Il dialogo finito con i cattolici

cattocomunistiCorriere della Sera del 10 giugno 2006

di Ernesto Galli Della Loggia

Senza troppi clamori si sta consumando sulla scena politica italiana un decesso illustre: quello del cattocomunismo. È questo il significato alla fine più importante delle cronache delle ultime settimane, anche se, come e ovvio, la fine che oggi si annuncia viene da lontano, è il frutto di almeno due grandi fenomeni congiunti all’opera da tempo.

Il primo fenomeno è rappresentato dal mutamento sostanziale dell’agenda politica italiana come del resto di tutti i Paesi occidentali. Ormai il grande scontro tra capitale e lavoro, tra la prospettiva proprietario-capitalistica e quella statalsocialista, che ha dominato per più di un secolo la vita pubblica, è alle nostre spalle.

Di conseguenza è alle nostre spalle anche tutta una serie di «spartiacque» che sono stati decisivi per determinare storicamente l’identità della destra e della sinistra. Guardiamo al panorama dei nostri maggiori problemi attuali: la competizione con i nuovi attori dello sviluppo mondiale (Cina, India, ecc.), l’ondata migratoria, la crisi demografica, l’insostenibilità della spesa assistenziale, il declino della stabilità del lavoro e della sua cultura.

Ebbene, quale di questi problemi nasce dallo scontro tra capitale e lavoro? Quale di questi problemi ha soluzioni alternative che possano realmente dirsi «di destra» e «di sinistra»? Nessuno, direi.

Si aggiunga, almeno nel nostro continente, un ulteriore elemento decisivo: il fatto che ormai, per tutto ciò che riguarda l’ambito economico-sociale ad avere la parola decisiva non sono quasi più i parlamenti e i governi nazionali, ma l’Unione Europea. È a Bruxelles e a Francoforte che si decidono i parametri vincolanti delle politiche economico-monetarie da cui dipende tutto.

Ed è stato per l’appunto grazie a Bruxelles e Francoforte che da anni si è imposta dovunque la svolta liberista alla quale, oggi, anche i più riottosi ministri di Rifondazione comunista sono obbligati ad adeguarsi. Insomma, in Italia come dappertutto non c’è più spazio per «terze vie», «elementi di socialismo» o altre sperimentali velleità, alternative a quanto stabilito in sede europea.

È questo fatto, insieme al mutamento radicale del quadro socio-economico, che ha determinalo la fine della centralità nel dibattito politico dei paesi europei, e dunque anche dell’Italia, dei temi strettamente economici, un tempo invece dominanti. Il vuoto cosi creatosi è riempito ogni giorno di più da temi immateriali, in particolare da quelli etici riguardanti l’esistenza umana e gli stili di vita, perlopiù messi all’ordine del giorno dai progressi della scienza.

Attualmente è intorno a questioni come la riproduzione artificiale della vita, la sostituibilità di partì del corpo, o la possibilità di autodeterminazione della morte, ma anche l’ammissibilità del matrimonio tra omosessuali, l’adozione di minori da parte degli stessi, è intorno a questi temi soprattutto che si accende il dibattito politico.

Ed è in relazione ad essi che si è verificato il secondo fenomeno che ha portato in Italia alla fine del cattocomunismo: cioè il cambiamento deciso della composizione sociale e quindi dell’ideologia della sinistra. La fine della centralità dello scontro capitale-lavoro o comunque il suo rimodellarsi secondo prospettive inedite, unitamente alla deindustrializzazione, ha prodotto l’allontanamento dalla sinistra di quote consistenti di lavoratori industriali (ne sono prova i risultati elettorali delle regioni del Nord).

Gli antichi caratteri «di classe» della sinistra sono ormai sul punto di sparire, e la prevalente base operaia, contadina e di popolo minuto di una volta è stata progressivamente sostituita dai ceti medi del pubblico impiego, dagli insegnanti, dagli addetti alle grandi corporazioni «civili» (magistrati, professori universitari, giornalisti), dalla media e alta borghesia.

Questi gruppi sociali sono spesso interessati si, economicamente, alla protezione «pubblica» del proprio reddito/status, ma dal punto di vista ideologico non conservano più nulla delle vecchie posizioni che per decenni hanno costituito l’identità diciamo così etico-pubblica del vecchio Partito comunista e della sinistra in genere.

Non più il sospetto per tutto ciò che sapesse di individualistico, di piacere fine a se stesso, di «borghese», non più diffidenza per i valori acquisitivi, non più disponibilità a pensare la vita soprattutto come impegno, e neppure, ormai, la più piccola traccia di quel tanto di moralismo magari un po’ ipocrita, di esibito perbenismo che caratterizzava quegli orizzonti di un tempo.

