Regime? Nelle regioni rosse

regioni_rosseStudi Cattolici n.540 febbraio 2006

E’ il momento di prendere atto, senza indugi e ipocrisie, di una realtà consolidata. Se è mai esistito nel nostro Paese un «doppio Stato», questo è il regime (certo, soft) instaurato nelle «regioni rosse». Regime e parola troppo forte? Mica tanto, visto l’abuso che i Ds ne hanno fatto…

di Dino Basili

«Campagna di aggressione e disinformazione». «La più violenta guerra politica mai verificatasi in Italia dal dopoguerra a oggi»… Le iraconde reazioni dei Ds agl’interrogativi posti dal caso Unipol sono un aspetto sul quale occorre riflettere mentre si avvicinano le elezioni. Ancora una volta, occorrevano risposte serie. Non superficiali.

Invece sono corse (e ricorse) scomposte denunce di lesa maestà, tipiche di un partito che non ammette di essere in discussione come gli altri, concorrenti o meno, cavalcando una ridicola «superiorità antropologica». Le tirate difensive dì ex e post comunisti suonano offesa alla comune intelligenza. Per non parlare dei perbenismi. O dei lamenti per le «demonizzazioni» subite, ma praticate per decenni in modo scientifico. O del garantismo a scoppio ritardato. Come dimenticare presunte «questioni morali» brandite come mazze ferrate?

E’ il momento di prendere atto, senza indugi e ipocrisie, di una realtà consolidata. Se è mai esistito nel nostro Paese un «doppio Stato», questo è il regime (certo, soft) instaurato nelle «regioni rosse». Regime e parola troppo forte? Mica tanto, visto l’abuso che i Ds ne hanno fatto… Non è eccessivo soprattutto se ricordiamo che nelle nostre aree centrali non c’è stato ricambio politico (unica alternanza di rilievo, eccezione-regola, è stata la scondita nel 1999 a Bologna, «vendicata» con la mission di un briscolone come Sergio Cofferati), Buongoverno? Le amministrazioni prima a guida Pci e Pds, quindi Ds. non sono state migliori, nei risultati complessivi, di quelle diversamente colorate.

Il consenso cosi duraturo, piuttosto, è stato il prodotto di un implacabile e insieme clastico sistema di potere, capace di assorbire qualsiasi contraccolpo, grazie a una fitta rete di tornaconti e convenienze. Compreso il totale fallimento dell’ammirato modello sovietico. E i grotteschi Peppone. Più che per i profili affaristici, pur clamorosi, il caso Unipol è importante per la sua caratura politica, che parecchi media hanno ridimensionato per le prevalenti antipatie berlusconiane.

Ai Ds innervositi che smentivano perfino (innocenti?) collateralismi, gli stessi alleati hanno rimproverato un «intreccio strutturale» con le Coop. esultando per gli smacchi della «finanza rossa» (paventavano squilibri di risorse economiche, ancor più pesanti, nella coalizione di sinistra-centro). Non basta. Fausto Bertinotti ha potuto sostenere che i cugini diessini, professionisti della politica, hanno ereditalo dal Pci «alcune parti negative», facile intendere quali (le rimanenti sono state incamerate dalla sinistra antagonista…).

Si comprende meglio, allora, lo stressante mercanteggiamento intorno al «partito democratico». La Quercia è disposta a realizzare un progetto unitario solo se (e quando) riuscirà a evitare scissioni, mantenere la sostanziale egemonia sia sul blocco di sinistra sia sugli «anticomunisti democratici» (?) e, insieme, essere l’asse portante del governo (o dell’alternativa di governo).

Troppe cose… Comunque il sogno di un nuovo partito, di taglio riformista-quasi liberal, ripulito dalle scorie del passato, capace di mescolare principi etici contrapposti, deve restare all’ordine del giorno fino alla chiusura delle urne per attrarre «voti di mezzo». I moderati dell’Ulivo diffidano, sono sull’avviso, ma ormai si trovano impigliati (almeno a breve) in un gioco che il caso Unipol conferma inquietante.

A proposito, sovviene la partita di poker del sovrano che dichiarava un punto sopra gli altri e quando gli chiedevano di «vedere» rispondeva, saccente e irritato, «parola di re». E intascava il piatto. Influirà sull’esito elettorale la vicenda dei «compagni di strada sbagliati»? Eufemismo rispolverato con sofferenza: erano compagni, diciamo, assai apprezzati… Sono ardue le previsioni con molte incognite in campo.

Tuttavia, se i precedenti sono significativi, è probabile che la Quercia non sfiorisca. Gl’intellettuali, more solito, fiancheggiano. L’apparato imperversa. Funzionano ancora la griffe della «società civile» (gli altri tutti incivili?) e le forzature sulle «percezioni» d’impoverimento: bicchiere sempre mezzo vuoto. Militanze e rendite che furiono a prova di carri armati liberticidi non arretreranno proprio adesso… Di conseguenza, quanti respingono il rischio di un’Italia intera trasformata in «regione rossa» devono tenere compatto e competitivo il loro schieramento. Non ha torto il pronostico che assegna la vittoria a «chi porterà a votare tutti, proprio tutti i suoi elettori tradizionali». Magari qualcuno in più.

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