Dilemmi bioetici – Siamo uomini o scimmie? In Spagna un’idea c’è

uomo_scimmiaAvvenire, 26 maggio 2006

 di Francesco Agnoli

Dopo il divorzio più breve, l’aborto più “largo”, la fecondazione in vitro più aperta e la famiglia più scardinata, con i cosiddetti «progenitore a e b» e i famosi “matrimoni” omosessuali, sembra che Zapatero (forse ormai italianizzabile come “lo zappatore”, di princìpi e valori) donerà alla Spagna nuovi “diritti fondamentali”, volti a tutelare una parte consistente del possibile futuro elettorato: le grandi scimmie. «Piaccia o no – si dice in Spagna in questi giorni – gli esseri umani sono grandi scimmie», e come tali devono essere tutelate in modo particolare (cioè più degli umani).

Secondo il deputato socialista Francisco Garrido, recente promotore di un disegno di legge presso la Camera dei deputati di Madrid per la protezione morale e legale delle grandi scimmie, «essere orgogliosi delle proprie origini è proprio delle persone di buona famiglia». I primi passi di una tale visione del mondo saranno, evidentemente, quelli già proposti in Italia dal vegetariano Umberto Veronesi: non si mangia carne e non si sperimenta sugli scimpanzé, che hanno il dna similissimo al nostro.

Rimangono solo, da sacrificare sull’altare della ricerca scientifica, gli embrioni umani, cosa che la Spagna non a caso ha già autorizzato per legge. Poi occorrerà capire se le scimmie, una volta sdoganate, reclameranno altri «diritti fondamentali», come li chiama Zapatero: il diritto ad abortire, a fare la fecondazione artificiale, a cambiare sesso… Ma poiché la cosa non sembra probabile, e le scimmie, anche le più progressive ed evolute, non hanno alcuna propensione a imitarci, sarebbe bene cercare di comprendere come mai gli uomini di oggi, invece, siano sempre più desiderosi di equipararsi, in tutto e per tutto, alle scimmie stesse e agli animali in genere.

Bisogna allora riandare alle radici dell’animalismo e dell’ecologismo estremista attuali, non senza ricordare che le loro origini affondano, filosoficamente, nelle riduzione dell’uomo a materia, o a componente del mondo-dio, panteisticamente inteso. In entrambi i casi, infatti, la grandezza dell’uomo è negata in quanto egli diviene semplicemente un meccanismo come gli altri nel grande circuito materiale di produzione e di distruzione che è l’universo, oppure un elemento vitale all’interno dell’Uno-Tutto, ma senza unicità, personalità e libertà, esattamente come gli animali, gli alberi, i moscerini…

Questa visione può portare persino a una sintesi ulteriormente assurda, come quella proposta recentemente da Eugenio Scalfari per giustificare da una parte la possibilità “divina” dell’uomo di sperimentare sull’uomo, dall’altra la sua manipolabilità come semplice animale: l’uomo non è che una scimmia, discendente di scimmie e del caso, ma nello stesso tempo è dio, o meglio parte dell’universo-dio. Scrive infatti il fondatore di Repubblica: «Se il divino è dentro di me, io stesso sono il portatore di Dio, sono un pezzetto di Dio, infine sono Dio» (L’Espresso, 24 novembre 2005).

Fatte queste premesse il discorso è semplice e si riduce a una domanda: chi è l’uomo? Cos’è questo strano essere che – solo tra tutti i viventi – si chiede il significato della sua vita, indaga le leggi dell’universo, esercita il libero arbitrio, sino a poter persino andare contro la propria natura? Questo essere che parla, crea opere d’arte, compie il bene e il male, si serve, con giustizia o meno, delle altre creature? Non certo il più nobile – dicono gli animalisti – ma il peggiore, colui che può alterare l’equilibrio terrestre, materiale o divino che sia.

«Cosa è l’Homo sapiens?», si chiedeva Aurelio Peccei, fondatore nel 1968 del Club di Roma, che Pannella propose a suo tempo come presidente del Consiglio. E proseguiva: «Il capolavoro della natura o un refuso sfuggito al controllo della selezione naturale?».