Ora, all’opposto, i nuovi ceti di riferimento della sinistra sono tutti immersi in un’atmosfera che appare dominata dalla più radicale soggettività, nonché da una morale di tipo individualistico-libertario (si ha il diritto di fare ciò che si vuole, basta che non si danneggi un altro: quanto allo Stato, esso non deve immischiarsi di nulla), pronti a identificarsi con tutte le mode, i tic, i gusti, i consumi della modernità purché, beninteso, rivestiti di un’opportuna patina di «eleganza».

Si comprende senza fatica come i due fenomeni di cui ho fin qui parlato — la conversione dall’economia all’etica dell’agenda politica, e l’avvento a sinistra in posizione dominante di un’ideologia di tipo acquisitivo-libertario—sconvolgano alla radice il panorama sul cui sfondo si è mosso per decenni il cattocomunismo.

Il quale ha sempre conservato una natura magmatica, ha sempre rifuggito da teorizzazioni precise (con l’eccezione forse di-quelle compiute in anni ormai remoti da Franco Rodano e Claudio Napoleoni), ma forse proprio per questo ha rappresentato una prospettiva e vorrei dire di più: una suggestione potente che ha attraversato tutta la vita politica italiana.

La prospettiva cioè di un incontro tra due «popoli» e due «culture popolari» all’insegna della solidarietà sociale, della comune rappresentanza dell’«umile Italia» delle masse raccolte all’ombra dei campanili e dell’idea socialista, della lotta contro la «miseria», della simpatia per il Terzo Mondo e della diffidenza verso gli Stati Uniti, e infine di una costumata intima, sobrietà, di un senso alto e serio della vita. Il tutto, come si capisce, in polemica contro il Paese dei «signori», contro l’Italia della «borghesia», la sua cultura castale, la sua mentalità egoista, gerarchica, malthusiana, le sue simpatie atlantiche.

Chi vuote cogliere di quante cose diverse, ma pure tutte convergenti, si alimentasse il cattocomunismo non ha che da leggere qualche pagina di Pasolini o di Don Milani, rivedere qualche vecchio film neorealista di Rossellini o De Sica, scorrere qualche discorso di Dossetti o qualche nota riservata dì Antonio Tato per Berlinguer.

Il cattocomunismo ha rappresentalo lo sfondo del grande disegno togliattiano dell’«incontro con i cattolici, che per decenni ha dominato la poltica della sinistra italiana, ne è stato, pur tra non poche critiche, come una linea-guida essenziale. Un disegno che nel mondo cattolico-democristiano (non esclusa la Chiesa) ha trovato sempre interlocutori pronti e attentissimi.

Questa trama antica e tenace di relazioni, di intese, di sintonie non dette, di affinità. profonde, sta oggi andando in pezzi. È lacerata dall’impossibilità di trovare una base economica significativa in comune nel mondo nuovo dominato dal liberismo brussellese; dalla eguale impossibilità di trovare una terza via ideologica in comune, stante l’obbligatoria reverenza liberaldemocratica a cui tutti sono ormai tenuti.

Ma soprattutto la prospettiva cattocomunista è squarciata dal dissidio radicale — e che sembra destinato a radicalizzarsi sempre di più — proprio su quel terreno dei valori che un tempo, viceversa, era quello che più teneva insieme cattolici e comunisti.

Questi ultimi, divenuti post, e andata perduta ormai ogni vestigia sociale di «popolo», appaiono totalmente assorbiti entro un orizzonte «borghese» che in nulla più si distingue da quello del resto della società italiana, un orizzonte definito da un fortissimo soggettivismo etico, da una spinta edonistico-acquisitiva, da un programmatico relativismo culturale, perfino ormai tentato dai fremiti dell’anticlericalismo.

Il mondo cattolico e la Chiesa si trovano invece sulla sponda opposta: impegnati, come sanno e come possono, a combattere proprio contro il bagaglio etico e ideologico che oggi a sinistra raccoglie i maggiori consensi. È, la loro, una battaglia disperata, ma, almeno a giudizio di chi scrive, nobile e importante come spesso sono le battaglie delle minoranze contro le opinioni, e l’inevitabile conformismo delle maggioranze.

Quale che sia il suo esito, appare però chiaro che comunque anche su questo piano l’antico dialogo con i cattolici tanto caro alla sinistra di ispirazione comunista ha ormai perduto ogni possibile verosimiglianza; e con esso sembra ormai finita pure la lunga stagione del cattocomunismo.

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