Libertà religiosa: le mille cautele con cui la Chiesa osa finalmente pronunciarsi

religione_libertàIl Foglio, 21 febbraio 2006

Le condanne più dure delle aggressioni vengono dai missionari

M.C.

Milano. Una quindicina di morti, tra cui un sacerdote, e quattro chiese bruciate la mattina di sabato a Maiduguri, stato di Borno, nordest della Nigeria. Due chiese saccheggiate nel pomeriggio di domenica a Sukkur, provincia del Sindh, Sud del Pakistan.

Per la Chiesa cattolica lo scorso weekend è stato scandito da veri e propri bollettini di guerra. Tanto che in molti si aspettavano che Benedetto XVI avrebbe approfittato dell’Angelus di domenica per tornare sull’argomento della libertà religiosa conculcata, o per fare riferimento diretto ai gravi fatti nigeriani. Papa Ratzinger ha preferito non farlo, probabilmente anche per coerenza al suo personale modo di affrontare l’appuntamento domenicale con i fedeli.

A differenza del suo predecessore, che si permetteva spesso incursioni “a braccio” nella cronaca, Benedetto XVI dedica di solito l’Angelus a una breve esegesi delle scritture domenicali. L’assenza di una immediata presa di posizione della Santa Sede ha forse conferito maggiore enfasi all’uscita, sui giornali di ieri, di due interviste a due influenti prelati che più opposte non avrebbero potuto apparire.

Intervistato dal Corriere della Sera, monsignor Rino Fisichella, numero due di Camillo Ruini nella diocesi di Roma e rettore dell’Università Lateranense, denunciava come “inaccettabile l’attuale silenzio degli stati e degli organismi internazionali”, sulle violenze in corso che non “sono solo contro i cristiani, ma contro la libertà di tutti”.

Tanto più in questi giorni “in cui si evidenzia la difficoltà che incontrano le società musulmane ad accettare il principio della libertà religiosa, che per noi è acquisito”. Sulla Stampa, il cardinale di Genova, Tarcisio Bertone, se ne usciva con parole che suonavano parecchio lontane: “Abbassiamo i toni, abbassiamo i profili, non enfatizziamo…

Questo è il momento in cui bisogna pensare, non fare gesti inconsulti”. E ancora: “Dobbiamo costruire ponti soprattutto in questo contesto internazionale”. L’impressione che può sorgere, davanti a dichiarazioni del genere, è quella di una Chiesa divisa al suo interno sulla diagnosi e sulle cure richieste dal rapporto sempre più difficile con l’islam.

La differenza di vedute è reale, e difficilmente mascherabile, tanto ai livelli alti della gerachia che nei diversi ambiti ecclesiali, sulle strade da percorrere. Ma sarebbe sbagliato ignorare che dal Vaticano, vengono indicazioni precise. Infatti Benedetto XVI ha scelto la giornata di ieri per intervenire sul tema. Al suo solito, in modo indiretto eppure puntuale, pacato e allo stesso tempo intransigente.

Ricevendo il nuovo ambasciatore del Marocco presso la Santa Sede, il Papa ha detto che “l’intolleranza e la violenza non possono mai giustificarsi come risposte alle offese, perché non sono risposte compatibili con i principi sacri della religione”. Che non fosse un discorso di routine, lo conferma il fatto che l’Osservatore Romano titolasse ieri sera a tutta prima pagina sulle parole del Papa: “Non si possono che deplorare le azioni di coloro che approfittano deliberatamente delle offese causate ai sentimenti religiosi per fomentare azioni violente tanto più che ciò viene fatto a fini estranei alla religione”.

Un passaggio appare particolarmente importante, e inedito: “La sola via che può condurre alla pace e alla fraternità è quella del rispetto delle convinzioni e delle pratiche religiose altrui, in modo tale che, in modo reciproco in tutte le società, sia possibile assicurare per ciascuno l’esercizio della propria religione liberamente scelta”.

Non è consueto che un Papa faccia uso, tanto più parlando a un diplomatico islamico, del concetto di “reciprocità”. La diplomazia della Santa Sede ha sempre privilegiato le ragioni di opportunità (la difesa dei cristiani in paesi ostili, in primis). Ma ci sono anche motivi di carattere più generale.

Monsignor Michael Fitzgerald, fino a qualche giorno fa presidente del Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso (e ora destinato come nunzio in Egit to), ripeteva che “un conto è chiedere il diritto alla libertà di coscienza”, ma che la Santa Sede ha rapporti con tanti stati ma non pone la condizione della libertà religiosa”.

Un punto di vista tradizionalmente condiviso, in Italia, anche dai politici cattolici. Interessante in proposito la risposta data a Radio Vaticana il 7 febbraio scorso dal ministro dell’Interno Beppe Pisanu: “ Ma debbo anche riconoscere che l’azione dei governi è stata spesso troppo debole nel far valere la reciprocità e nel tutelare l’identità culturale e religiosa dell’Europa”.

La prospettiva sta cambiando? Nel posizionare la barra del timone della Chiesa contano vari fattori, non ultimo il parere dei responsabili delle chiese locali, spesso i più sensibili a mantenere i già ristretti margini di convivenza per le loro comunità. Ma ieri la Chiesa del Pakistan ha condannato ufficialmente i fatti di Sukkur, come una “terribile violazione della legge”, denunciando apertamente l’incapacità del governo di fermare l’abuso della religione verificatosi ieri in Pakistan”.

E non è la prima volta che le chiese “missionarie” trovano il coraggio di uscire allo scoperto in difesa della libertà di tutti. Sul ruolo degli stati europei punta invece padre Bernardo Cervellera, direttore di Asianews: “Credo che, se ci fosse vera attenzione ai problemi e alle persecuzioni nei paesi islamici, dovrebbero essere gli stati e i governi dei paesi che si dicono cristiani a intervenire, più ancora che il Vaticano.

Esattamente come ottengono accordi e rispetto per il loro knowhow tecnologico, i loro interessi economici in questi pae si, ugualmente dovrebbero far di più per ottenere il rispetto per i loro cittadini e per la religione che rappresentano”. Un tema del resto già sollevato in passato dal cardinale Giacomo Biffi: “Lo stato se è davvero interessato a promuovere le libertà umane faccia laicamente quello che la Chiesa non può fare: adottare il ‘piccolo strumento’ della reciprocità come pressione sull’islam”.

Che il tema non sia un tabù nella Chiesa lo dimostra il discorso alla città che il cardinale Carlo Maria Martini tenne per il Sant’Ambrogio del 1990, quando disse: “Noi auspichiamo rapporti di uguaglianza e fraternità e insistiamo e insisteremo perché a tali rapporti si conformi anche il costume e il diritto vigente nei paesi musulmani riguardo ai cristiani, perché si abbia una giusta reciprocità”.

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