Il paradosso dell’eutanasia ‘cristiana’

eutanasiaAgenzia ZENIT 9 aprile 2006

Pubblichiamo di seguito per la rubrica di Bioetica l’intervento della dottoressa Claudia Navarini, docente della Facoltà di Bioetica presso l’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum di Roma.

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Nelle ultime settimane il tema dell’eutanasia è stato spesso al centro del dibattito internazionale, e numerosi Paesi hanno colto l‚occasione per fare il punto della situazione e per riprendere le discussioni a livello etico, culturale e anche legislativo. Qualche esempio?

In Australia, dove nel Northern Territory era stata emanata una legge a favore dell’eutanasia (1996) – revocata l’anno dopo – e dove è entrato il vigore lo scorso 6 gennaio il Criminal Code Amendment Act – una legge che proibisce la discussione sui metodi per praticare l’eutanasia e il suicidio assistito per telefono, fax, e-mail o Internet – è in atto un progetto di disobbedienza civile allo scopo di promuovere l’eutanasia volontaria.

La proposta di legge sul suicidio assistito presentata da Lord Joffe in Gran Bretagna, invece, sarà ostacolata da quella che è stata definita la più grande campagna politica della Chiesa Cattolica inglese, sotto la guida dell’Arcivescovo di Cardiff Peter Smith.

In Belgio, il Cardinale Godfried Danneels sta cercando di creare un “fronte religioso” (http://www.aduc.it/dyn/eutanasia/noti.php?id=140104)  che comprenda le tre grandi religioni monoteiste per scongiurare l’estensione della legge belga sull’eutanasia, in vigore dal 2003, ai soggetti dementi.

In Francia Marie Humbert (http://www.aduc.it/dyn/eutanasia/noti.php?id=137783), la donna assolta dopo aver aiutato il figlio a morire, ha presentato una proposta di legge per “l’assistenza attiva a morire” insieme all’Association pour le droit de mourir dans la dignité (ADMD), che di recente ha svolto un sondaggio secondo cui l‚86% dei Francesi sarebbe a favore dell’eutanasia.

Ancora, il Giappone è in subbuglio a causa di un medico indagato per sette casi di sospetta eutanasia, in cui – fra dimissioni e ritiro delle dimissioni del chirurgo in questione – sono state ribadite le regole da rispettare perché un’eutanasia sia “praticata correttamente”. Al contrario in Cile, a fronte di pressioni e rumori dell’opinione pubblica, il Ministro della Salute Soledad Barria ha precisato che il Governo si opporrà a qualsiasi legge a favore dell’eutanasia.

Si parla di eutanasia in Messico, in Spagna, in Cina, negli Stati Uniti. E in Italia il dibattito prosegue da anni.

In tale clima, la rivista “MicroMega” ha pubblicato il 6 aprile un articolo di Sergio Rostagno, coordinatore della Commissione per i problemi etici posti dalla scienza della Tavola valdese, con un titolo inquietante: L’eutanasia può essere cristiana. Rostagno, infatti, si cimenta in un’operazione inedita nella cultura italiana, sebbene già ampiamente illustrata dal “Gruppo di lavoro sulla bioetica” della Tavola Valdese nel 1998 (http://www.chiesavaldese.org/pages/archivi/mater_studio/eutanasia.pdf) ; cerca cioè di spiegare perché l’eutanasia è accettabile da un punto di vista teologico (S. Ristagno, L’eutanasia può essere cristiana, “MicroMega”, 6, 6 aprile 2006, pp. 27-31).

La medicina e il diritto, infatti, avrebbero già risolto i loro problemi: la prima indicando “se, come e quando” praticare l’eutanasia, la seconda cercando di “definire la legittimità della procedura”. La questione si pone in termini più complessi quando si parla di Dio, suggerendo a tutti gli uomini di fede che, poiché la vita appartiene ultimamente a Lui, non possiamo volontariamente privarcene o privarne altri. La vita è in questo senso un bene assolutamente indisponile (cfr. M. Palmaro, Non tocca allo stato stabilire che una vita non è degna di essere vissuta.  Nove ragioni giuridiche, di buon senso e di memoria storica per dire di no alla legalizzazione della “dolce morte”, “Il Foglio”, 30 marzo 2006).

Rostagno contesta proprio questo punto. Affermare che solo Dio, che è il padrone della vita, può “dare la morte” è per il teologo valdese cristianamente sbagliato: “Dio non è colui che condanna, ma semmai colui che difende”. Colui che difende la vita, affidandola alla responsabilità. E così, responsabilmente, l’uomo potrebbe “riconsegnarla”, cioè decidere il momento più opportuno in cui terminare la sua vita, in modo da “aiutare l’essere umano a morire senza inutili strazi”.

D’altra parte, prosegue, di fronte alla sofferenza, di fronte al “caso, prevedibile, di un prolungarsi indefinito del dolore e della terapia, la risposta più umana, la più pratica e intelligente è anche la più ovvia. Non si può vivere la propria morte per settimane o mesi o indefinitamente”.

L’eutanasia potrà essere facilmente la via più “pratica” per uscire dalla sofferenza, ma solo apparentemente è la più umana, e non è di certo la più intelligente. Infatti, non “legge dentro” l’uomo per comprenderne il mistero e il valore, né considera davvero in che senso si possa dire cristianamente che la vita è un dono.

