I martiri del Messico

cristeros 2Il Timone n.57 novembre 2006

Un frutto dell’odio ideologico del ‘900: la persecuzione del governo massonico e laicista messicano contro la Chiesa. La resistenza popolare, l’insurrezione dei Cristeros, i tanti martiri. E le tre encicliche di Papa XI

di Paolo Giulisano

Nel corso del Novecento, do­lorosamente percorso da im­mani tragedie conseguenza soprattutto del clima ideolo­gico segnato dall’odio anticristiano, si è verificato anche un episodio ancor oggi poco conosciuto di martirio.

Si trattò di una tremenda persecuzione, che si tra­scinò poi ancora per moltissimo tempo dopo il triennio cruento (1926-1929), lasciando effetti duraturi sulla struttura politica e sociale del Messico, determi­nando in maniera irreversibile il destino forse anche dell’intero sub-continente latino-americano. Fu un conflitto sca­tenato contro una società contadina, tradizionale, cattolica, un’aggressio­ne perpetrata da uno Stato autoritario uscito da un processo rivoluzionario.

Sarà papa Giovanni Paolo II (1978-2005) ad elevare agli onori degli altari alcuni martiri della persecuzione messi­cana: sacerdoti e laici, militanti delle or­ganizzazioni cattoliche, tra cui Manuel Morales, presidente della Lega Nazio­nale per la difesa della libertà religio­sa. Uomini e donne che testimoniaro­no con coraggio la loro fede contro un governo che nella propria Costituzione affermava, tra l’altro, che «L’esistenza di qualsiasi ordine e congregazione re­ligiosa resta proibito» (art. 5); «ogni cul­to è proibito fuori delle chiese, e nelle chiese il culto sarà sempre sottomes­so all’ispezione dell’autorità civile» (art. 24); «le chiese sono proprietà dello Sta­to. Tutte le associazioni religiose sono incapaci di acquistare, possedere o amministrare beni immobili».

L’epopea della Cristiada annovera co­me suoi protomartiri Joaquim Silva e Manuel Melgarejo, il primo di 27 anni, il secondo di soli 17, entrambi mlitanti della Gioventù cattolica. Dopo il prov­vedimento della sospensione del culto pubblico voluto dai vescovi messicani per protestare contro le misure del go­verno, Silva aveva cominciato, insieme all’amico, a percorrere il paese e a tene­re conferenze nelle quali, grazie ad una solida cultura, una fede appassionata e una concezione della vita come milizia, sapeva accendere gli animi dell’udito­rio e spronarlo alla lotta.

Domenica 12 settembre 1925, mentre si dirigevano in treno a Zamora per tenervi uno di questi incontri, vennero arrestati e condanna­ti a morte senza nemmeno un proces­so. Inutilmente Silva chiese che almeno l’amico minorenne fosse risparmiato. Entrambi furono condotti al muro, dove i soldati non riuscirono a strappare dalle loro mani le corone del Rosario.

Di fron­te al plotone d’esecuzione Joaquim Sil­va tenne un discorso talmente toccante per sentimenti religiosi e patriottici, che gli stessi soldati ne furono commossi. Uno di essi si rifiutò di prender parte al­l’esecuzione, così che venne a sua volta arrestato e passato per le armi il giorno seguente. Joaquim disse con fermez­za al comandante: «Non siamo dei cri­minali, né abbiamo paura della morte. lo stesso vi darò il segnale di sparare, quando griderò viva Cristo Re, viva la Vergine di Guadalupe».

Così avvenne: al grido di battaglia e di vittoria lanciato dai due giovani partì la scarica di fucile­ria che li abbattè. I corpi dei due eroi furono esposti più tardi nel cimitero: stringevano ancora tra le mani i rosari, e furono rivestiti di bianche vesti, dopo che i loro abiti in­sanguinati erano stati divisi in frammen­ti, come reliquie, tra i fedeli del paese.

Tra i martiri si poterono annoverare an­che amministratori pubblici, come Luis Navarro Origel, il sindaco terziario fran­cescano della città di Peniamo, fonda­tore nella sua regione dell’Ordine dei Cavalieri di Colombo, di società di mu­tuo soccorso, casse rurali, sezioni del­la Gioventù Cattolica, circoli culturali, scuole di catechismo, propagatore in­stancabile dell’adorazione eucaristica notturna. Dopo quattro anni di ammini­strazione corretta e vantaggiosa per la popolazione, venne destituito di forza dal governo, prima di essere assassi­nato.

Un’altra figura commovente della persecuzione fu Tomàs de la Mora, di Colima, un ragazzo di soli sedici anni, uno dei più attivi membri del locale Circolo Cattolico, che svolgeva l’attività di ca­techista tra i bambini più poveri. Il 15 agosto 1927 fu arrestato per il semplice motivo che portava uno scapolare, os­sia un pezzo di stoffa con una immagine sacra, simbolo di una confraternita reli­giosa. Il comandante della caserma gli domandò se avesse rapporti con “i fa­natici”, ovvero preti, frati, cattolici e bri­ganti.

