Genocidio in Sud Africa

Mandela_CastroIl Borghese Marzo 2015

di Francesco Rossi

E se l’Unione Sovietica si fosse presa un’indubbia vittoria poco prima della sua immancabile caduta? Di che si tratta? Della vicenda del santo laico Nelson Mandela e del Sud Africa. I fatti emersi subito dopo la morte di Mandela (5 dicembre del 2013) e i pericoli attuali del Sud Africa fanno pensare che tutto quello che ci è stato propinato su quest’uomo sia in grossa misura falso.

Negli ultimi trent’anni Nelson Mandela ha beneficiato di un’adulazione pubblica che certamente ha pochi precedenti. Molte figure politiche sono stati circondati dal culto della personalità, ma si trattava di culti alimentati dalle dittature di cui erano a capo: Stalin, Hitler, Mao, Fidel Castro, Kim Il-Sung. Nel caso di Mandela, questa idolatria è stata creata ed arricchita dai mass media del mondo libero, soprattutto in Europa e negli Stati Uniti. Dal 1990, anno del suo rilascio dalla prigionia. Mandela ha ricevuto i maggiori riconoscimenti mondiali, il Nobel per la pace, la Medaglia Presidenziale dagli Stati Uniti. il Premio Lenin per la Pace dall’Unione Sovietica ed innumerevoli altri.

Mandela è stato il primo Presidente eletto del Sud Africa ed il Segretario del suo partito, il Congresso Nazionale Africano (ANC dal 1991 al 1997. Altrettanto noto è il suo lungo periodo scontato in varie celle del paese: dall’estate del 1962 tino al febbraio del 1990. Per uno che ha dovuto sacrificare parte delia sua vita rinchiuso tra quattro mura, non si può dire che si sia battuto a favore di chi stava subendo la sua stessa sorte nel mondo.

Quando si tratta di qualificare politicamente Mandela si usano eufemismi tipo «socialista democratico», il che è indicativo del fatto che non ci si potrebbe limitare a definirlo «socialista», perché sospetti sul suo credo politico affiorerebbero subito. Sospetti inevitabilmente richiamati quando si afferma che lui credeva nel fantomatico «socialismo scientifico». Che sarà mai questo socialismo scientifico ed in che modo si differenzierebbe dal «normale» socialismo?

Questi sofismi appaiono per quel che sono, tentativi di nascondere la verità: Nelson Mandela era comunista. Nel corso della sua vita Mandela ha ammesso di essere stato influenzato da Marx, ma niente di più; egli ha sempre negato di essere un comunista vero e proprio e più che mai di essersi iscritto al partito. Lo ha fatto per cinquantanni, sia tramite interviste, sia nei processi subiti. In quello per tradimento, nel 1958, Mandela ha negato e lo ha fatto anche in quello successivo, nel 1962, per sabotaggio, sovversione e terrore.

In occasione di quest’ultimo processo l’accusa era riuscita a produrre un saggio scritto di suo pugno dal titolo «Come essere un buon comunista». Si trattava di attività di studio, si è difeso, anche se il titolo del suo saggio lo smentisce. Egli comunque non smentisce di aver partecipato in varia misura ad oltre 150 atti di violenza pubblica, compreso, il lancio di bombe sulla Via della Chiesa nel 1983 (dove la partecipazione sarà stata ovviamente in qualità di organizzatore), che ha lasciato sul terreno 19 morti ed oltre 200 feriti.

Difficile conciliare l’aureola di «santità» che ha circondato e che ancora circonda la memoria di Mandela con questi episodi, in qualsiasi modo si reputi di giustificarli. Non è un caso che a Mandela, anche qua contrariamente al mito secondo cui egli sarebbe rimasto in prigione per lottare contro il razzismo e le ingiustizie, sia stato più volte offerto di avere la libertà a patto della rinuncia alla violenza. Egli ha sempre rifiutato, non la violenza, ma un simile patto.

