Le grandi idee politiche sono sostenute da grandi princìpi religiosi (*)

religione e politicaCultura&Identità, rivista di studi conservatori Anno VII n.8 – 7 giugno 2015

 di Dale Ahlquist

Dale Ahlquist è presidente e cofondatore dell’American Chesterton Society, con sede a Minneapolis (Minnesota). Scrittore, opinionista e attivo nel campo della formazione, come Gilbert Keith Chesterton (1874-1936) si è convertito al cattolicesimo in età adulta. A Chesterton Ahlquist ha dedicato molti volumi; sul creatore di Padre Brown ha incentrato la serie televisiva che conduce, intitolata G. K. Chesterton: Apostle of the Common Sense, tuttora in programmazione sull’emittente EBTN. E del tutto naturale, quindi, che del principe del paradosso”, come fu definito Chesterton, Ahlquist adotti anche lo stile spiazzante.

Proprio perché Ahlquist spinge sul pedale del paradosso, il lettore italiano che vive in una società un tempo cattolica, secolarizzata di più e da più tempo di quella americana — sebbene gli sforzi di “europeizzazione” compiuti dal presidente Barack Hussein Obama e dalla sua Amministrazione si strano rivelando molto efficaci — dovrà quindi leggere il testo con beneficio d’inventario e, soprattutto, non scandalizzarsi dell’uso spregiudicato del vocabolo “fanatismo”, che dalle nostre parti è utilizzato come una clava per mettere alla berlina una qualunque idea religiosa che, tanto per parafrasare Richard Weaver (1910-1963). pretende di avere delle conseguenze nella vita sociale.

[Maurizio Brunetti]

Di solito non leggo il New York Times. Nessuno che sia una persona normale lo fa abitualmente. Ma una volta ogni tanto faccio un’eccezione, il che pure è una cosa normale. L’articolo che ho letto mi ha lasciato stupito, specialmente il seguente passaggio: «L’America ha avuto una grande idea politica ma una modesta idea religiosa. La visione spirituale non era ampia abbastanza per contenere il carattere largo ed eterogeneo della fratellanza che andava stabilita tra gli uomini [… ] la nazione non è sorta contrassegnata dall ‘unità filosofica, ma dalla varietà del fanatismo; con sette istituite in nome della sequela o del rifiuto di dogmi specifici, su qualcosa che non era neanche un mero giudizio privato ma addirittura un giudizio particolare» (1)

Non ho mai visto una sintesi così densa e completa dello sviluppo della storia religiosa americana che spieghi anche la sua storia culturale.

La “grande idea politica” consiste ovviamente nella democrazia e nella verità “per se stessa evidente” che tutti gli uomini sono creati uguali e che i loro diritti fondamentali derivano da Dio. Democrazia significa autonomia, capacità di governarsi da soli, che è un diritto e una responsabilità di ciascuno. Autonomia, letteralmente, significa autocontrollo, non significa fare tutto quello che si vuole, ma piuttosto avere il controllo di tutto quello che si fa. Ma il controllo non arriva da una forza esterna: arriva da te stesso.

L’essenza dell’autocontrollo è di proteggere la propria libertà e quella di tutti gli altri perché l’autocontrollo ci impedisce di calpestare i diritti di chiunque altro. E la naturale conseguenza dell’autocontrollo è il rispetto di sé, tacendo memoria della nostra dignità e di quella di chiunque altro. L’autocontrollo è uno dei frutti dello Spirito descritti da san Paolo nella lettera ai Galati (cfr. Gal 5,22-23) quin­di, una nazione di autogoverno dovrebbe essere una nazione di autocontrollo e di rispetto di sé.

Se ciò che ho appena descritto non si avvicina minimamente all’America di questi giorni, è perché la grande idea politica dei Padri Fondatori sull’auto­governo non fu accompagnata da un grande principio religioso.

Gli Stati Uniti d’America, ovviamente, non sono stati fondati come una nazione cattolica. Nacquero piuttosto come una nazione protestante che decise di non istituire una religione ufficiale nella speranza di preservare così la libertà di religione. Tutto buono e bello… finché dura. Ma il protestantesimo non è una filosofia unificante. Se è unita da qualcosa, questo è l’anticattolicesimo. Tale unione è definita dalla continuata “protesta” contro l’autorità della Chiesa cat­tolica.

