Una meraviglia dell’Epifania: il trionfo della semplicità!

Dalla mail circolare de il Cavaliere della Verità

(cavalieridellaverita@virgilio.it)

San Giorgio

II° Sentiero

L’Epifania, pur ricordandoci l’adorazione dei Potenti al Divino Bambino, ci invita a riflettere sui valori della semplicità e dell’umiltà: perché quei Potenti (i Magi) erano soprattutto sapienti; e la sapienza si acquista proprio con l’umiltà e la dipendenza al Signore.

Il Cavaliere della Verità deve sempre tener presente che il senso della sua missione è solo ed esclusivamente nell’offrire una Verità che non merita, ma che indegnamente ha accettato e che non può né manipolare né personalizzare.

L’Epifania, ovvero la manifestazione di Dio che si offre all’adorazione dell’uomo, ci dà la possibilità di fare alcune riflessioni e soprattutto di capire qual è l’essenza della vita cristiana.

Il primato dell’amore

Il Cristianesimo non parla di un Dio che si fa idea, ma uomo; pertanto il criterio dell’essere cristiano non è la conoscenza intellettuale di Cristo.

Si narra che san Giustino, meditando in solitudine sulla riva del mare, incontrò un vecchio che gli dimostrò come i filosofi non potessero conoscere la verità su Dio. L’uomo gli parlò dei Profeti e gli annunciò Gesù Cristo e improvvisamente un fuoco si accese nell’anima del Santo.

Come lo Spirito Santo procede dal Figlio, così la conoscenza precede logicamente l’amore: non si può infatti amare ciò che non si conosce. Ciò però non vuol dire che il rapporto con Dio si misuri con la conoscenza di Dio, bensì si misura con l’amore, anche se è un amore da non intendere come semplice emozione, ma come esito della conoscenza.

Ed ecco perché non é più cristiano il teologo dell’analfabeta che prega il Signore. Anzi! Dice sant’Agostino al capitolo V delle Confessioni: “Forse, o Signore Dio di verità, ognuno che conosce quelle dottrine già piace a te? Infelice è l’uomo che pur conoscendole tutte, non conosce te! Beato invece chi conosce te, anche se è ignorante in quelle dottrine”.

In teologia questo è definito il primato della volontà libera. Il criterio della salvezza è nella conformazione della propria volontà alla volontà di Cristo, è la capacità di sostituire al proprio criterio di giudizio il criterio di giudizio di Cristo e rendere tale criterio fondamento di tutti i propri gesti. Dice san Paolo ai Galati (2,20): “Non sono più io che vivo, ma é Cristo che vive in me.”

Il Cristianesimo parla di qualcosa che é oggettivamente unico nel panorama delle religioni di tutto il mondo. Lucifero, la creatura che il Signore ha fatto più intelligente e potente, é nel profondo dell’inferno; al contrario, la Vergine Maria, umile e semplice, creatura non certo dotata, per natura, della stessa intelligenza di Lucifero, ha invece realizzato massimamente la propria vita, addirittura é stata innalzata ad essere la Madre di Dio. Lucifero è il massimo del fallimento della creatura; Maria, il massimo della realizzazione.

Ed é proprio nella conformazione alla volontà di Dio e non nella possibilità di esercitare un maggiore o minore esercizio intellettuale, la differenza tra Lei e Lucifero. Quest’ultimo fallisce per il suo non voler servire il Signore, la Vergine sublima la propria vita nella volontà di essere “la serva del Signore” (Luca 1,38).

Dunque, il Cristianesimo dimostra con i fatti che il criterio di giudizio della salvezza non é l’intelligenza, ma l’apertura del cuore; tutto ciò nella convinzione di un Dio che non ha voluto farsi incontrare solo con il pensiero, invitando l’uomo ad un processo puramente astrattivo e filosofico, ma soprattutto ha voluto farsi incontrare personalmente e storicamente, entrando con sorpresa nella vita dell’uomo stesso.

 Il primato dell’amore garantisce l’individualità e la creaturalità

Si capisce, pertanto, perché il Cristianesimo sia agli antipodi di qualsiasi impostazione gnostica, intendendo per gnosi la convinzione secondo cui la salvezza si raggiunga nella conoscenza e non nell’esercizio della virtù. Convinzione che sottende che la creatura non sia veramente tale, ma, nella sostanza, sia uguale al divino stesso.

La possibilità di conoscere, addirittura la possibilità di conoscere tutto il Mistero, vuol dire che l’individualità umana è solo un’illusione; perché, potendo l’uomo nella sua conoscenza esaurire l’Infinito, avrebbe una mente che coincide con l’infinito stesso di Dio.

