Cristo sotto attacco

odio_islamico(titolo redazionale)

Corrispondenza romana N. 960/01

 23 settembre 2006.

Proponiamo una lucida analisi sulle cause dell’odio verso il  Cristo che infuria in tutto il mondo islamico.

Nell’Università tedesca di  Regensburg (Ratisbona), lo scorso 12 settembre – data della  liberazione di Vienna dalle armate turche (1683) – il Papa ha tenuto una dotta e profonda dissertazione sull’evoluzione storica del rapporto tra fede e ragione. Per tutta risposta, il mondo islamico ha risposto suscitando un clima d’intimidazione, sia psicologica che fisica.

Come sette mesi fa le folle fanatiche avevano reagito a una vignetta satirica sull’Islam elogiata, ma non mostrata, da un ministro italiano che voleva solo opporre l’umorismo alla violenza, così oggi esse hanno reagito ad una dotta citazione critica verso l’Islam riportata, ma non condivisa, da Benedetto XVI che voleva solo chiarire il proprio pensiero.

Tale citazione riferiva un’opinione espressa nel 1391 da Emanuele II Paleologo, erede al trono imperiale bizantino,durante una disputa con un dotto persiano avvenuta mentre era prigioniero dei musulmani ad Ankara. In entrambi i casi, il fattore scatenante non è stato il fatto reale (la vignetta o la citazione), ma la notizia che ne è stata diffusa da mass-media islamici e non, sempre pronti a cogliere qualsiasi pretesto per attaccare la Chiesa mediante una propaganda che rovescia spudoratamente la situazione reale.

Difatti quell’Islam radicale, che è intollerante e oppressore di chi fa cultura e satira, che nelle proprie scuole falsifica e insulta il Cristianesimo esortando a distruggerlo con la violenza, questo stesso Islam viene oggi presentato come vittima dell’ignoranza, dell’intolleranza e dell’oppressione.

Vediamo qui lo stesso procedimento propagandistico usato quando, nel colpire col terrorismo i Paesi che vuole intimorire e destabilizzare, tale Islam ha sempre cura di farsi passare per una vittima che reagisce ad una intollerabile offesa od oppressione. In questa strategia, esso viene appoggiato da una intelligencja occidentale progressista, sempre pronta a giustificare la violenza degli amici pur condannando quella degli avversari: ne è un esempio la posizione del “New York Times”, che ha accusato il Papa di “diffondere dolore” e lo ha invitato a “presentare scuse approfondite e convincenti”.

Questo conferma che la guerra oggi in corso, ben prima che terroristica o militare, è propagandistica e culturale, in quanto lo scopo primario non è tanto terrorizzare quanto ingannare, per cui le vittime della menzogna sono ben più numerose di quelle della violenza.

Si tratta di quel “jihàd della parola”, denunciato da Magdi Allam sul “Corriere della Sera” (20-9-2006), che “si fonda sulla consapevolezza che noi tutti saremo sconfitti, quando ci auto-censureremo volontariamente, quando saremo soggiogati dalla paura di dire ciò che pensiamo e di essere ciò che siamo, quando il terrore di ciò che potrebbe accaderci ci lacererà interiormente e paralizzerà  totalmente”.

Nel suo discorso, il Papa ha svolto un’analisi storico-teologica tesa a criticare la cultura dell’ Occidente secolarizzato, colpevole di aver dapprima negato la fede in nome di una ragione idolatrica e poi di aver negato anche la ragione in nome di un relativismo nichilistico.

Si tratta quindi di un’analisi che avrebbe dovuto suscitare il consenso dei dotti musulmani; la critica di alcuni aspetti della storia islamica – ossia l’arbitrarismo teologico e l’imposizione della fede con le armi – era solo l’iniziale pretesto per fare appello alla ragione e alla tolleranza e per esortare la cultura occidentale a fare un serio esame di coscienza.