Propendeva, evidentemente, per la seconda soluzione, tanto da parlare, poi, di «metastasi cancerosa della popolazione», lamentandosi esattamente come faceva Darwin per i progressi della medicina, dell’igiene e dell’alimentazione, che strappano alla morte troppe persone inadatte a vivere: «Salvo gli insetti, sono assai rare le specie che si moltiplicano in modo così selvaggio e cieco» (A. Peccei, Cento pagine per l’avvenire, Mondadori).

Il suo pensiero, in realtà, non appare certo isolato. Storicamente ha i suoi antecedenti, ad esempio, nell’animalismo coltivato tra gli altri anche dal nazismo, che proibì la vivisezione teorizzando «che il Nuovo Tedesco doveva emulare alcuni comportamenti animali, soprattutto la forza, l’aggressività e la crudeltà del predatore. Il fondamento religioso filosofico di queste riforme era la credenza secondo cui la separazione fra specie viventi affermata nell’Antico e nel Nuovo Testamento sarebbe un grave errore, mentre il mondo naturale, come già credevano gli antichi e oggi gli orientali, sarebbe un tutto unico governato dalle medesime leggi biologiche» (La Stampa, 4 settembre 1992, «Animalisti discolpatevi: Hitler la pensava come voi»).

Oggi un’analoga visione del mondo è propagandata in alcuni ambienti animalisti ed ecologisti estremi, al punto che i francesi Sandy Irvine e Alec Ponton, nel loro Il Manifesto verde (Meb, Trento, 1990), antologizzato in un manuale molto in voga nelle scuole medie superiori italiane, sostengono che la presunta sovrappopolazione della Terra è una «bomba» analoga a quelle degli «arsenali nucleari», perché «nel tempo che ci vuole a leggere questa pagina saranno nati 250 bambini». Occorrerebbe allora «ribaltare la diffusa discriminazione in favore della procreazione» (non è chiaro come, ma sembra attuando il controllo delle nascite, così come attuiamo quello «su altre specie per mezzo di pesticidi ed erbicidi»).

Ma il pensatore che più di tutti incarna l’avversione animalista per l’uomo è senz’altro Peter Singer, già docente nientemeno che nelle Università di Oxford, New York, Colorado, California e alla Trobe University. Il suo nome, anche in Italia, è circondato da ammirazione e da un’aura di sacralità, tanto da essere spesso citato come un uomo di grande “statura” dai sostenitori, ad esempio, della fecondazione artificiale.

Basti una citazione, tratta dai suoi «Scritti su una vita etica» (Saggiatore, pp.180-181), incentrati sulla esaltazione del darwinismo, la condanna della vivisezione sugli animali, e la difesa di aborto, infanticidio sino al ventottesimo giorno dopo la nascita ed eutanasia: «Un bambino di una settimana non è un essere razionale e autocosciente, esistono molti animali non umani la cui razionalità, autocoscienza, consapevolezza, sensibilità e così via sono superiori a quelle di un bambino umano, anche di un mese di età.

Se il feto non ha lo stesso diritto alla vita di una persona (ipse dixit, ndr.), allora ne deriva che neanche il neonato ha questo diritto, e che la vita di un neonato ha meno valore per lui stesso di quanto la vita di un maiale, di un cane, di uno scimpanzé abbiano per l’animale non umano…Pensare che la vita di un neonato abbia uno speciale valore perché è piccolo e grazioso è come pensare che un cucciolo di foca, con la sua soffice pelliccia bianca e i suoi occhioni tondi, meriti più protezione di un gorilla, che non possiede questi attributi».

Sempre Peter Singer, fondando insieme a Paola Cavalieri il «Progetto Grandi Scimmie» (da cui l’attuale manovra politica zapatera prende il via), afferma: «È venuto il momento di proporre un’idea nuova: estendere la comunità morale oltre gli esseri umani, fino a includere scimpanzé, gorilla e oranghi. La “comunità di uguali” abbraccerebbe allora tutte le grandi scimmie, e non solo i membri della nostra specie» (p.102, op.cit.). Altro che stravaganza: la “legge per le scimmie” proposta in Spagna ha una genealogia ben precisa. E adesso, occhio agli emuli di casa nostra.

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