La dekulakizzazione in URSS nei rapporti della polizia

La dekulakizzazione dell’Urss dal 1930 al 1934

I rapporti della polizia sovietica

holodomor

Un gruppo di storici ha tradotto in francese e reso accessibili al grande pubblico alcuni documenti della polizia politica sovietica sulla liquidazione dei contadini ricchi avvenuta fra il 1930 e il 1934. E’ disponibile un’ampia selezione dei rapporti della polizia politica (Ogpu) tradotti in francese e pubblicati a suo tempo sul sito del Centro nazionale delle ricerche di Francia

I documenti sono stati selezionati da un gruppo di storici e di archivisti che fanno capo alla Maison des sciences de l’homme, all’Institut d’historie du temps présent, all’istituto di storia della Russia dell’accademia di scienze della Russia, agli archivi centrali della Federazione russa e agli archivi economici di Stato della Russia. CLICCARE QUI PER LA VISIONE

Articolo pubblicato su MILLENOVECENTO n.18 aprile 2004

Deportate quei Kulaki!

Un gruppo di storici ha tradotto in francese e reso accessibili al grande pubblico alcuni documenti della polizia politica sovietica sulla liquidazione dei contadini ricchi avvenuta fra il 1930 e il 1934. Divisa in tre gruppi, a seconda della presunta pericolosità sociale, questa classe fu liquidata in maniera indiscriminata, al punto che i morti furono centinaia di migliaia. Lo stesso Stalin che aveva voluto questa operazione, criticò la maniera in cui si era svolta

di Federico De Palo

Il periodo della collettivizzazione forzata e della «liquidazione dei kulaki come classe» (1930-34) è uno dei più importanti nella storia della Russia sovietica, in quanto pose le basi per la sua trasformazione forzata e autoritaria in un paese industrializzato moderno. Su quel periodo è ora disponibile on line un’ampia selezione di rapporti della polizia politica (Ogpu) tradotti in francese, che consentono quindi la consultazione  ad un pubblico molto più ampio della ristretta cerchia di specialisti sulle vicende della Russia.

I documenti sono stati selezionati da un gruppo di storici e di archivisti  che fanno capo alla Maison des sciences de l’homme, all’Institut d’historie  du temps présent, all’istituto di storia della Russia dell’accademia di scienze della Russia, agli archivi centrali della Federazione russa e agli archivi economici di Stato della Russia. In particolare i rapporti di polizia fanno luce su tre aspetti: la collettivizzazione e la deportazione dei kulaki, le rivolte contadine, la carestia del 1932-33.

Nel 1930 Stalin si trovava ormai saldamente al potere da alcuni anni e aveva già formulato la teoria dell’edificazione del socialismo in un solo paese, per giunta arretrato come l’Unione Sovietica; teoria perfettamente estranea alle concezioni di Lenin e del bolscevismo originario, che vedeva nella rivoluzione negli stati industrializzati occidentali l’unica possibilità di costruzione  del socialismo. basti citare l’Abc del comunismo, redatto da Bucharin e Preobrazhensky nel 1919, uno dei primi testi che l’internazionale comunista  raccomandò a tutti i partiti comunisti del mondo: «La rivoluzione comunista può essere vittoriosa solo come rivoluzione mondiale […] In una situazione in cui gli operai hanno vinto solo  in un singolo paese, la costruzione economica diviene difficile […] Per la vittoria del comunismo la rivoluzione mondiale è necessaria».

L’edificazione del socialismo in un solo paese, nella visione staliniana, veniva ridotta a un processo di industrializzazione a tappe forzate nel quadro di un capitalismo di stato. In quella concezione risultavano necessari per lo stato sovietico la raccolta e il drenaggio del surplus agricolo per rifornire le città e aumentarne le esportazioni allo scopo di finanziare le importazioni cruciali per l’industrializzazione.

ANCORA NEL 1927 Stalin si scagliava beffardamente contro i programmi di industrializzazione e di elettrificazione  dell’opposizione di sinistra (Trotsky, Zinovev, Kamenev): «tentare di costruire la stazione idroelettrica per noi sarebbe come se un muzhik [un contadino] volesse comprare un grammofono anziché una mucca». Ugualmente Molotov, suo fedele alleato, ribadiva: «Non dobbiamo scivolare nelle illusioni dei contadini poveri rispetto alle collettivizzazioni su larga scala. nelle attuali condizioni non è più possibile».

