Inizia il processo al regime dei Khmer Rossi

processo KhmerTratto dal sito  www.ragionpolitica.it
4 luglio 2006

Dopo 27 anni dalla fine del loro regime, i Khmer Rossi vengono processati.

di Stefano Magni

Ieri, 3 luglio, 17 giudici cambogiani e 10 stranieri nominati dalle Nazioni Unite, hanno giurato, dando inizio al processo, anche se i procedimenti incominceranno solo fra un anno. Nel frattempo il leader indiscusso dei Khmer Rossi, Pol Pot, è già morto (nel 1998) e ad essere processati saranno solo due dirigenti del partito comunista al potere dal 1975 al 1979: l’ex capo di stato maggiore Ta Mok (detto «il macellaio») e Kaing Khek-lev, l’ex direttore del carcere di Toul Sleng.

Il regime dei Khmer Rossi fu una meteora. Durò solo quattro anni, per poi essere travolto da un altro regime comunista, quello del Vietnam, che invase la Cambogia nel 1979. Ma in questi quattro anni i Khmer Rossi lasciarono sul terreno 2 milioni di morti. Fu lo sterminio più letale della storia del XX secolo, considerando che riguardò ben un terzo dell’intera popolazione cambogiana. Erano tante le accuse per cui si poteva essere uccisi: bastava portare gli occhiali, non avere mani sufficientemente callose, conoscere qualche parola di una lingua straniera, praticare una qualsiasi religione, essere nati in un’etnia «nemica», essere considerati «pigri», non portare a termine un lavoro assegnato.

Persino piangere per la morte di un parente era giudicato un comportamento «sentimentalista» punito con la morte. Bastava questo per essere uccisi sul posto per ordine di un dirigente locale del partito. Ma nemmeno i membri più fedeli dei Khmer Rossi, nemmeno gli alti dirigenti potevano vivere al sicuro. Le purghe interne al partito, sin dentro la cerchia di Pol Pot, erano continue e letali. Il carcere di Toul Sleng, che oggi è stato trasformato in un memoriale dello sterminio, era stato riempito di militanti e dirigenti dei Khmer Rossi, tutti fucilati dopo che era stata loro estorta con la tortura una confessione di colpevolezza. Di tutti i prigionieri di Toul Sleng, circa 20.000, alla fine del regime ne erano sopravvissuti solo 14.

La Cambogia è lontana, ma per molti contestatori europei nella fine degli anni ’70, quel regime fu un modello da seguire e non avevano la benché minima idea di quale incubo si trattasse. Hong Thong Hoeung, ad esempio, un cambogiano che viveva in Francia, fece ritorno in Cambogia dopo la presa del potere di Pol Pot, vedendo nella nuova società cambogiana un modello realizzato del contratto sociale di Rousseau. Ebbe modo di pentirsene dopo 4 anni di lavori forzati, soprusi e fame. Sopravvisse per miracolo e tuttora è uno dei più lucidi testimoni dello sterminio. Il suo è un racconto simile a quello di altri internati nei gulag sovietici e nei lager nazisti.

Ciò che fa più impressione è che Hoeung non fu mai «prigioniero» nel senso nostro del termine: era un cittadino cambogiano. Tutti i cittadini cambogiani vivevano, più o meno, nelle sue condizioni. Non c’era una struttura piramidale, né un sistema centralizzato di sterminio, come nella Germania nazista. C’era la piena autonomia di punire con la morte o con la tortura lasciata nelle mani dei dirigenti locali. Di fatto, tutto il Paese divenne un gigantesco gulag, in cui la disciplina era più o meno rigida a seconda del distretto. In alcuni si viveva e si lavorava fino a sfinire. In altri si moriva e basta.

Anche nella maggioranza della letteratura popolare sulla Cambogia non si riesce a comprendere il perché dello sterminio. Nemmeno il famoso film Le urla nel silenzio, che per primo ha reso noto al grande pubblico lo sterminio cambogiano, spiega quale fosse la natura del regime dei Khmer Rossi, quali fossero le loro idee, quali i loro obiettivi. Anzi: il regista Roland Joffé inverte le responsabilità e attribuisce il grosso della colpa agli Stati Uniti.

Sarebbero loro e il loro interventismo nel Sud-Est asiatico (gli Americani bombardarono a più riprese la Cambogia per colpire i Vietnamiti che ne avevano fatto una vera e propria base logistica) ad aver «esasperato» gli estremisti cambogiani e scatenato la loro furia vendicativa. Questa è la tesi corrente nell’intellighenzia di sinistra: i Khmer Rossi come effetto collaterale della guerra americana. Non si spiega, allora, come mai i Khmer Rossi incominciarono da subito ad imporre la loro dittatura e le loro pratiche di sterminio, ancora prima dell’intervento americano. I Khmer Rossi seguirono un loro programma ideologico, indipendentemente dalle circostanze esterne.

Dopo lo sterminio nazista, occorsero almeno due decenni prima di comprendere la natura di quel regime. Ma la Germania fu sconfitta nel 1945 da potenze che odiavano il nazismo e avevano tutto l’interesse a svelare la natura criminale di quell’ideologia totalitaria. Il regime di Pol Pot fu sconfitto dal Vietnam, da un altro regime che si richiamava ai suoi stessi valori marxisti leninisti. I Vietnamiti insediarono al potere Samrin, un dirigente non allineato degli Khmer Rossi, cresciuto nella stessa ideologia di Pol Pot. Dopo la sconfitta della Germania nazista, oltre ai gerarchi, fu processata la loro ideologia. Dopo la sconfitta della Cambogia di Pol Pot, nessuno ha realmente interesse a processare la sua ideologia e a condannarne la natura criminale.

Qual era l’ideologia di Pol Pot? Nulla di misterioso: il leader del movimento dei Khmer Rossi voleva solo applicare la filosofia di Karl Marx alla lettera. Nella sua fase compiuta, nel comunismo scompare la divisione del lavoro. Ogni persona diventa un lavoratore manuale, un artista e un intellettuale. Pol Pot fece, di tutti i Cambogiani, un popolo di intellettuali rivoluzionari e contadini, costringendoli a lavorare per 18 ore al giorno e a sorbirsi, nelle rare pause, lezioni e lezioni di marxismo applicato. Nel comunismo scompare la dicotomia città-campagna: Pol Pot trasferì le città intere nelle campagne, costringendo tutti gli abitanti (compresi i ricoverati negli ospedali) a evacuare in pochi giorni le loro abitazioni e a trasferirsi nelle campagne.

Nel comunismo scompare la famiglia: Pol Pot strappò i figli dai genitori per imprimere loro un’educazione collettiva e proibì (punendola con la morte) ogni forma di compassione e sentimento nei confronti dei parenti e dei congiunti. Nel comunismo scompare la proprietà privata: Pol Pot impose a tutti un’unica divisa, pasti in comune, cibo razionato redistribuito dalle sezioni locali del partito e applicò rigorosamente la pena di morte per chiunque, affamato, tentasse di prendere qualcosa in più dai magazzini comuni. Nel comunismo scompare l’individualità: Pol Pot bandì dalla grammatica la prima persona singolare «io», impose un’unica divisa per tutti e costrinse tutti a dormire e vivere in locali comuni. Il regime dei Khmer Rossi non fu una strana eccezione nella storia: era un regime coerentemente comunista

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