In primo luogo, nella visione cristiana Dio affida all’uomo la sua vita (e quella del prossimo) come un bene. L’uomo è libero nel gestire tale bene; così libero che tecnicamente può anche andare contro questo bene offendendo o sopprimendo la vita. In questo caso, tuttavia, l’uomo non si comporta responsabilmente, cioè non risponde correttamente a Dio del bene che gli è stato affidato. Usa male la sua libertà, va contro se stesso e contro Dio. Togliendosi la vita perché fonte di dolore, l’uomo infatti decide di fatto che la sua vita “non vale più la pena di essere vissuta”. In altre parole, l’uomo diventerebbe la fonte del suo proprio valore, e Dio non potrebbe più essere – come ammette Rostagno – il “garante della vita”.

In secondo luogo, affermare che non siamo padroni della nostra vita non significa dire che Dio toglie la vita arbitrariamente, quando vuole. Propriamente, infatti, Dio non vuole la morte di nessuno. L’evento morte fa parte di quel mistero del male che ha invaso la storia umana a motivo della libertà personale, e che interessa tutta la finitezza dell’uomo, come pure l’inesorabile concatenazione delle cause seconde.

Dio vuole la vita al punto da avere preparato per ciascuno un destino eterno di partecipazione alla vita divina. Sapendo che la vera vita è quella che inizia dopo la morte umana, allora diciamo che Dio “chiama a Sé”, ma ciò avviene – ordinariamente – secondo le cause naturali, senza un diretto intervento soprannaturale. Dunque, per il cristiano, sottostare alla volontà di Dio rispetto al momento della morte significa accettare il momento e il modo della morte stabiliti dalla dimensione biologica dell’uomo, dopo avere fatto tutto il possibile per preservare la vita e la salute. Per questo è così importante studiare anche scientificamente il problema dell’accertamento della morte.

In terzo luogo, non è contraddittorio con la tutela della vita il rifiuto dell’accanimento terapeutico. Purché, ancora una volta, tale termine non diventi uno strumento linguistico di manipolazione etica. Rostagno osserva che “per trovare un accordo tra opinioni diverse basta a volte evitare la parole eutanasia”. E il “rifiuto dell’accanimento terapeutico” si presta magnificamente a suggellare questo accordo. Peccato che per accanimento terapeutico si intenda troppo spesso l’esistenza stessa in condizioni non auspicabili. La parola che risveglia immediatamente la questione è prolungamento (cfr. l’inglese life prolonging treatment).

Spesso i fautori dell’eutanasia – e i confusi – si accaniscono contro ogni forma di prolungamento artificiale della vita, ritenendolo comunque “eccessivo” e intollerabile per il paziente. Quello che rende eccessivo e sproporzionato un trattamento, in realtà, è il fatto che prolunghi volontariamente l’agonia, in condizioni precarie e penose, e nell’imminenza della morte. Non altro.

Come spiegava Giovanni Paolo II nel discorso Ai partecipanti al Convegno internazionale sull’assistenza ai morenti, 18 marzo 1992, l’accanimento terapeutico consiste “nell’uso di mezzi particolarmente sfibranti e pesanti per il malato, condannandolo di fatto ad un‚agonia prolungata artificialmente” (n. 4).

Il diritto ad una “morte degna” non si esplica dunque nel decidere i tempi e i modi della propria morte, sopprimendo la vita quando si ritiene – per un’orgogliosa quanto indebita estensione dei limiti della nostra autonomia – che abbia “perso il suo valore”. Il valore della nostra (e altrui) vita, infatti, resta intatto in ogni suo istante, poiché, come già ricordato, non dipende da noi, che non siamo ontologicamente in grado di fondare tale valore.

Piuttosto, la dignità della morte sarà il “diritto di morire in tutta serenità, con dignità umana e cristiana” (Congregazione per la Dottrina della Fede, Dichiarazione sull’eutanasia, 5 maggio 1980), addolcendo il dolore fisico se il paziente lo desidera (nei casi più gravi al limite anche se ciò obnubila la coscienza), curando con attenzione la sofferenza psichica, e favorendo la migliore preparazione spirituale alla morte.

Di fronte alla tentazione di accelerare la morte di chi sta male, valgono sempre le parole di Evangelium vitae n. 66: “Anche se non motivata dal rifiuto egoistico di farsi carico dell’esistenza di chi soffre, l’eutanasia deve dirsi una falsa pietà, anzi una preoccupante perversione‚ di essa: la vera compassione‚ infatti, rende solidale col dolore altrui, non sopprime colui del quale non si può sopportare la sofferenza”.

Inoltre, per l’immenso valore della vita dell’uomo, capace di compiere e di cogliere in ogni momento atti trascendenti di straordinaria portata, proprio gli ultimi tempi (giorni, ore, minuti) potrebbero essere decisivi per l’intero senso dell’esistenza. Ad alcuno spetta dunque decretare la vacuità e l‚inutilità di tali momenti.

[I lettori sono invitati a porre domande sui differenti temi di bioetica scrivendo all’indirizzo: bioetica@zenit.org. La dottoressa Navarini risponderà personalmente in forma pubblica e privata ai temi che verranno sollevati. Si prega di indicare il nome, le iniziali del cognome e la città di provenienza] 

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