S.Valentino, il mistero dell’amore infelice, l’incarnazione e i Turchi

S ValentinoLibero del 14 febbraio 2006

La “festa degli innamorati” nasce nel 1465 per dare una dote alle ragazze povere di Roma. Fu scelto il giorno del vescovo martire di Terni, vissuto nel II secolo d.C., che era ricordato per avere – secondo alcune leggende – aiutato l’amore infelice di due giovani. Tutto questo accadeva mentre il Papa era drammaticamente preoccupato per la feroce avanzata turca che minacciava Roma e l’Europa intera.

di Antonio Socci

C’è un curioso confronto da fare tra papa Paolo II che istituisce a Roma la “festa degli innamorati” nel 1465 mentre tenta di organizzare la difesa dell’Europa cristiana dalla feroce e travolgente invasione dei Turchi, e papa Benedetto XVI che, 540 anni dopo, ha iniziato il suo pontificato con un’enciclica sull’Amore e si trova alle prese con l’arrivo dei turchi in Europa, accolti stavolta a braccia aperte.Oltretutto i dettagli di questi giorni, com’è noto, sono drammatici: un prete romano martirizzato a Trebisonda, l’ammissione di questo paese islamico nell’Unione europea, a cui da cardinale Ratzinger si era opposto, e il suo viaggio, come papa, a novembre, in quella minacciosa nazione che ha già sfornato un killer di un papa. Ma torniamo alla festa di san Valentino.

Romeo de Maio ha raccontato questa singolare storia di cui fu protagonista il cardinale Giovanni Torquemada (zio del più famoso Tommaso). Il prelato spagnolo, uomo dottissimo (di origine familiari ebraiche) che sfiorò perfino il papato, scoprì con dolore quante fanciulle delle famiglie povere, nella Roma del XV secolo, a causa della povertà si trovavano costrette alla prostituzione e non potevano coronare il loro sogno d’amore con i fidanzati.

Dunque – in quella capitale della cristianità piena di opere di carità – egli immaginò una nuova iniziativa che aiutasse queste ragazze. Coinvolse un altro porporato, suo amico, il Carafa, illustre umanista, insieme andarono dal papa, mettendo a disposizione i loro averi e il pontefice, Paolo II dette il suo appoggio. Dunque per la “festa degli innamorati” fu scelto il giorno del vescovo martire di Terni, vissuto nel II secolo d.C., che era ricordato per avere – secondo alcune leggende – aiutato l’amore infelice di due giovani.

A partire da quell’anno, il 1465, ogni 14 febbraio, nella Chiesa di S. Maria sopra Minerva, verrà fatta una solenne distribuzione di “doti” alle fanciulle povere e – precisa De Maio – i beneficiari “non erano soltanto delle coppie giuridiche o dei soggetti sacramentari, erano innamorati”. Fu scelta, per questo rito, la cappella dell’Annunziata affrescata da Antoniazzo da Romano con un soggetto che aveva a che fare con il desiderio d’amore di quei giovani: appunto l’Annunciazione, l’immagine che fissa l’attimo in cui l’Amore si fece carne nel grembo di Maria.

Ancora oggi c’è il dipinto della Vergine che distribuisce le doti alle giovani in questa chiesa dove si trova pure la statua di Cristo Risorto di Michelangelo e dove sono sepolti il Beato Angelico e Santa Caterina da Siena. Tutto questo accadeva mentre il Papa era drammaticamente preoccupato per la feroce avanzata turca che minacciava Roma e l’Europa intera.

Nei primi decenni del XV secolo Bisanzio, la Roma dell’Oriente voluta da Costantino, la più grande e bella capitale della cristianità che aveva governato per secoli i luoghi santi, sentendosi minacciata dall’invasione turca, tentò di ricucire con la cristianità d’Occidente, come testimoniano il Concilio di Ferrara e di Firenze, sperando di essere soccorsa.

Ma l’Occidente non comprese il pericolo e la città fu conquistata da Maometto II il 29 maggio 1453 in un orrendo bagno di sangue. La cattedrale dedicata alla Divina Sapienza, Santa Sofia, fu profanata e trasformata in moschea. Migliaia di cristiani si dettero alla fuga verso Occidente, mentre le armate turche conquistavano la Serbia nel 1459, la Bosnia-Erzegovina nel 1463-66 e mentre stavano per cadere – dopo eroiche resistenze – l’Albania e il Negroponte.

I turchi arriveranno a fare strage fin sulle coste italiane. L’Europa è letteralmente nel panico, anche la sua economia è messa in scacco. In questa situazione, mentre il papa si svenava per aiutare i fuggiaschi e le piccole terre cristiane d’Oriente ancora non espugnate, istituì a Roma la festa degli innamorati. Oggi il Papa non ha eserciti, né principi cristiani che lo ascoltino e l’Europa spalanca le porte a 70 milioni di turchi.