Nel 1928 però Stalin, noto pragmatico, cambiò rotta di 180 gradi, lanciò il primo piano quinquennale e nel 1929 riprese in maniera gretta e caricaturale un programma dell’opposizione ormai liquidata: quello della collettivizzazione volontaria delle terre, che nella visione staliniana divenne collettivizzazione forzata.

La Nep [nuova politica economica] e il famoso «Arricchitevi!» lanciato da Bucharin ai contadini e ai nepmani [i capitalisti delle città] aveva effettivamente creato una classe di contadini ricchi (kulaki) e intermediari che controllavano l’approvvigionamento delle città e il sostentamento della classe operaia. Il plenum del comitato centrale del partito comunista in una sessione del novembre 1929 decise allora di lanciare la collettivizzazione forzata e la «liquidazione dei kulaki come classe». Il 30 gennaio 1930 il politburo decise la politica di “dekulakizzazione”.

PROPRIO PERCHE’ TROTSKY era stato uno dei sostenitori della lotta ai kulaky la sua descrizione della svolta staliniana riguardo alla campagna è esplicativa: «Per alimentare la città, bisognava prendere urgentemente dal kulak il pane quotidiano. Non si poteva farlo che con la forza. L’espropriazione delle riserve di cereali, e non solo, presso il kulak, ma anche presso il contadino medio, fu quantificata “misura straordinaria” nel linguaggio ufficiale. male campagne non cedettero alle buone parole  e avevano ragione. La requisizione forzata del grano toglieva ai contadini ricchi qualsiasi voglia di estendere le aree seminate. Il giornaliero e il coltivatore povero si trovavano senza lavoro. L’agricoltura era ancora una volta nell’impasse. […] Le misure straordinarie provvisorie, adottate per prelevare il grano, diedero origine, inopinatamente, a un programma di “liquidazione del kulak come classe”. le istruzioni contraddittorie, più abbondanti delle razioni di pane, misero in evidenza l’assenza di un qualsiasi programma agrario non di cinque anni, ma di cinque mesi».

I documenti ora accessibili su Internet illustrano chiaramente i disastri cui questa politica portò. I kulaki vengono classificati in tre categorie e stabilite diverse quote. la prima categoria (60 mila persone) comprende i kulaki definiti attivisti controrivoluzionari che dovevano essere arrestati e trasferiti in campi di concentramento: la lista doveva venire stipulata solo dalla Ogpu.

La seconda categoria di kulaki è rappresentata dai «contadini più ricchi, ma meno coinvolti nelle attività controrivoluzionarie»; il loro numero si stimava tra 129 mila e 154 mila famiglie. Essi dovevano essere espropriati per creare dei kolchoz (cooperative di contadini) e deportati in regioni periferiche da colonizzare: commissioni di militanti locali (Komsomol, soviet rurali, contadini poveri) dovevano stilare le liste. I kulaki della terza categoria , non meglio specificata, dovevano infine essere espropriati e «reinstallati all’interno del loro distretto  al di fuori delle terre previste per essere collettivizzate».

Una prima ondata di deportazione avvenne fra febbraio e maggio 1930: gli abusi e gli eccessi furono all’ordine del giorno. Le «commissioni di dekulakizzazione» erano formate da membri del partito e del komsomol e da contadini poveri e operai venuti dalle città, che spesso coglievano l’occasione per saccheggiare. le persone arrestate per esempio furono il 400% del numero previsto dalle quote. Lo stesso Pagoda, capo dell’Ogpu, si trovò costretto ad affermare: «Non stiamo ripulendo le regioni da popi, commercianti e altri […] bisogna colpire precisamente il bersaglio: i kulaki e i kulaki controrivoluzionari».

STALIN IL 2 MARZO 1930 scrisse a tutti i giornali criticando gli «abusi» della dekulakizzazione, accusò i dirigenti locali per gli «eccessi» commessi e mise in guardia contro la «vertigine del successo». parimenti la disorganizzazione era totale: la Ogpu fu incaricata delle deportazioni, ma autorità locali che si dovevano occupare dei deportati vennero informate solo all’ultimo momento; di conseguenza molto spesso i deportati vennero abbandonati in accampamenti vicino alle linee ferroviarie.