Libertà di religione, se è veramente tale, deve tradursi anche in tolleranza verso il cattolicesimo; in questo modo, però, erode l’unica forma di unità della già di per sé disunita filosofia protestante, che, infatti, inizia subito a rompersi e continua a separarsi in tanti pezzi. I protestanti, una volta staccatisi dalla Chiesa cattolica, si sono poi separati gli uni dagli altri. L’America ha avuto un talento nel generare una denominazione religiosa nuova dopo l’altra. La parola “setta”, guarda caso, rimanda alla parola “sezione”, e ognuna di esse è più piccola e più ristretta delle precedenti, poiché si è separata da qualcosa di più grande e più ampio.

L’istituzione di ogni nuova denominazione trova origine in una specifica forma di fanatismo, attaccando tutto ciò che era diverso da sé, innescando continue deflagrazioni nella cultura circostante. Per esempio, i puritani attaccavano ogni forma di piacere mondano, e questo ha avuto ripercussioni lungo tutta la storia americana fino ad oggi.

Pur ritirandosi, i più entusiasti, nell’isolamento delle loro cappelle, in attesa della Seconda Venuta, essi condannavano birra e sigarette come se venissero dal demonio. Si sono estraniati, hanno eliminato qualsiasi contatto con quei sani cittadini-sale della terra che indulgono al piacere innocente della birra o delle sigarette, e con chi successivamente ha deciso di tagliare i ponti con la religione, perché identificata come istituzione il cui solo obiettivo è togliere alcool e tabacco dalla circolazione.

Ma gli attacchi più recenti contro birra e sigarette non provengono da denominazioni religiose, bensì da gruppi secolaristi. La religione è scomparsa dal quadro, è rimasto il fanatismo. E quelli che si fanno latori di questi “giudizi particolari” vogliono che gli stessi diventino universali. E così tutti i fanatismi si scontrano facendo cadere la cultura nel caos perché non è presente una filosofia unificante.

Un persistente fanatismo che pregiudica l’unità è l’idea che non si può mescolare la politica con la religione. Ma, a pensarci bene, non si può fare a meno di accostarle. Una buona idea politica può solamente essere sostenuta da un’altrettanto buona idea religiosa. La giustizia può reggersi solo se divinamente ordinata e permanente, e non sia sottomessa ai capricci umani o alle mode sociali

Implicita nell’idea che il protestantesimo non sia una filosofia unificante è l’idea che il cattolicesimo lo sia. Il cattolicesimo è la visione spirituale “per contenere il carattere largo ed eterogeneo della fratellanza” che l’America volle stabilire. Il cattolicesimo riesce a rispettare la libertà religiosa, senza consertarle di distruggere l’ordine sociale e di creare un caos culturale. Il cattolicesimo rispetta l’autorità della famiglia, ma non permetterà una sua diversa definizione.

Rispetta la vita, la libertà, la ricerca della vera felicità. Si oppone a qualsiasi attacco contro la vita e la libertà. Non rispetta la ricerca dell’infelicità. Può la Chiesa cattolica salvare quella grande idea che era l’America? Nessun altro può farlo. Nessun altro è grande abbastanza.

Tutto è scaturito da un profondo e perspicace passaggio in un articolo di giornale. E pensare che l’ho trovato sul New York Times. Ho detto che l’articolo era nell’edizione del 12 luglio 1931? E che l’autore era Gilbert Keith Chesterton?

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(*) Articolo apparso con il titolo Great Politicai Ideas are Sustained by Great Relìgious Ideas in Crisis Magazine. A Voice for the Faithful Catholic Laity, del 19 marzo 2015; traduzio­ne di Maurizio Brunetti e Gabriele Chiesura.

1) Per “giudizio privato”, nel mondo protestante, s’intende un’interpretazione di un passo delle Sacre Scritture elaborata individualmente e non dalla Chiesa di appartenenza. L’ambi­guità dell’espressione “giudizio particolare” potrebbe essere voluta: può riferirsi al giudizio di condanna, cioè, o di salvez­za etema dei singoli, che attende ogni anima individuale dopo la morte — che da taluni che si fanno giudici viene impro­priamente anticipato in questa vita — e contemporaneamente al fatto che si tende a giudicare moralmente un atto o una pra­tica di portata molto limitata e pressoché insignificante (ndr)

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