 Quando, invece, l’accento cade sul dover amare Dio e sull’impegno di conformare la propria volontà a quella di Dio, allora non solo viene salvaguardata l’individualità (la volontà dell’uomo deve incontrare la volontà di Dio), ma anche sottolineata la dipendenza e quindi il limite della propria creaturalità (la volontà della creatura deve incontrare quella del Creatore).

 I pastori furono i primi ad essere chiamati ad adorare

Questa specificità cristiana (cioé che si verrà giudicati sull’amore e non sulla conoscenza) è ben testimoniata dal fatto che ad essere chiamati all’adorazione del Verbo incarnato furono dapprima i più “semplici”: gli umili pastori.

La mistica Maria di Agreda così racconta:  “Beati fra tutti furono i pastori di quella zona (Lc. 2,8) che svegli facevano la guardia alle loro greggi nella notte della Natività: non solo perché vegliavano con quell’onesta solerzia e fatica che sopportavano per Dio, ma anche perché erano poveri, umili e disprezzati dal mondo, giusti e semplici di cuore, erano fra quelli che, nel popolo d’Israele, attendevano con fervore e desideravano la venuta del Messia, sulla quale parlavano e colloquiavano spesso”.

“Dimostravano una maggiore somiglianza con l’Autore della vita, quanto più erano dissimili dal fasto, dalla vanità e dall’ostentazione mondana e lontani dalla sua diabolica astuzia. Nelle loro nobili condizioni rappresentavano la missione che il buon Pastore veniva a compiere, nel riconoscere le sue pecore e nel venir da esse riconosciuto (Gv. 10,14). Trovandosi nelle disposizioni così consone, essi meritarono di venir chiamati e invitati come primizie dei santi da parte dello stesso Signore, perché fossero fra i mortali i primi ai quali il Verbo incarnato si manifestasse e comunicasse, e dai quali venisse lodato, servito e adorato”.

Tutti però sono chiamati alla semplicità:  anche i potenti e i più sapienti

Ma, dinanzi al Verbo incarnato, tutti sono chiamati alla dimensione della “semplicità”, anche i potenti, anche i più colti. L’episodio dell’arrivo dei Magi (Matteo 2) deve essere letto in tal senso.

Nell’Adorazione dei Magi di Stefano da Verona (dipinto del 1435 che si trova a Milano, alla Pinacoteca di Brera) c’è una caratteristica -verissima- che non è sempre presente nelle tante raffigurazioni dell’arrivo dei Magi alla mangiatoria di Betlemme. Qui, tutti i personaggi sono orientati verso il Divino Bambino; tutti, non solo la Vergine, San Giuseppe e i Magi, ma anche il loro seguito. Tutti, anche quelli che sono più lontani sono come attratti, catalizzati da quel Bimbo.

Ma la caratteristica più originale del dipinto è che finanche lo sguardo degli animali è orientato verso Il Bambino: c’è un cane che sembra spingere il suo muso per guadagnare posto e voler guardare ed adorare anch’esso Colui che tutti guardano ed adorano.

Qui c’è il vero senso della vita cristiana. Dinanzi al Dio che salva, che si fa bambino per venire incontro all’uomo, tutto è chiamato ad inchinarsi e ad adorare: il mondo minerale e quello vegetale con l’incenso e la mirra dei Magi; il mondo animale con il bue e l’asinello (che la tradizione vuole vicini al Bambino Gesù per procurargli calore); il mondo dei sapienti e dei potenti ancora con i Magi venuti da lontano.

La valorizzazione dell’umiltà e della semplicità

In nessun’altra religione, come nel Cristianesimo, c’è una tale valorizzazione dell’umiltà e della semplicità, ciò perché tutto è fondato sulla dipendenza creatura-Creatore.

Nel Cristianesimo la sapienza teologica non é un patrimonio esclusivo della ricerca intellettuale, ma consegue alla santità, cioé alla vita di Grazia e quindi di comunione con Cristo. Ci possono essere santi che non sono proclamati dottori della Chiesa, ma non ci possono essere dottori della Chiesa che prima non siano proclamati santi.

Disse il Signore a Santa Caterina da Siena: “Ti dico dunque che é meglio andare a chiedere consiglio intorno alla salute dell’anima da una persona umile, la quale abbia santa e diritta coscienza, che da un letterato superbo, il quale studi nella molta scienza, perché questi non porge se non di quello che ha in sé: onde, trovandosi nella via tenebrosa, porgerà spesso avvolto di tenebre il lume della santa Scrittura. Nei miei servi troverà il contrario: poiché il lume che hanno in sé, lo porgeranno agli altri con fame e desiderio della loro salvezza.” (Dialogo della Divina Provvidenza, II, 85).

D’altronde fu Gesù a dire (e ogni Cavaliere della Verità deve sempre ricordarlo!): “Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenute nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli.” (Matteo, 11,25).

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