In memoria di Romas Kalanta: i “fuochi” della libertà

Romas_Kalanta

Romas Kalanta

Sicilia cristiana 19 dicembre 2012

di Guido Verna

1. Poco più di quarant’anni fa si compiva il sacrificio di Romas Kalanta, il diciannovenne cattolico lituano che il 14 maggio 1972 bruciò la sua giovane vita. Lungo il viale della Libertà di Kaunas, si fece avvolgere dalle fiamme affinché quei bagliori potessero aiutare il miope occidente a “vedere” finalmente — foss’anche solo un po’ — le catene che dolorosamente serravano la sua patria.

«”Libertà alla religione, libertà alla Lituania, fuori i russi!”» (1) furono le ultime parole di questo eroico ragazzo, a cui purtroppo non è toccata la “fama” che ha accompagnato e accompagna il ricordo di Jan Palach, che, come lui e prima di lui, a ventun’anni, il 16 gennaio 1969, si era lasciato bruciare ai piedi della scalinata del Museo Nazionale in Piazza San Venceslao a Praga, a simboleggiare tragicamente la fine di “quella” Primavera. Jan Palach — che ebbe anche il tempo di parlare un’ultima volta, in una struggente intervista “finale” (2) — morì in ospedale tre giorni dopo, il 19 gennaio, «[…] tra lo sgomento, la rabbia e il dolore di tutto il mondo libero. Ai suoi funerali, sfidando il regime, parteciparono non meno di 600.000 persone e per lunghi giorni la sua salma fu esposta nei locali dell’università praghese dove studiava, visitata notte e giorno da folle provenienti da tutto il Paese. In pochissimo tempo, la sua figura divenne così l’emblema universale della lotta contro l’oppressione comunista» (3).

Da parte sua, Romas Kalanta divenne il simbolo della resistenza lituana a tale oppressione. Le fiamme che lo avvolsero colpirono profondamente «la popolazione [che] restò scossa e commossa da questa tragica protesta contro la violazione dei diritti umani e la spietata politica del governo sovietico nei riguardi della nazionalità» (4).

Jan Palach

Jan Palach

Come quelli di Palach, anche i funerali di Romas costituirono un grave problema per i “governanti”, che ne vietarono lo svolgimento, senza riuscire però a soffocare «[…] una dimostrazione generale di popolo che chiedeva la libertà nazionale e religiosa» (p.149). «Per due giorni […] [l’ultimo] grido [di Romas prima ricordato, sulla libertà della religione e della patria] venne ripetuto da migliaia di persone nelle strade lituane, finché venne soffocato dall’esercito sovietico. Il giorno seguente altre 4 persone imitarono il gesto disperato di Kalanta; poi si ristabilì ancora la “calma”» (5).

Quel corpo bruciato diventò per il regime comunista una specie di ossessione, il fantasma del nemico che continuamente riappariva ad agitare i suoi sonni. Un anno dopo, a Kaunas, «all’approssimarsi del tragico anniversario […] si avvertì una certa inquietudine, [con] le strade […] piene di milizia e di agenti ausiliari, [con il] parco [in cui] vigilavano continuamente gli agenti della sicurezza, [e con l’ordine imposto] […] agli studenti di non circolare il 14 maggio lungo il viale della Libertà» (p.255).

Poi, nel giorno dell’anniversario, quella “certa inquietudine” crebbe fino a diventare «[…] aria di stato d’assedio» (p.287). I miliziani avevano debordato dal viale della Libertà e si erano sparsi per tutta Kaunas, «[…] ben forniti di sfollagente e di apparecchi radio rice-trasmittenti» (8) (p.288) e sostenuti — per il mantenimento dell’ordine — «[…] anche [da]i funzionari di vari uffici e [da]gli insegnanti delle scuole» (Ibid.). Alla folla convenuta non fu permesso di raggrupparsi e «[…] tutte le persone che avevano osato deporre fiori sulla tomba di R. Kalanta o nel luogo del suo sacrificio vennero arrestate» (Ibid.). Comunque, malgrado i tanti ostacoli — anche semplicemente “burocratici” e “scolastici” (lezioni dalle 8 di mattina alle 10 di sera; divieti agli studenti di fare acquisti e di recarsi in viale della Libertà) — «la gioventù di Kaunas si radunò nel corso centrale per una breve commemorazione dell’anniversario […] senza [che accadessero] seri incidenti» (Ibid.).

Il fantasma si insinuava ovunque. Il 27 marzo 1973, fu condotta una grande operazione di polizia contro studiosi di etnologia. Ne furono fermati oltre 100, a Vilnius, Kaunas e Riga, per interrogarli — fra l’altro — «[…] sugli umori della gioventù, sulla raccolta della documentazione relativa al periodo della guerriglia condotta dai “Fratelli della foresta” [partigiani lituani, che per molti anni dopo il 1944 sostennero la guerriglia contro l’invasore sovietico, ndr], sulla divulgazione di manifesti, — ed ecco il fantasma materializzarsi — sull’organizzazione della commemorazione dell’anniversario di Kalanta» (p.427).