Il politburo istituì una commissione presieduta da Tolmacev per verificare la situazione. una sua lettera indicava chiaramente i problemi: fame, malattie infettive, mortalità altissima specie fra i minori. Tolmacev fa anche alcune proposte (dare piccoli appezzamenti di terra ai deportati e alloggiarli fra la popolazione locale in case già esistenti) per facilitare uno degli obiettivi della “dekulakizzazione”: la colonizzazione della Siberia e della Russia settentrionale. Il 20 aprile, anche a seguito di queste osservazioni, la Ogpu emanò una circolare che permise il rientro a casa dei bambini sotto i 14 anni.

Fra maggio e giugno 1930 si assistette a un fenomeno non previsto dalla polizia politica: la fuga di massa dei deportati, concentrati in campi provvisori vicino alle ferrovie. Molti si dettero al banditismo rurale, mentre molti tornarono a casa, dove spesso furono festeggiati, e destabilizzarono il nuovo “ordine sociale”: contadini poveri e militati comunisti che avevano occupato le case vennero cacciati.

Nell’estate del ’30 la priorità venne data ai raccolti e le deportazioni furono praticamente interrotte. Alla fine del 1930 il totale delle persone arrestate, deportate o spostate all’interno del proprio distretto raggiunse la cifra di un milione . Fra i deportati (560 mila) il tasso di mortalità fu elevatissimo e a causa della disorganizzazione pochissimi di essi svolsero un lavoro produttivo.

Il raccolto del 1930 si rivelò ottimo e milioni di contadini erano ormai entrati forzatamente nei kolchoz. nel dicembre il politburo fissò obiettivi ambiziosi: l’80% di imprese di collettivizzate nelle regioni cerealicole e il raggiungimento dell’eliminazione dei kulaki come classe. venne decisa una nuova ondata di deportazioni e venne indicato il Kazakistan come meta principale (febbraio 1931).

Dai rapporti di polizia emerge la volontà di non ripetere l’esperienza del sistema di deportazione-abbandono, completamente fallimentare sotto il profilo economico e causa di inutili morti. Il politburo nel marzo istituì la commissione Andreiev per riorganizzare il sistema: la Ogpu venne incaricata non solo  degli arresti e delle deportazioni, ma anche della gestione amministrativa, economica e organizzativa. la polizia politica venne investita del compito di alloggiamento e sfruttamento economico dei deportati, nonché della gestione dei «villaggi di popolamento speciale».

CIO’ NON TOGLIE CHE SIANO stati compiuti «grossolani errori» quali l’arresto di contadini «socialmente vicini al potere sovietico» e che la situazione permanesse drammatica (fame, malattie, mortalità elevata, fughe, sfruttamento economico che molto si avvicina ai lavori forzati).

I documenti di polizia smentiscono la tesi fino ad oggi prevalente secondo la quale la prima ondata di deportazioni sarebbe stata la più massiccia: nel 1931 i rapporti censiscono 1,244 milioni di persone deportate contro le 560 mila del 1930. nel 1932 e 1933 le deportazioni proseguono, ma a ritmi ridotti. Molte aziende agricole furono abbandonate e si assistette al fenomeno di coloro che la Ogpu definisce gli «auto-dekulakizzati».

In generale le difficoltà di raggiungere le quote stabilite nella requisizione del grano nel biennio 1932-33 e le resistenze che si svilupparono nelle campagne contribuirono a modificare la percezione del “nemico”. dal criterio di classe si passò a considerare con sospetto l’intera società contadina che appariva ingovernabile e ostile al potere sovietico.

In questa direzione andarono le deportazioni in Siberia di interi villaggi cosacchi; un’anticipazione delle deportazioni etniche che inizieranno dal 1935. In quest’ottica si iscrisse anche la famosa legge del 7 agosto 1932 sul «furto e la dilapidazione della proprietà sociale», redatta da Stalin in persona, legge che permetteva condanne a 10 anni o addirittura alla pena di morte per furti alla «proprietà sociale».

Stalin vide minacciato l’ordine socialista da lui concepito e di conseguenza il ferreo controllo che era riuscito a instaurare  sul partito e sullo Stato. A causa dei grandissimi problemi logistici e delle reticenze delle autorità regionali a prendersi carico di nuove ondate di deportati, dal maggio 1933 le deportazioni vennero ridotte drasticamente.

Stalin, a nome del comitato centrale, e Molotov, a nome  del consiglio dei commissari del popolo, firmarono una direttiva segreta nella quale si accusavano, come nel 1930, le autorità locali degli eccessi della dekulakizzazione e si affermava che il paese «non necessita più di repressioni massicce» e si ordina di «cessare immediatamente le deportazioni massicce di contadini», all’infuori  di una quota di 12 mila famiglie.