A questa dotta e sottile dissertazione, l’Islam radicale, ma anche buona parte di quello “moderato”, hanno risposto non con argomentazioni bensì con attacchi, insulti, vignette volgari, minacce e attentati, giungendo fino all’omicidio di una suora in Somalia. Dopodiché, cercando di trarre frutto da questa intimidazione, hanno preteso di ricevere le scuse con annessa “ritrattazione”, ottenendo però solo che il Papa stesso, il 17 settembre, dichiarasse il proprio “rammarico” per essere stato frainteso.

Ed è molto significativo che il Papa, perfino qui in Italia, non sia stato difeso, o lo è stato tardivamente e timidamente, per non chiudere le porte a quel “dialogo” che, come ammonisce l’islamologo Rémi Brague, consiste in “parole vaghe che non impegnano su nulla, monologhi paralleli in cui ciascuno legge un testo preparato in anticipo e non ascolta quasi per nulla gli altri” (“Avvenire”, 23.09.2006).

Comunque sia, la faccenda non è chiusa. Non lo è in campo islamico, ora impegnato a sfruttare il proprio successo propagandistico, come dimostra l’opportunistico comportamento dei Fratelli Musulmani che, se a casa nostra gettano acqua sul fuoco, a casa loro continuano ad alimentarlo.

Non lo è nemmeno in campo cristiano, nel quale molti sono ossessionati dalla preoccupazione di non irritare in alcun modo le folle fanatiche; il capo della Chiesa copta ha condannato il discorso di Benedetto XVI e perfino il vescovo cattolico di Algeri, mons. Henri Teissier, ha espresso alle autorità islamiche algerine la propria “costernazione” per un discorso che “attenta al rispetto dovuto alla fede musulmana e al suo Profeta” (“Il Giornale”, 18.09.2006).

Resta aperto anche il dibattito culturale avviato dall’analisi del Papa.Per quanto riguarda l’attuale “dialogo” tra Cristianesimo e Islamismo “dopo Ratisbona”, il noto accademico Vittorio Mathieu ha espresso questo ammonimento: “La tentazione è quella di collocare le “tre religioni del libro” su un piano omogeneo sul quale discutere. Questo piano non esiste, (…) perché l’islamismo non conosce il concetto ebraico dell’Alleanza; e non esiste, secondo Ratzinger, perché l’islamismo non riconosce l’esistenza di una “ragione naturale” capace di cercare la verità indipendentemente dalla Rivelazione. (…) Con i musulmani coerenti non è possibile, dialogo, perché non ammettono né una ragione naturale né una libertà dell’uomo, sia pure intrinsecamente finite (= limitate, n.d.r.). Se l’Islam è preso sul serio, la libertà dell’uomo non c’è, perché tutto ciò che l’uomo sembra fare è fatto direttamente da Dio, come Dio vuole. E non c’è ragione naturale, perché quelle regolarità che osserviamo di fatto nella natura sono regolarità del volere di Dio” (“Il Giornale”, 19.09.2006).

Da un altro punto di vista […] ritiene impossibile un autentico “dialogo” col mondo musulmano, in quanto “la lotta alla Cristianità è coesistenziale all’Islam. Finché vive il popolo di Gesù, il popolo del “sigillo della profezia” non sarà sicuro. Finché esiste Gesù, finché esiste Mosè, non apparirà realizzato il principio che Maometto è l’ultimo profeta e abolisce e falsifica tutte le altre profezie.

La loro esistenza è “cattiva esistenza” che dev’essere cancellata. Nel Corano vi è un segno manicheo e gnostico, che fa dell’infedele, e specie dell’infedele ebreo e cristiano, la figura del Male che dev’essere cancellata” (“Il Giornale”, 19.09.2006). Il solo “dialogo” possibile […] è quello con quelle autorità politiche musulmane che sono eredi di una fede secolarizzata dall’influenza del pensiero occidentale e che mantengono un potere che deriva non dal Corano ma dalla situazione politica nata dal colonialismo europeo.

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