Libano bel suol d’amore

unifil_libanoper Rassegna Stampa

Rino Cammilleri

Venticinque anni fa l’Onu andò in Libano praticamente per salvare l’Olp di Arafat dalla devastante controffensiva delle milizie cristiane. Poi, a metà dell’opera, si tirò indietro, lasciando che l’ex «Svizzera del Medioriente», già terra di casinò e di finanzieri in fuga, diventasse una base del terrorismo filoiraniano e filosiriano. Adesso torna, torniamo, da quelle parti, armati fino ai denti. Ma a che fare? Boh.

Nessuno lo sa con certezza, e ciò costituisce il prodromo di un boomerang ancora peggiore, se possibile, di quello di venticinque anni addietro. C’è da chiedersi se gli hezbollah ci siano o ci fanno, dal momento che la mossa del rapimento dei due soldati israeliani ha provocato una tal reazione potente e irata di Tel Aviv. Possibile che non se l’aspettassero? Possibile che l’ideologia suicida giunga a questo punto? Oppure si tratta di una precisa strategia? Questa storia ci ricorda qualcosa di analogo, cioè la seconda Intifada, le cui conseguenze sono sotto gli occhi di tutti.

Quella che doveva diventare una gravissima crisi mediorientale fu scatenata dalla «passeggiata» di Sharon nella spianata delle moschee a Gerusalemme: la reazione abnorme dei palestinesi fece pensare -a qualche complottista- che gatta ci covava e che la «provocazione» israeliana fosse stata orchestrata a bella posta. Sia come sia, il fatto è che Arafat passò quasi subito per povera vittima agli occhi dell’opinione pubblica internazionale. E così stanno oggi le cose per gli hezbollah, «vittime» di una reazione «spropositata» di Israele.

Il fatto è che il terrorismo vive di propaganda e l’Hezbollah attualmente sta passando da partito guerrigliero a partito popolare. Infatti, in questa guerra «asimmetrica» in cui il nemico non porta una divisa e piazza le sue basi in mezzo ai civili, sotto ospedali e asili, dentro ai condomini, per quanto «intelligenti» le bombe possano essere, queste devono venire per forza tirate nel mucchio, col risultato che i civili, andandoci di mezzo, finiscono per stringersi attorno agli hezbollah, divenuti «patrioti libanesi» contro le forze distruttrici dell’invasore.

A questo proposito sarebbe interessante calcolare quante ore i nostri tiggì hanno dedicato a mostrare immagini di distruzioni in Libano rispetto ai pochi minuti impiegati per le corrispondenti distruzioni in Israele. Infatti, risulta che gli hezbollah abbiano tirato non meno di ventimila razzi sulle città oltreconfine. Ventimila. E neanche uno finito in mare. Tornando a bomba (è il caso di dirlo), in questo tipo di guerre non si può vincere militarmente ma solo politicamente, cioè per via di propaganda. Ebbene, se il governo libanese, già anti-siriano, solidarizza, come ha fatto, con gli hezbollah, vuol dire che questi hanno vinto.

Se anche i cristiani libanesi hanno smesso di considerare gli hezbollah come quinte colonne dell’oppressione siriana ed ora li vedono come alleati di fronte all’invasione israeliana, la strategia degli hezbollah appare chiara. E vincente. La globalizzazione della crisi mediorientale era quanto volevano, e l’hanno ottenuta. Volevano isolare internazionalmente Israele e ci stanno praticamente riuscendo. Quanto all’Iran, loro protettore sciita, voleva distogliere l’attenzione dai suoi piani nucleari, ed ecco qualcosa di apparentemente più tragico su cui focalizzarsi.

Forse che il ministro degli esteri francese, a Teheran l’1 agosto, non ha salutato nell’Iran un fattore importante di «stabilizzazione» del Medioriente? Così la frittata è perfettamente capovolta ed ora può cuocere dall’altro lato, magari trasformando il Libano in un altro Iraq ed estendendo in tal modo la zona di influenza sciita sotto guida iraniana. Nel frattempo stiamo alla finestra e guardiamo, sperando che qualche altro poveraccio, magari italiano, non ci rimetta la buccia.

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