Scomparso lo scrittore Chinghiz Ajtmatov

Chinghiz Ajtmatov

Chinghiz Ajtmatov

Il Sole 24 Ore.com 12 giugno 2008

di Piero SinattiI

I rappresentanti ufficiali della cultura dei paesi di lingua turca l’avevano proposto, un mese fa , per il Nobel della letteratura, ma giunto alla soglia dei suoi ottant’anni, il grande scrittore kyrgyzo Chingiz Ajtmatov non ce l’ha fatta ad attendere il riconoscimento che la sua opera di narratore, quasi cinquantennale, meritava. Per complicazioni a una grave malattia che curava in una clinica di Norinberga, il 10 giugno scorso è scomparso.

Un destino singolare

Nato nel 1928 nello sperduto “kishlak” (villaggio) kyrgyzo di Seker, il padre fucilato durante le Grandi Purghe staliniane, dopo essersi diplomato a Frunze (ora Bishkek) in agraria e veterinaria, a metà degli anni Cinquanta del XX secolo era ammesso all’Istituto superiore di letteratura di Mosca e si affermava nei tre decenni successivi come uno dei massimi narratori sovietici, tradotto in oltre 100 lingue: tra cui l’italiano per merito, soprattutto, dell’editore milanese Mursia e del russista Eridano Bazzarelli. Assieme ad altri (grandi) scrittori di lui meno noti – tra cui l’abkhazo Fazil Iskander – Ajtamatov ha rappresentato il multiculturalismo e bilinguismo tipici della letteratura sovietica, rapidamente scomparsi con la fine dell’Urss.

Nonostante i numerosissimi alti riconoscimenti e le altissime tirature, in patria come all’estero, scrittore perfettamente bilingue (in russo e kyrgyzo), Ajtmatov è stato lasciato fuori dal fondamentale dizionario “Scrittori russi del XX secolo” (edito nel 2000). Brutto segno di tempi dominati da angusti nazionalismi.

Ajtmatov apparteneva legittimamente alla grande tradizione letteraria russa (per le influenze che su di lui esercitarono Leskov, Tolstoj Cechov, Privshin). Eppure, alla sua morte, la Russia ha riservato poca attenzione (a parte i messaggi di cordoglio di Medvedev e Putin). Mentre ha ignorato l’evento l’Occidente. Non così, per fortuna, è stato nei paesi di lingua turanica, specie in Turchia, dove Ajtmatov è considerato alla stregua di uno scrittore turco.

La “terza via” di Ajtmatov

Il kyrgyzo Ajtmatov aveva arricchito la lingua e la letteratura russe di voci, nomi, leggende del folklore e della ricca letteratura kyrgyza (restata orale fino all’era sovietica). Con frequenti incursioni nell’affine Kazakhstan.

I suoi numerosi racconti e romanzi, a cominciare dal primo, “Dzamilja”, pubblicato nel 1959, sono ambientati nelle steppe e nelle montagne centroasiatiche tra Kyrgyzstan e Kazakhstan. Per il loro contenuto e stile sono fuori dal realismo socialista, con cui però hanno convissuto, subendo anche critiche e conflitti. Tuttavia, non appartengono neppure alla letteratura russa “del dissenso”, così schierata nel suo antisovietismo e anticomunismo militanti.

Ajtmatov, come notava tanti anni fa Gigliola Venturi, appartiene a una sorta di “terza via” letteraria, tollerata e pubblicata e anche premiata in Urss. Si veda, ad esempio, la corrente dei cosiddetti scrittori “campagnoli” russi come Rasputin, Mozhaev e altri).

Tuttavia, questa “terza via” in Occidente è restata oscurata (specie sotto il profilo politico mediatico), dal prevalere della letteratura del dissenso, finendo con il restarne schiacciata. Ingiustamente.

All’Ovest e tra i dissidenti Ajtmatov fu considerato “opposizione di Sua Maestà”, anche per la sua partecipazione a importanti istituzioni ufficiali.

L’opera di Ajtmatov

Si tratta di un giudizio ingiusto. Ajtmatov è un grande scrittore, che ha reso universali vicende, luoghi e personaggi del suo Kyrgyzstan, grazie non solo a una scrittura di rara intensità lirica, ma anche alla straordinaria capacità di creare metafore e simboli significativi e di riflettere profondamente su una serie di temi che, se furono cruciali per l’Urss, lo sono anche per i nostri anni. Ha rappresentato, infatti, il conflitto tra bene e male.

Tra natura da una parte e civilizzazione e progresso tecnologico dall’altra. Tra disperato ancoraggio alla tradizione e ineluttabile senso di sradicamento e spaesamento.

Nei suoi principali “povesti”, o racconti lunghi, da “Addio, Gul’sary” (1966) a “Il battello bianco” (1970), e nei suoi due maggiori romanzi, da “Il giorno che durò più di un secolo” (1980) a “Il patibolo” (1988), emerge una visione del mondo ben lontana dall'”ottimismo real-socialista”, dalla fiducia nel “futuro radioso” promesso dal socialismo reale.

Ajtmatov condivide, come alcuni suoi umili-grandi personaggi (tra cui spicca il vecchio ferroviere Edigej de “il giorno che durò più di un secolo”), l’etica del lavoro onesto, del dovere, del rispetto nei confronti dell’uomo e della natura, della solidarietà e dell’uguaglianza. Tutti valori che avrebbero dovuto permeare la società socialista, ma che sono ben lontani dal realizzarsi.

Il bene soccombe di fronte al male e alla sopraffazione, la generosità di fronte all’umana cupidigia e grettezza. La natura, che egli rappresenta con grande intensità poetica, ritraendola soprattutto negli animali co-protagonisti dei suoi racconti e romanzi, cede di fronte agli assalti implacabili della civilizzazione che sradica e aliena. Mentre la fantasia, l’immaginazione, il mito, la fiaba sono sconfitte davanti alla trivialità dell’esistenza quotidiana.

Gli oppressi, gli umili, i buoni (il vecchio pastore Mamun e il nipote che si getta, affogando, nel torrente per andare incontro come pesce alle acque del lago Issyk Kul e al suo mitico battello bianco) sono vittime dei più forti, dei senza scrupoli, dei burocrati ottusi.

Questi temi dominano nella narrativa di Ajtmatov, assieme a quello della catastrofe ecologica, descritta soprattutto ne “Il patibolo”, in cui lo scrittore affronta il tema, allora proibito, della droga (l'”anasha” delle steppe centro-asiatiche). Non solo, ma lo scrittore avverte un nuovo e più grave pericolo che incombe sull’umanità: la nascita di un uomo nuovo, il “mankurt”, termine presto divenuto proverbiale, con cui egli designa l’uomo privato della memoria e della coscienza, ridotto schiavo e passivo esecutore della volontà altrui, sradicato dalla sua tradizione, dalle sue radici (“Il giorno che durò più di un secolo”). Ajtmatov ci appare ora scrittore più attuale di quanto non lo fosse ieri, ben oltre l’Urss e la sua settantennale esistenza storica.

Crollata l’Urss, purtroppo, è declinata anche la sua vena creativa. Ajtmatov è stato come inaridito dai compiti politici e diplomatici che il suo Kyrgyzstan gli ha affidato, fino a un anno fa. La sua opera, per fortuna, resta viva e molto può dire al nostro cuore e alla nostra mente. E può ancora insegnarci molto.

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