L’Onu va cambiato. E subito. Altrimenti è a rischio la democrazia nel mondo

OnuTratto da: www.informazionecorretta.it

 Sul Corriere della Sera di ieri 9 settembre 2006 un articolo di Danilo Taino riapre la questione Onu. Pubblichiamo un commento di Federico Steinhaus, a seguire l’articolo di Taino.

Il commento di Federico Steinhaus:

Il corrispondente Danilo Taino ha messo il dito nella piaga, senza esitazioni e senza giri di parole. La vecchia commissione dell’ ONU che avrebbe dovuto vigilare sulle violazioni dei diritti umani nel mondo è stata sostituita da una nuova, nella speranza di ottenere finalmente giudizi sereni e coraggiosi su quanto avviene nel mondo, senza guardare in faccia nessuno e senza temere ritorsioni.

Ma all’ONU la legge dei numeri e delle maggioranze automatiche è sempre in vigore, e nulla può modificare questa deprimente realtà. In questa “nuova” commissione 26 seggi su 47 sono assegnati a stati pregiuidizialmente filo-islamici ed anti-israeliani, e fra questi spiccano stati modello di virtù umane come Russia, Cina, Pakistan, Cuba,Algeria , Arabia Saudita.

A proposito dell’Arabia Saudita, l’ultima notizia è davvero esilarante. La polizia religiosa saudita (già , da quelle parti esiste un corpo di  polizia speciale che deve vigilare sulla separazione fra maschi e femmine, sul comportamento delle donne in pubblico e fare in modo che gli uomini vadano a pregare in moschea) per decreto ha ora anche il compito di impedire la compravendita di cani e gatti.

Ma questa era solo una digressione che noi troviamo spassosa oltre che illuminante. Torniamo all’ONU. Ovviamente, questo campionario di stati alfieri dei diritti umani condanna ad ogni piè sospinto Israele colpevole di atrocità e malefatte varie, ma tace su quanto avviene nel Darfur, in Cecenia ed in mille altri posti del mondo, per non dispiacere a chi appunto detiene la maggioranza. Proviamo ora a mettere insieme qualche altro tassello di questo panorama internazionale, per cercare di capirci qualcosa.

Nel pieno della guerra, quando il nord di Israele veniva colpito da centinaia di katiuscia ogni giorno, un milione di civili era costretto a vivere nei rifugi e 300.000 erano fuggiti abbandonando le loro case per salvarsi la vita, dagli Stati Uniti furono inviati alcuni aerei cargo con armi indispensabili ad Israele per colpire i bunker di Hezbollah pieni di armi munizioni missili e guerrieri.

Armi che avrebbero potuto consentire ad Israele di sconfiggere gli Hezbollah. Ebbene, tutti gli stati europei hanno vietato a questi aerei di utilizzare i loro aeroporti per uno scalo tecnico. In altre parole, l’Europa aveva deciso di aiutare Hezbollah contro Israele. Con la sua solita ipocrisia, naturalmente, ma di fatto senza che vi possano essere dubbi sul significato di quella decisione.

L’Unione Europea per bocca dei suoi massimi dirigenti, e nazioni di primo piano come Italia e Francia, sostengono che con l’Iran bisogna continuare a trattare,trattare,trattare, aumentando possibilmente i benefici promessi in cambio di una sua rinuncia al nucleare. Evidentemente le quotidiane espressioni di disprezzo e derisione di Ahmadinejad per questi tentativi di appeasement (brutta parola che ricorda Monaco 1938) non sono ritenute sufficienti.

Per quanto invece riguarda la missione UNIFIL 2 (non sarà come Mission Impossible 2?) le ultime notizie dicono che – a quanto pare per volontà dell’ONU – le navi che incrociano al largo delle coste libanesi potranno sì, eventualmente, controllare se vi sono spedizioni di armi agli Hezbollah, ma non le potranno comunque fermare od impedire con l’uso della forza.

Chissà se i pasdaran iraniani si faranno convincere a tarallucci e vino a consegnare i loro katiuscia e missili a media gittata. In tutte le guerre che ha dovuto combattere contro gli aggressori arabi dal 1947 ad oggi Israele non ha mai avuto il privilegio di vedere al proprio fianco un singolo soldato che appartenesse ad un’altra nazione, di ricevere un segno tangibile di solidarietà da uno stato che fosse pure Andorra o San Marino ma testimoniasse che Israele non doveva essere lasciato solo contro coalizioni che rappresentavano 100 milioni (!) di abitanti e molti stati ognuno dei quali disponeva di immense ricchezze derivanti dal petrolio.