L’appartenenza politica di quest’uomo è rilevante, non soltanto per giudicare lui e di riflesso tutta questa sbornia celebrativa che lo ha accompagnato dal momento del suo rilascio dal carcere, ma soprattutto per capire l’attuale situazione del Sud Africa. Perché ci sarebbe un legame? Perché lo Stato africano è governato da una coalizione tra il partito di Mandela, il Congresso Nazionale Africano, il partito Comunista del Sud Africa (appunto) ed una sorta di cartello che riunisce diversi sindacati e capire i loro veri scopi è fondamentale.

All’Università di Cape Town, Stephen Ellis, un professore della Libera Università di Amsterdam, ha recuperato dei documenti che dimostrano la falsità dei dinieghi di Mandela. Ellis ha trovato le minute di un incontro segreto del 1982 dei membri del partito Comunista del Sud Africa. I funzionari discutono dell’iscrizione di Mandela al loro partito all’incirca 20 anni prima, ai primi degli anni sessanta, dei processi per i crimini cui aveva partecipato. Soltanto che non si tratta di mera appartenenza. Mandela faceva parte del Comitato Cen­trale del partito.

Ellis ha cercato di minimizzare la portata della sua scoperta, dicendo che la scelta di Mandela era stata meramente opportunistica, dettata dalla volontà di lottare per la sua causa e per questo lui non sarebbe stato un vero convertito al comunismo. E’ una presa di posizione che evidentemente risente del fatto che Ellis fu nominato dallo stesso Mandela alla Commissione da lui istituita per la Riconciliazione nel Sud Africa.

Il Partito comunista si è distinto ovunque per essere un’organizzazione dogmatica. Nessuno potrebbe ritrovarsi a far parte del ristretto organo che ne decide la politica senza essere un vero e proprio comunista che ha dato dimostrazione della sua affidabilità. E, infatti, in una dichiarazione rilasciata il 6 di dicembre del 2013, il giorno successivo alla morte di Mandela, il Partito Comunista del Sud Africa (SACP) ha affermato: «Al suo arresto nell’agosto del 1962, Nelson Mandela non solo era un membro dell’allora clandestino partito comunista, ma era anche un membro del Comitato Centrale del partito».

Questa è soltanto una delle prove consistenti che rivelano l’influenza, se non il controllo da parte dei comunisti (SACP) sul Congresso Nazionale Africano (ANP). Questo controllo portò progressivamente ad allontanare o ad eliminare sia gli esponenti che non seguivano la linea comunista, sia le stesse riforme promosse dall’ANP.

Mandela fu uno dei fondatori dall’ala terroristica del partito, «Trafiggi la nazione» (Umkhonto we Sizwé), controllata anch’essa dal SACP. Va da sé che gli appartenenti venivano addestrati in azioni terroristiche nei vicini Stati comunisti. Zambia, Angola, Mozambico. Tanzania, Zimbabwe, da istruttori sovietici, cinesi, della Germania Est, di Cuba e di altri Stati comunisti. L’addestramento e la fornitura di anni doveva servire a diffondere il terrore, la tortura e l’omicidio contro la maggioranza nera, più che contro la minoranza bianca.

L’ANC, controllata dal partito comunista, ha sfrattato il razzismo ed il colonialismo non per aiutare i neri del Sud Africa, ma per portare avanti gli obiettivi dell’Unione Sovietica e del movimento comunista mondiale. Mandela ha quindi mentito ed è corresponsabile degli innumerevoli atti di violenza e tortura commessi dall’ANC Egli ha in buona sostanza lasciato il Sud Africa nelle mani di una coalizione tirannica, poiché il partito comunista rimane una rigida formazione marxista-leninista, in cui tutti gli appartenenti devono promettere assoluta obbedienza alla volontà del partito, così come stabilita dal suo Comitato Centrale; quella formazione sta adesso fomentando il caos, la distruzione economica e non soltanto.