«Non fanatici – rispose il ragazzo – ma liberatori della Chiesa e della Pa­tria dai tiranni». Tomàs fu allora frustato, affinchè fornisse informazioni sui ribelli, ma fu tutto inutile. Il comandante ordi­nò allora che venisse impiccato all’Albero della libertà che era stato eretto, cupo retaggio della Rivolu­zione Francese, nella piazza princi­pale della città.

Un esempio di eroismo femminile è quello di Eleonora Garduno, ar­restata per complicità coi ribelli. Interrogata dal generale Ortiz, uno dei principali collaboratori di Calles, che aveva per motto “il mio dio è il diavolo”, la cui figura portava tatuata sul petto, ricevette dal militare l’offerta della scarcerazione, in cambio di una docile collaborazione. La ragazza rispose: «Lei mi chiede una cosa impossibile: io con­tinuerò a lavorare finché questo governo cadrà». Anche lei finì davanti al plotone d’esecuzione.

Quando portarono alla moglie dell’av­vocato Gonzales, una delle guide dell’insurrezione, il cadavere straziato del marito, la donna chiamò vicino i figli e disse: «Guardatelo, è vostro padre. È un martire della Fede. Promettetegli che anche voi sarete degni figli e continuere­te un giorno la sua opera». Accanto a questi uomini, donne e ra­gazzi, occorre ricordare il tanto sangue sacerdotale versato. Furono centinaia i sacerdoti uccisi: poveri parroci di villag­gio, giovani strappati dal seminario (con l’intenzione di “liberarli”!) monaci uccisi nei loro conventi.

Fra di essi il più cele­bre è senz’altro padre Miguel Augustin Pro, gesuita, di Guadalupe, assassina­to a soli trentasette anni nel 1927, rico­nosciuto come martire dalla Chiesa il 25 settembre 1988. Ma non solo lui. Padre Elia Nieves, ago-stiniano: nonostante il divieto, continuò a esercitare il suo ministero, recandosi ovunque era necessario confortare, aiu­tare, amministrare i sacramenti. La poli­zia, venuta a conoscenza dei fatti, lo fe­ce pedinare e arrestare mentre, in una soffitta, celebrava la Messa.

Condan­nato a morte, venne condotto sul luogo dell’esecuzione. Dopo essersi inginocchiato a pregare, si rivolse ai soldati del plotone di esecuzione: «In ginocchio, fi­gli miei. Prima di morire voglio darvi la mia benedizione». I soldati obbedirono e si inchinarono riverenti al gesto del sa­cerdote. Mentre padre Nieves tracciava il segno di croce, l’ufficiale che coman­dava il picchetto, infuriato, gli sparò al petto, uccidendolo mentre ancora benediva.

A volte gli aguzzini si divertivano a infie­rire sui sacerdoti senza ucciderli; veni­vano loro tagliate le braccia per impe­dire che in futuro potessero celebrare la Messa. Don Pablo Garcia subì una sorte atroce: parroco zelante, anch’egli sfida­va le leggi e ogni pericolo. Volle celebra­re con grande solennità la festa nazio­nale di Nostra Signora di Guadalupe e il 12 dicembre raccolse il suo popolo in un luogo solitario sulla montagna di S. Juan de los Lagos. Scoperto, arrestato, venne orribilmente torturato per giorni. «La morte, ma mai tradire» ripeteva il sacer­dote, finché fu finito a colpi di pistola.

Padre Davide Uribe, annoverato nel gruppo di martiri beatificati da papa Gio­vanni Paolo II, fu strappato al suo greg­ge, dopo essere stato rinchiuso in un campo di concentramento. Riuscì tutta­via ad evadere e tornò alla sua parroc­chia di Iguala, continuando ad esercita­re, in forma clandestina, il suo ministero. Finì per essere nuovamente arrestato. Il generale governativo Castrejon propose ai parrocchiani di riscattare il sacerdo­te consegnando tremila pesos. Furono raccolti immediatamente, a costo anche di enormi sacrifici, ma il parroco non fu rilasciato: si pretendeva da lui un pub­blico atto di apostasia e di adesione alla scismatica chiesa patriottica.

Pabre Uri­be rifiutò decisamente e fu allora sotto­posto a lunghe torture, tra le quali il sup­plizio della graticola. La Domenica delle Palme del 1927 spirò dopo i terribili tor­menti subiti. Le sue ultime parole furono: «la morte piuttosto che rinnegare il Vicario di Cristo, lo amo il Papa! Viva il Papa!». Il suo corpo, gettato per strada, venne raccolto e gli fu data sepoltura con grandi onori.

Bibliografia

Papa Pio XI ha dedicato alla vicenda messi­cana tre encicliche, Iniquis afflictisque, del 18 novembre 1926, Acerba animi, del 29 settembre 1932, Firmissimam constantia, del 28 marzo 1937: cfr. Tutte le encicliche e i principali documenti pontifici emanati dal 1740, a.c. di Ugo Bellocchi, voli. IX e X, LEV, 2002.

Jean Meyer, La Cristiada, Mexico-Madrid-Buenos Aires 1973 (3 voli.)

Paolo Gulisano, «Viva Cristo Re», II Cer­chio, 1998.

La morte del Cristero (video)

guerra cristera (video)

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