Ci si deve meravigliare se di tanto in tanto Israele ritiene di non avere altra scelta che difendersi da solo? E con questa generale atmosfera da – ci si perdoni la volgarità – calabraghe vi è chi pensa a mandare altri militari a Gaza per raccontare barzellette a Hamas.

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Corriere della Sera10 settembre 2006

«Il Consiglio dei diritti umani delude-“Scelte politiche e sempre di parte”»

 L’Onu va cambiato. E subito. Altrimenti è a rischio la democrazia nel mondo

di Danilo Taino

Disperante. Quando si viene ai diritti umani, l’attività delle Nazioni Unite non può che fare allargare le braccia. Dev’essersene accorto anche Kofi Annan. Il segretario generale dell’Onu, infatti, ha inviato in fretta e furia in Libano e Israele quattro esperti indipendenti che, entro il 13 settembre, dovranno raccogliere fatti e testimonianze sugli abusi avvenuti durante la recente guerra.

L’iniziativa è in qualche modo un tentativo di mettere il Palazzo di Vetro in una luce di imparzialità. Perché sulla questione c’è già un’altra commissione al lavoro, molto più politicizzata, quella istituita dal nuovo fiammante Consiglio per i Diritti Umani allo scopo di indagare «il targeting sistematico e l’uccisione di civili da parte di Israele».

Succede infatti che il Consiglio stia ricalcando, forse peggiorando, l’esperienza dell’organismo che l’ha preceduto, la ridicola Commissione che si era segnalata per incapacità, partigianeria e difesa dei regimi peggiori proprio in fatto di diritti umani. E che era stata soppressa con ignominia. Una «chiara rottura» con il passato, si era augurato Annan alla seduta inaugurale del Consiglio, il 19 giugno scorso. Per ora, ne sarà deluso.

In meno di tre mesi, il Consiglio ha fatto capire cosa intende per diritti umani. Il 30 giugno ha votato una risoluzione che decide di studiare le violazioni perpetrate da Israele nella «Palestina e in altri territori arabi occupati» e di discuterne nella sessione che inizierà il 18 settembre e finirà il 6 ottobre.

Lo stesso 30 giugno ha approvato un documento in cui si dice preoccupato per «il crescente trend di diffamazione della religione» e per «l’incitamento all’odio razziale e religioso e le sue recenti manifestazioni», cioè le vignette danesi riguardanti l’Islam. L’11 agosto, ha votato una risoluzione per condannare «le gravi violazioni dei diritti umani da parte di Israele in Libano». Tutto, sempre senza mai citare Hezbollah e Hamas.

Nel frattempo, la più grande tragedia umanitaria del momento, quella in Darfur, è stata presa in considerazione dal Consiglio per i Diritti Umani in un brevissimo dibattito e il governo del Sudan non è nemmeno stato criticato. In più, il Consiglio ha nominato ancora una volta tra i suoi esperti Jean Ziegler, uno dei fondatori dell’esilarante «Premio per i Diritti Umani Muhammar Gheddafi», di cui egli stesso è stato vincitore assieme a qualche negazionista dell’Olocausto. Ieri, tanto per chiarire il clima, un esperto Onu che dovrà fare rapporto al Consiglio, Martin Scheinin, ha detto che una legge anti-terrorismo in discussione da fine agosto in Giordania viola i diritti civili, prima di tutto a causa della «eccessivamente ampia definizione di terrorismo».

Il fatto è che il nuovo Consiglio, alla formazione del quale si erano opposti gli Stati Uniti, è formato, come lo era la Commissione che l’ha preceduto, da molti Paesi che hanno una visione a testa in giù della materia di cui si tratta: per esempio, Russia, Cina, Arabia Saudita, Pakistan, Cuba, Algeria. E che i Paesi islamici riescono, soprattutto quando c’è di mezzo Israele, a condizionare i due blocchi di voti più importanti, i 13 africani e i 13 asiatici che assieme hanno la maggioranza dei 47 membri. Ieri, Hillel Neuer, direttore di UN Watch, hapesantemente denunciato la situazione sull’Herald Tribune.

E anche chi aveva salutato il Consiglio come una novità positiva inizia ad avere dubbi seri, da Amnesty International a Human Rights Watch. Disperati anche loro.

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