La madre di don Andrea Santoro ha perdonato il killer di suo figlio perché Gesù comandava di amare i propri nemici, mentre l’Islam prescrive di uccidere i propri nemici. Cionondimeno l’Islam si sente minacciato dai cristiani fino a ucciderli sebbene siano inermi e pacifici. E’ curioso che quell’Islam – che ha tentato più volte, nei secoli – di invadere l’Europa e conquistare Roma, si senta “minacciato” perfino dalla festa di san Valentino.

Ogni anno c’è la dura opposizione delle autorità alla tentazione dei giovani (e dei commercianti) di seguire la consuetudine occidentale. Lo sceicco Suad Ibrahim Salih, dell’università di Al Azhar – che è un po’ il Vaticano islamico – ha emesso la sua condanna definendo il 14 febbraio come “il giorno dell’immoralità e della prostituzione”.

Sembra che l’Islam abbia paura dell’inerme e tenera forza dell’amore umano. Non che nelle civiltà islamiche non sia stato cantato anche l’amore. Ma è come se fosse rimasto esterno alla teologia islamica nella quale di Dio non si conosce niente e si può solo sottomettersi come schiavi. La cristianità è stata invece la terra della tenerezza e dell’innamoramento perché è nata dalla conoscenza più intima di Dio: “Dio è amore”.

Sono le parole di san Giovanni (1Giov. 4, 16) che Benedetto XVI ha scelto come inizio e come titolo della sua enciclica. Se la natura profonda di Dio è amore significa che “amore, amore omne cosa conclama” (Jacopone), significa che la consistenza più profonda di tutte le cose è quell’Amore e che tutto è costituito dall’Amore e tende a “l’Amor che move il sole e l’altre stelle”.

Da duemila anni i popoli cristiani imparano che il Dio di Israele ha voluto usare proprio un poema d’amore come il Cantico dei Cantici, che è un poema erotico, per dare una pallida idea del proprio appassionato amore per ogni creatura umana. Poi san Paolo, per far capire l’unione di Gesù alla sua Chiesa, non trovò immagine più adeguata dell’amore totale fra un uomo la sua donna.

Dunque ben a ragione Roberto Benigni ieri è stato chiamato a recitare il Cantico dei Cantici dalla diocesi di Terni per festeggiare il vescovo San Valentino. E’ in perfetta continuità con la sua amata Commedia dantesca. Solo in terra cristiana poteva nascere una così grande celebrazione della bellezza e dell’amore. Dante infatti coglie ciò che rende eterno il fragile e spesso doloroso amore degli uomini. “Ne li occhi porta la mia donna Amore”, cantava il poeta fiorentino “ogne dolcezza, ogne pensiero umile,/ nasce nel core a chi parlar la sente”.

Il più grande poeta dell’Occidente costruisce il suo capolavoro (che sta all’origine della lingua italiana, caso unico) su una straordinaria intuizione: gli occhi di Beatrice sono una scintilla della bellezza e dell’amore di Dio, che possiamo conoscere concretamente, storicamente, perché nella donna più sublime “il verbo divino/ carne si fece”. L’amore di Dio fatto Uomo è venuto a soccorrere e illuminare il fragile amore umano, così ferito dal male.

In fondo l’originaria festa di San Valentino, nella Roma del XV secolo, fra giovani innamorati salvati dal dolore, era più autentica della melassa spensierata e dolciastra di oggi. Perché l’amore umano di per sé ha sempre una dimensione drammatica. “Non esistono amori felici” dice la celebre poesia di Louis Aragon. Dimenticare la drammaticità dell’amore umano significa perdere anche la sua promessa di felicità e ridurlo a banale frequentazione ciarliera.

I versi di Aragon dicono la verità: “Nulla appartiene all’uomo. Né la sua forza/ Né la sua debolezza né il suo cuore. E quando crede/ Di aprire le braccia la sua ombra è quella di una croce/ E quando crede di stringere la felicità la stritola/ La sua vita è uno strano e doloroso divorzio./ Non esistono amori felici”. I versi di Aragon dicono quanto ha bisogno di salvezza anche l’amore umano. Walter Benjamin osservò: “nell’idea di felicità vibra indissolubilmente l’idea di redenzione”.

Forse per questo l’Islam più fanatico ha così paura dell’idea di felicità e dell’amore, perché è una religione senza redenzione. Ma i poeti sanno la verità. E i versi del turco Nazim Hikmet sono intrisi di sensibilità occidentale e cristiana: “Ti amo come se mangiassi il pane spruzzandolo di sale/ Ti amo come se dicessi Dio lodato son vivo”. Forse è della natura umana che l’Islam ha paura.

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