Il Sud Africa sta scendendo verso quella che i suoi estremisti governanti chiamano la «Seconda fase» della loro rivoluzione comunista, cioè si avvicina al genocidio. Potrebbe apparire eccessiva un’affermazione del genere, perché si tratta di un pericolo mai descritto dai mezzi d’informazione occidentali, ma l’organizzazione Osservatorio Genocidio ha più volte suonato l’allarme riguardo alla preparazione del regime verso lo sterminio della minoranza bianca, i contadini Afrikaner.

Gregory Stanton, un’attivista anti-apartheid ed uno dei maggiori esperti sul genocidio nel mondo, ha da tempo messo in guardia sui tremendi pericoli che aspettano i Boeri a seguito della tirannia marxista. Recentemente, su una scala del genocidio sviluppata dall’Osservatorio, il Sud Africa è stato collocato al sesto stadio, che corrisponde alla fase della pianificazione e della preparazione. La fase sette è lo sterminio vero e proprio. La fase otto è quella finale, il diniego dopo il fatto.

Secondo l’Osservatorio Genocidio, il tasso di omicidio in Sud Africa è di 31 ogni 100.000 persone, il tasso di assassinio dei proprietari terrieri, compresi gli Afrikaner, sarebbe quattro volte tonto. Per avere un’idea, il tasso omicida negli Stati Uniti è di 5 ogni 100.000 persone. «Dal 2007. il governo del Sud Africa», spiega l’associazione, «ha negato e coperto la crisi non rilasciando alcun documento sulla suddivisione di come questi omicidi sono distribuiti tra i gruppi etnici.» L’Osservatorio ha fatto notare come Julius Malema, un ex capo della gioventù dell’ANC, abbia rimesso in uso la canzone «Spara al contadino, Ammazza il Boero», che, come è facile capire, invita allo sterminio dei contadini bianchi.

Per tutta risposta, l’attuale Presidente del Sud Africa e capo dell’ANC – Jacob Zuma, «ex» esponente del partito comunista – ha ricominciato a cantore questa canzone in pubblico. Anche Nelson Mandela è stato filmato mentre canta questa canzone, mentre fa il saluto comunista con il pugno della mano sinistra davanti ad una gigantografia della falce ed il martello ed infine allegro nella compagnia di uno dei più grandi tiranni. Fidel Castro.

Possibile che nessuno, mezzo d’informazione, uomo politico, studioso, sia rimasto, per così dire, sorpreso o allarmato dai comportamenti di chi è stato definito come probabilmente (e per fortuna è stato almeno espresso un dubbio) «uno dei più grandi eroi della storia»? Possibile, al tempo stesso, che nessuno risponda agli allarmi sul genocidio della minoranza bianca in Sud Africa?

Quello che è possibile è che l’Unione Sovietica abbia orchestrato una gigantesca operazione propagandistica per far liberare uno dei «suoi», trasformare politicamente uno Stato e procedere alla maniera propria dei sistemi gemelli dell’URSS, eliminazione degli avversari, anche presunti, ed instaurazione del regime totalitario.

L’Occidente, non per la prima volta, ha abboccato all’ennesimo amo senza porsi alcun limite e senza chiedersi perché altri dissidenti, colpevoli soltanto di aver criticato il regime e senza mai essere ricorsi al terrore per combatterlo, che pur hanno trascorso diversi anni in prigione, non hanno conosciuto la gloria di Nelson Mandela. Ignatius Cardinal Kung, vescovo cattolico di Shangai, è stato prigioniero in Cina per 33 anni. Oscar Elias Biscet, medico nero cubano, è stato incarcerato prima nel 1999 e poi nel 2003 per «attentato contro la sovranità di Cuba»; è stato rilasciato da Castro nel 2011, ma Mandela non ha sprecato una parola in suo favore. Ormai lo si può dire, non è un caso.

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