo seguirla anche se essa si sta sbagliando. Infatti, io ignoro che si sta sbagliando; quindi, se non la seguo, compio un’azione che penso che sia malvagia.

Si tenga qui presente un unico limite, però: se è vero che devo seguire la coscienza erronea, essa tuttavia mi scusa moralmente solo quando l’ignoranza è ‘invincibile’ ed ‘incolpevole’. Devo sempre, cioè, cercare di formarla in modo che formuli un giudizio retto, come quello dei due medici toscani.

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