La piatta Terra

terra-piattaLa Roccia n.4 luglio-agosto 2015

Esisteva la scienza nel Medioevo? La Chiesa, ostacolo o incentivo per il progredire della scienza? Scienza e fede sono compatibili? Proviamo a indagare.

Marco Respinti

Sin dai primi anni della scuola veniamo forzati a pensare che tra scienza e fede (cattolica) vi sia incompatibilità strutturale. Dunque che il “Medioevo” (espressione di origine illuministica e di natura denigratoria per indicare la cristianità romano-germanica) sia stato solo ignoranza e stagnazione, e la scienza frutto improvviso di una “rivoluzione” scatenatasi nel Cinquecento “laico”

Quel che i medievali non pensavano

Non è così: questa tesi è stata studiata a tavolino (nella sua formula più recente e attuale) da due statunitensi dell’Ottocento, il fisico John William Draper (1811-1882) e il diplomatico Andrew Dickson White (1832-1918), che ai medievali hanno messo in bocca ciò che i medievali mai si sono sognati neanche d’immaginare: dal fatto che la Terra fosse piatta (e i medievali non lo hanno mai pensato) al fatto che, per orrore del sangue umano, la gente venisse lasciata morire per le strade e la medicina, e non meno la chirurgia, fosse considerata più o meno stregoneria da evitare e condannare (e i medievali non hanno pensato nemmeno questo).

Gli studi a confutazione abbondano oramai da decenni e in diverse lingue, tra cui talvolta anche l’italiano. Basti pensare al medievista statunitense Lynn T. White Jr. (1907-1987) e alla specialista francese Régine Pernoud (1909-1998), che saggiamente ammoniva di scrivere “Medioevo” sempre tra virgolette) al fisico e sacerdote benedettino ungherese-americano Stanley L. Jaki (1924-2009) e allo storico francese della tecnologia Jean Gimpel (1918-1996), ai coniugi medievalisti statunitensi Francés Gies (1915-2013) e Joseph Gies (1916-2006), al vivente Rodney Stark e anche al bel libro Medioevo sul naso. Occhiali, bottoni e altre invenzioni medievali pubblicato per la prima volta nel 2001 dall’accademica italiana Chiara Frugoni.

Una piccola grande sintesi di questa apologia della verità storica è il volume dello studioso inglese James Hannam, La genesi della scienza. Come il Medioevo cristiano ha posto le basi della scienza moderna, in una edizione italiana curata da Maurizio Brunetti (D’Ettoris, 2015). Fisico all’Università di Oxford nel 1993, dottore di ricerca in storia e filosofia della scienza all’Università di Cambridge nel 2006, Hannam, cattolico per conversione adulta, spiega che in teoria nulla avrebbe impedito al mondo antico di raggiungere i medesimi risultati scientifici e tecnologici di un Galileo Galilei (1564-1642), ma che questo non avvenne per le diverse premesse teologiche su cui si basavano da un lato il pensiero classico antico, in specie greco, dall’altro la metafisica cristiana.

Solo Dio crea

La differenza irriducibile riguarda infatti il concetto di creazione: la chiamata all’essere delle cose dal nulla che Dio e solo Dio opera. Questo concetto, fondamentale nel cristianesimo, manca completamente nel pensiero antico (in realtà, in termini stretti e propri, manca in ogni speculazione che non sia quella cristiana), dove viene sostituito da una gamma di alternative, un po’tutte ricon­ducibili al panteismo (“tutto è Dio”, senza differenza sostanziale tra creatore e creatura) e all’emanatismo (la creazione promana per automatismo od osmosi dal creatore senza un piano e una volontà precise).

Già Stanley Jaki (che peraltro Hannam non cita) si è soffermato a lungo su questi aspetti cruciali, almeno con il suo libro Il salvatore della scienza, tradotto nella nostra lingua nel 1992. Panteismo ed emanatismo comportano una sorta di “rassegnazione” davanti a un universo in fondo inspiegabile giacché mistico-sacrale e quindi sfuggente all’indagine umana, la quale non può peraltro nemmeno spingersi troppo in là per timore superstizioso del tabù di religione.

Al contrario, la netta percezione della differenza sostanziale tra Creatore e creatura propria del cristianesimo spinge l’uomo a una sana curiosità laica verso la natura che potenzialmente non ha limiti, se non quelli posti da Dio stesso nella sua creazione. Per il cristianesimo, infatti, la natura è un oggetto finito poiché dato (dall’Essere infinito) e come tale legittimamente studiabile.

Natura e creazione

Il grande divario non è insomma tra scienza e fede, ma tra cristianesimo e resto del mondo. Le culture che non sanno raffigurarsi propriamente Dio, della natura non sanno che farsene. Il cristianesimo, invece, è la vera e unica “rivoluzione scientifica” poiché dal Creatore ha imparato che il vero nome della natura è crea­zione. I progressi che una visione decurtata e miope della storia attribuisce solo al mondo moderno (quanto più esso si fa o viene descritto come non-cristiano e anticristiano) sono in realtà di antica semina. L’effetto scenico del loro sbocciare lussureggiante nel Quattro-Cinquecento non deve ingannarci; il tronco è antico, le radici sono profonde, il terreno è cristiano.

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