I numeri sui decessi e le fughe sono molto frammentati, si può tuttavia stimare una mortalità fra i deportati fra il 10% e il 15%, a seconda delle regioni, fino al 1934. Un rapporto  dell’1 febbraio 1932 censiva la presenza di 1,317 milioni di persone su 1,803 milioni di deportati negli anni 1930 e 1031: una perdita di mezzo milione di persone fra morti e fuggitivi. Il tasso di mortalità non cambiò di molto nei due anni a seguire. la corposa mole di rapporti della Ogpu è consultabile al link: http://www.ihtp.cnrs.fr/dossier_soviet_paysans/ (disattivato (n.d.r)

I CONTADINI IN RIVOLTA

Il secondo grande tema su cui i documenti della Ogpu portano nuova luce è quello dei tumulti e delle resistenze che il mondo contadino oppose al potere sovietico in quegli anni. In primo luogo c’è da notare  che non scoppiarono vere e proprie insurrezioni, come era accaduto durante la guerra civile negli anni 1920 e 1921. nel 1930 mancavano le armi, le comunicazione e la leadership. le rivolte più importanti scoppiarono in Ucraina, dove assunsero anche un carattere nazionalista, nei territori cosacchi, in Kazakistan, Daghestan, cecenia, Uzbekistan e Azerbaijan.

Sempre nel 1930 si assistette anche alla recrudescenza del fenomeno del banditismo rurale, che spesso nelle campagne godeva di simpatie sociali. Il banditismo si può dividere in due categorie: le bande sedentarie che, secondo la Ogpu, reclutavano i propri membri fra i kulaki di terza categoria, espropriati ma non deportati (i più importanti numericamente), e le bande volanti negli Urali, in Siberia occidentale e in Kazakistan.

Il grosso della resistenza contadina si manifestò però attraverso migliaia di manifestazioni, marce, raduni che raramente sboccarono in atti di violenza, anche se non mancarono quelli che a Ogpu chiamava “atti terroristici”: furono più di 16 mila  gli attacchi ai «rappresentanti del potere sovietico» fra il 1930 e il 1931, con migliaia di morti fra i funzionari e i militanti comunisti.

Nel 1930 le cause dei disordini  nell’ordine furono: il rifiuto di entrare nei kolchoz, la solidarietà  nei confronti dei kulaki o di altri «elementi antisovietici», l’opposizione alle politiche anticlericali e le resistenze  al sistema della collettivizzazione di Stato del grano e della carne secondo le quote stabilite.

Fu chiesta la restituzione dei beni  confiscati, il ritorno dei deportati, elezioni nei soviet rurali; fu rifiutato il concetto di dividere la società contadina in classi «in quanto i kulaki non esistono più» e si domandò la riapertura delle chiese. nel 1931, dopo che il sistema dei kolchoz si andava lentamente impiantando, l’ordine delle cause dei disordini cambiò e balzarono al primo posto il problema della confisca del grano e della carne, le difficoltà alimentari e il rifiuto di rispettare le quote.

Rimase la costante della distribuzione geografica di questa resistenza rurale: l’Ucraina, la regione centrale delle Terre nere, le regioni del medio e basso Volga e il Caucaso del nord continuarono a mantenere un ruolo centrale nelle proteste: una continuità geografica che si rileva a partire dalle rivolte contadine del XVIII secolo.

Un ultimo aspetto poco conosciuto che compare nei documenti ora on line in francese, è quello della resistenza ai piani stabiliti a livello centrale opposta dai quadri locali di kolchoz, partito e soviet. Socialmente vicini all’ambiente contadino , questi quadri ne condivisero molte volte le opinioni  e ne adottarono i temi, affermando, dopo la prima ondata di dekulakizzazioni e deportazioni, che il problema non esisteva più, in quanto i kulaki erano stati liquidati.

Questo tipo di resistenza, a partire dalle difficoltà alimentari del 1931 e alla carestia dell’anno seguente, si verificò in particolare quando le quote collettivizzate si fecero eccessive, soprattutto in Ucraina e nel Caucaso del nord. Molti funzionari si rifiutarono di rispettare il piano, tanto che nel 1932 più di un terzo dei direttori dei kolchoz fu destituito o arrestato.