Durante la perquisizione della casa di Janina Lumbiené, di Kaunas, il fantasma si intrufolò — per fungere da capo d’accusa — in un quaderno con qualche poesia su lui stesso (p.384).

Altrove entrò per essere assunto come elemento probatorio determinante; fu il caso dello studente cattolico Zenonas Mištautas, che — essendosi rifiutato «[…] di tenere una conferenza ateistica agli operai [— era stato] privato della borsa di studio in quanto non adempiva agli “obblighi sociali“» (p.440) e sanzionato con un tre in condotta che procrastinava di un anno il conseguimento del suo diploma.  Zenonas si rivolse prima al Direttore e poi al Ministro per l’istruzione superiore, che però lasciò in vigore la deliberazione punitiva assunta perché informato che «[…] Z. Mištautas era un credente, che tempo prima aveva portato una croce sul monte di Meškuičiai in onore di Kalanta» (Ibid.).

Un’altra volta il fantasma si insinuò nella ingenua domanda di un alunno della scuola media di Akmené. La sua classe, nell’estate del 1973, era in gita a Kaunas, quando, attraversando il parco, quell’alunno chiese dove fosse il posto preciso in cui Romas si era bruciato vivo. «Immediatamente al gruppo degli studenti si avvicinò un agente della sicurezza il quale chiese cosa cercassero. “Il posto dove è morto Kalanta” spiegò lo studente» (p.447). L’agente annotò il nome dell’insegnante, che qualche giorno dopo fu inesorabilmente costretta a dimettersi.

La motivazione ridicola con cui fu licenziata — «si era recata nella toilette esistente nel giardino dove si diede fuoco Romas Kalanta» (6) — è riportata nel bellissimo discorso di autodifesa di Nijolé Sadunaité, a sua volta arrestata e processata per «agitazione antisovietica e propaganda» perché trovata in possesso di una macchina da scrivere e di alcuni numeri della Cronaca della Chiesa Cattolica in Lituania (LKB Kronika, ndr) (7).

Il fantasma accompagnò il 13 maggio 1973 anche la gita di nove studenti dell’Università di Vilnius, durante la quale avevano previsto di visitare — tra l’altro — anche il monumento al sovrano lituano Vytautas il Grande (1352-1430), eretto a Perloja. Vi deposero dei fiori, senza canti o discorsi. «Li aveva però seguiti un agente della Sicurezza che per telefono ne chiamò altri e la milizia» (8). Furono fermati e interrogati. Tre di essi furono severamente puniti. Anzitutto furono espulsi dal Komsomol «[…] per “violazione della disciplina comunista” e uno di loro […] anche per “instabilità ideologica” (durante la perquisizione gli era stato trovato un libro di preghiere)» (9). Infine, furono espulsi dall’Università, «[…] per “rozza violazione della disciplina” […] [con l’accusa] di aver portato i fiori al monumento di Vytautas senza alcun motivo, […] ciò [che] costituiva, secondo la direzione dell’Università, una commemorazione mascherata [— ecco il fantasma che ritorna! —] dell’anniversario di Kalanta»(10).

Vytautas Vičiulis2. Ma il ricordo di Romas Kalanta fa riemergere altri tragici “fuochi” per la libertà.

Il silenzio che ha avvolto la sua figura è, per esempio, lo stesso che ha condannato alla dimenticanza totale anche il suo connazionale Vytautas Vičiulis, un pittore e restauratore di Klaipeda, che, a 38 anni, il 3 marzo 1989 — solo qualche mese prima di quel fatale 9 novembre in cui il Muro cessò di dividere l’Est dall’Ovest —, si arse vivo nella sua città, avvolto nella bandiera nazionale e vicino al monumento di Lenin, per protestare contro i sovietici che occupavano ancora la sua patria. Morì il giorno dopo in ospedale, per le gravissime ustioni.

Ryszard Siwiec

Ryszard Siwiec

Il ricordo di Romas dirada anche le nebbie cha hanno nascosto Ryszard Siwiec, il contabile polacco padre di 5 figli che, a 59 anni, l’8 settembre 1968, si bruciò a Varsavia per protestare contro l’invasione sovietica della Cecoslovacchia, con un tragico gesto, studiato perché avesse la massima visibilità. Lo compì, infatti, nel giorno della Festa nazionale del Raccolto, nel grande spettacolo propagandistico previsto allo Stadio Dziesieciolecia, di fronte a 100.000 spettatori, alla nomenklatura e ai diplomatici stranieri, dopo aver lasciato scritti e registrati i motivi più profondi che ne erano alla base: la sua repulsione per il Patto di Varsavia e per l’invasione comunista della Polonia. Finì la sua vita, nell’ospedale in cui era stato ricoverato, quattro giorni dopo, il 12 settembre.

