Ru 486 a processo: gli Usa scoprono la verità

New_england_coverAvvenire 11 maggio 2006 Dossier

di Eugenia Roccella

Negli Stati Uniti, ad Atlanta, si apre oggi un convegno sul rapporto tra l’aborto chimico e le gravi infezioni – dovute a un raro batterio, il Clostridium sordellii – che hanno causato la morte di cinque giovani donne americane. Nel mondo occidentale sono già 12 le morti accertate dovute alla Ru 486, la pillola abortiva: morti silenziose, misteriose, che sono state scoperte e denunciate con fatica.

Negli Usa un’autorevole testata liberal come il New York Times ha condotto una campagna di informazione seria e imparziale sull’aborto chimico, pur restando schierata sul fronte pro-choice (a difesa della libertà di abortire). La stampa italiana invece – con poche eccezioni – ha finora preferito dare voce solo ai sostenitori della Ru 486, continuando ad alimentare la pericolosa illusione di un aborto facile, indolore, e soprattutto sicuro.

Il convegno, organizzato tra gli altri dalla Food and Drug Administration (Fda), l’ente pubblico che ha autorizzato negli Usa il farmaco abortivo, mette per la prima volta la Ru 486 ufficialmente sotto accusa sul piano della sicurezza medica. In realtà tutta la storia della pillola è stata costellata di riserve, ambiguità, silenzi, anche all’interno del mondo scientifico, ma negli ultimi tempi le perplessità e i timori si sono moltiplicati, e molti specialisti sono usciti allo scoperto.

Basta ricordare l’articolo apparso nel dicembre scorso sul New England Journal of Medicine, in cui si denunciava una percentuale di mortalità con il metodo chimico 10 volte più alta di quella rilevata con il metodo chirurgico, o la spaventosa rassegna di oltre 600 eventi avversi pubblicata dagli Annals of Pharmacotherapy. L’allarme destato dalla rapida successione di incidenti fatali (e va detto che la quinta donna è morta quando già l’appuntamento di Atlanta era stato fissato) ha infine costretto le autorità sanitarie americane a occuparsi seriamente della questione.

Quasi certamente non si arriverà a ritirare il farmaco dal mercato, come da tempo ha chiesto Monty Patterson, il padre della diciottenne Holly la cui morte ha aperto il dibattito sulla sicurezza dell’aborto chimico, ma la Fda è in grave imbarazzo. Sull’ente americano, noto in tutto il mondo per il rigore delle procedure e l’accuratezza delle indagini, pendono sospetti pesanti.

Dopo averci pensato per ben quattro anni, infatti, nel 2000 la Fda ha dato infine il suo consenso all’immissione sul mercato della Ru 486, adottando una procedura d’urgenza applicata fino a quel momento solo ai farmaci salvavita, come quelli per le terapie antitumorali o per l’Aids. Con questo sistema la pillola ha potuto dribblare la rigidità degli standard richiesti per la sicurezza, e sottovalutare la gravità e il numero degli eventi avversi affiorati durante le sperimentazioni.

Ma perché la Fda avrebbe dovuto mettere in gioco il suo buon nome per la Ru 486? La verità la possiamo leggere oggi sui documenti resi pubblici da un’associazione indipendente americana, la Judicial Watch, che si batte per la trasparenza nella politica e nella giustizia. Dopo una lunga battaglia legale, l’associazione è riuscita ad acquisire un’impressionante mole di carte (oltre 9000 pagine) prodotta sulla questione dall’amministrazione Clinton.

Attraverso le lettere e le note scambiate tra esponenti della Fda, della Casa Bianca e della Roussel Uclaf, la ditta che ha sintetizzato e prodotto il mifepristone (principio attivo della pillola), si può ricostruire con notevole precisione l’intera vicenda.

L’interessamento del presidente americano nei confronti della pillola abortiva è stato insistente e continuo: fin dall’inizio del mandato i suoi collaboratori hanno lavorato perché fosse rapidamente introdotta negli Stati Uniti. Il primo braccio di ferro Clinton l’ha dovuto ingaggiare proprio con la casa produttrice del farmaco, la Roussel Uclaf, che non ne voleva sapere di commercializzare la Ru 486 negli Usa.

L’azienda temeva infatti che un fallimento (in una lettera il suo presidente, Edouard Sakiz, fa l’esempio della nascita di un bambino malformato) potesse dare luogo a una di quelle cause legali tipicamente americane, con richiesta di risarcimento rovinosa sia per la fama che per le finanze della ditta.

Di fronte al tenace rifiuto dei diretti interessati, gli intermediari di Clinton hanno iniziato una trattativa per far cedere gratuitamente il brevetto della Ru 486 al Population Council, l’ente non-profit fondato da Rockfeller che promuove e organizza le campagne di controllo demografico nel mondo. Che lo scopo delle pressioni presidenziali fosse blandire la lobby antinatalista (fortissima negli Usa) è abbastanza evidente scorrendo la documentazione prodotta dalla Judicial Watch.

Anche con la Fda l’amministrazione Clinton ha esercitato il suo potere, fino a che l’ente non ha effettivamente autorizzato la commercializzazione del mifepristone, attraverso l’escamotage cui abbiamo accennato: trattare la pillola abortiva alla stregua di un farmaco “salvavita”. Oggi però l’Fda è in una scomoda posizione: non può ammettere di aver assecondato le pressioni politiche, e ha difficoltà a riconoscere di aver agito con superficialità nel valutare le garanzie di sicurezza offerte dal farmaco.

Con ogni probabilità, dunque, dal convegno di oggi non uscirà una decisione definitiva né una condanna senza appello, ma forse la richiesta di maggiori prove scientifiche e la necessità di una più diffusa cautela. Intanto Hillary Clinton, da donna intelligente, si è accorta che l’aria è cambiata: ha abbandonato le posizioni radicali assunte dal marito, e oggi sostiene la necessità di una politica che porti a una diminuzione delle interruzioni di gravidanza.

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