1932, ARRIVA LA CARESTIA

Il terzo argomento trattato dai rapporti della Ogpu riguarda la carestia europea che fece più di 6 milioni di morti. I documenti in questione non apportano grandi novità alla ricerca e ribadiscono le pesanti responsabilità della classe dirigente staliniana e di Stalin stesso. I rapporti non sono numerosi e quando se ne parla è prevalentemente una visione distaccata che non comprende la realtà rurale e tende ad addossare la colpa della carestia ai contadini stessi, che nascondono il grano, e agli elementi kulaki e controrivoluzionari, che sabotano lo stato sovietico.

Nel 1931 si erano verificati cattivi raccolti in Siberia occidentale e Kazakistan, così vennero aumentate le quote di grano riscosse in Ucraina , nel Caucaso del nord e nelle regioni centrali delle Terre nere. Da un raccolto mediocre di 69 milioni di tonnellate di grano , le autorità sovietiche riuscirono a prelevare la cifra record di 23 milioni di tonnellate; l’Ucraina fornì il 42% del proprio raccolto globale.

Così, senza rendersi conto del disastro in agguato per il 1932, si stabilì l’inverosimile quota di 29,5 milioni di tonnellate, mettendo a rischio anche le sementi per l’anno successivo. Nel 1932 l’eccessivo prelievo statale andò ad aggiungersi agli effetti della “dekulakizzazione” e della collettivizzazione forzata, che avevano scardinato di fatto il sistema produttivo rurale di intere regioni. le campagne reagirono con furti di «raccolto collettivo» e il rifiuto di consegnare il grano; diverse volte i quadri locali e dei kolchoz si schierarono contro le autorità centrali.

I contadini fuggirono dalle regioni martoriate dalla fame. L’Ucraina fu la più colpita; il partito comunista ucraino cedette ai diktat moscoviti e a fine anno autorizzò il prelievo delle sementi e vietò la vendita dei biglietti del treno ai contadini. Stalin, comprendendo la gravità della situazione, rispose con la repressione.

Già in agosto aveva fatto approvare la dura legge sul «furto della proprietà sociale», a metà ottobre migliaia di agenti della Ogpu furono sguinzagliati in tutto il paese per recuperare il grano che non c’era; 11 mila «sabotatori del piano» vennero arrestati nel Caucaso del nord e 16 mila in Ucraina: fra questi il 30% era composto da quadri comunisti locali e dirigenti dei kolchoz.

nel gennaio 1933 Stalin ordinò di ordinare la fuga di massa dei contadini che «col pretesto di andare a cercare il pane» abbandonavano le regioni colpite dalla carestia. nel 1933 si pose anche il problema di come assicurare il lavoro nei campi: le autorità lo affrontarono inviando popolazione urbana nelle campagne, organizzando trasferimenti di coloni e distribuendo  il cibo ai sopravvissuti in maniera differenziata a seconda del loro ruolo produttivo.

Nel complesso fra i 40 e i 50 milioni di contadini patirono la fame negli anni seguenti alla collettivizzazione forzata: i decessi per inedia furono 6 milioni. le zone più colpite furono l’Ucraina, le regioni centrali delle Terre nere e del Volga, ma in termini relativi fu il Kazakistan a soffrire le perdite maggiori: fra emigrazioni e morti, la popolazione, che era di 4 milioni di persone alla fine degli anni venti si ridusse di un terzo tra il 1930 e il 1933.

Nel 1934 persistevano nelle campagne i problemi creati dalla collettivizzazione forzata e dalla carestia, ma il sistema dei kolchoz andava lentamente a regime. Anche se i dispacci di polizia testimoniano per quell’anno le notevoli purghe effettuate nei kolchoz, specie in Ucraina.

Tutti questi avvenimenti fecero sorgere nell’arretrata società rurale russa sentimenti millenaristi che ovviamente accrebbero il sospetto con cui il potere staliniano guardava alle campagne. Nonostante la disorganizzazione profonda e la carestia, la riscossione del grano da parte dello Stato raggiunse cifre considerevoli: 23,3 milioni di tonnellate nel 1933 (34% del raccolto di 67,6 milioni di tonnellate), nel 1935 lo Stato riuscì a incamerare il 45% della produzione agricola, dando un impulso vertiginoso all’industrializzazione.

L’edificazione staliniana e burocratica del socialismo procedeva a tappe forzate nel disprezzo più totale della democrazia dei soviet, con prezzi incalcolabili per le masse rurali e l’accrescimento abnorme del potere della burocrazia.

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