Ovviamente — secondo collaudata e classica prassi sovietica — fu liquidato dal regime come un “malato mentale”. La memoria di Siwiec si è riaccesa per un po’ nel 1999 con il film documentario Ascolta il mio grido che ha vinto l’European Film Awards, il premio come miglior documentario dell’anno. Ha ricevuto onori postumi da Vaclev Havel, presidente della Repubblica ceca nel 2001 e da Ivan Gašparovič presidente della Slovacchia, nel 2006. Nel 2003 anche la sua Polonia provò a rendergli onore, ma attraverso un Presidente “sbagliato”, Aleksander Kwasniewski, con un passato comunista così rilevante che la famiglia Siwiec ritenne non dimenticabile, rifiutando perciò di accettare il premio.

Jan Zajíc

Jan Zajíc

Ancora: il ricordo di Romas permette di vincere l’oblio — in questo caso un po’ minore rispetto agli altri — toccato a Jan Zajíc, un amico di Jan Palach,che a 19 anni, il 25 febbraio 1969, un mese dopo, nella stessa piazza, si lasciò ardere come lui, nel giorno del 21° anniversario del colpo di stato comunista. Era arrivato a Praga con tre amici, portando con sé lettere e volantini per mettere in guardia i suoi connazionali verso quella “normalizzazione” figlia dei carri armati sovietici e per incitarli alla lotta contro l’invasore.

Dopo aver affidato agli amici il materiale di propaganda, entrò nel portone al n.39 di piazza San Venceslao, si cosparse di liquido infiammabile e si diede fuoco. Lasciò questo scritto per la sua famiglia: «Mamma, papà, fratello e sorellina! Quando leggerete questa lettera sarò già morto o molto vicino alla morte. So quale profonda ferita provocherò in voi con questo mio gesto, ma non preoccupatevi per me. […] Non lo faccio perché sono stanco della vita, ma proprio perché la apprezzo. E la mia azione ne è forse la migliore garanzia. Conosco il valore della vita e so che è ciò che abbiamo di più caro. Ma io desidero molto per voi e per tutti, perciò devo pagare molto. […] Non lasciate che mi considerino un pazzo. Salutate i ragazzi, il fiume e la foresta». Il ricordo del grande funerale praghese di Jan Palach preoccupò talmente tanto la polizia di stato da vietarne uno analogo per il povero Zajíc, che fu inumato nella sua città natale di Vítkov.

Evžen Plocek

Evžen Plocek

Infine, il ricordo di Romas riporta sulla superficie della storia degna di memoria anche la figura dell’operaio Evžen Plocek, di Jihlava. A 26 anni, nel 1955, Evžen era già nel Partito comunista, diventando poi anche presidente del Movimento sindacale rivoluzionario. Nel 1968, quando ad agosto i carri armati del Patto di Varsavia invadevano Praga, era cresciuto anche professionalmente, fino a diventare vicedirettore dell’opificio meccanico in cui lavorava. Gli piaceva il tepore di “quella” Primavera metaforica e perciò la delusione per il ritorno del gelo sovietico fu per lui terribile. E il 4 aprile 1969, Venerdì santo — due mesi dopo Jan Palach e un mese dopo Jan Zajíc — andò nella piazza della sua città e come loro si dette fuoco.

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(1) Ulisse A.(lessio) Floridi, Mosca e il Vaticano, La Casa di Matriona, Milano 1976, p.263.

(2) in  http://www.youtube.com/watch?v=cXe_z96pb4k.

(3) Omar Ebrahime, Romas Kalanta, lo Jan Palach cattolico, Il Corriere del Sud, 6 gennaio 2012 in http://www.corrieredelsud.it/nsite/home/cultura/7596-romas-kalanta-lo-jan-palach-cattolico.html

Si tratta, peraltro, di uno dei pochissimi articoli che nel 2012, in occasione del quarantennale della sua morte, ha ricordato Kalanta.

(4) Cronaca della Chiesa Cattolica in Lituania, fascic. 11-20, La Casa di Matriona, Milano 1976,p.149

Tutte le citazioni indicate con il solo numero di pagina sono tratte da questa fonte.

(5) U.Floridi, ibidem.

(6) Cronaca della Chiesa Cattolica in Lituania, fascic. 1-10, La Casa di Matriona, Milano 1979. p.288.

(7) Ibidem, p.62

(8) Ibidem, p.282

(9) Ibidem.

(10) Ibidem.

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