Il conformismo alimenta gli eccessi

ecologiaArticolo pubblicato su Il Sole 24 ore del 13 marzo 1990

Per proseguire un impegno serio sui temi importanti dell’ecologia è però necessario affrontare, a viso aperto, l’ecologismo come ideologia. In questo ci è di grande aiuto un editoriale de “La Civiltà cattolica” dal titolo “Ecologia e cristianesimo, convergenze e divergenze” (3 febbraio 1990).

«Il Sole 24 ore» ha sempre sostenuto una posizione equilibrata sui temi dell’ecologia, nella convinzione che numerosi paradigmi dello sviluppo debbano cambiare. Ma con la gente e non contro la gente; ma con la ragione, la scienza, le capacità operative dell’impresa e del lavoro dell’uomo e non contro la ragione, contro la scienza, contro l’impresa, contro il lavoro dell’uomo. Per proseguire un impegno serio sui temi importanti dell’ecologia è però necessario affrontare, a viso aperto, l’ecologismo come ideologia. In questo ci è di grande aiuto un editoriale de “La Civiltà cattolica” dal titolo “Ecologia e cristianesimo, convergenze e divergenze” (3 febbraio 1990). Poiché sono in totale accordo con questo profondo, equilibrato e lucido saggio dell’autorevole rivista, e poiché ritengo che il suo contenuto meriti vasta divulgazione, mi sembra utile riassumerlo ampiamente.

L’ecologia riguarda «lo studio della situazione ambientale del nostro pianeta, il degrado ecologico a cui va incontro, le cause di tale degrado, gli interventi che bisogna porre in atto sia per non aggravarlo ulteriormente, sia per cercare di migliorare la situazione, l’incidenza economica e sociale di tali interventi, le autorità che devono realizzarli». L’Ecologismo, invece, riguarda «l’ideologia o le ideologie che sono alla base dei movimenti ecologici, ambientalisti e “verdi”».

Le componenti dell’ecologismo sono tante e non è facile ricondurle ad unità. Il pensiero centrale dell’ecologismo  sembra peraltro porsi  prevalentemente sul solco del pensiero utopistico di derivazione marxista: «L’ecologismo, per il suo anticapitalismo e per il suo antindustrialismo, può, dunque, essere considerato come una forma modernizzata del marxismo applicato non più al paleocapitalismo  dell’epoca di Marx, ma al capitalismo maturo del nostro tempo». Questo potrebbe spiegare le simpatie che l’ecologismo incontra negli ambienti della sinistra marxista e spiegare anche perché i “verdi” tendano a tingersi di “rosso”.

Ma sarebbe riduttivo collocare il movimento ecologista solo nell’ambito marxista. Esso è alla ricerca di schemi nuovi, nell’ambito del paradigma unificante che è quello di realizzare un rapporto “nuovo” tra l’uomo e la natura. Il secondo aspetto unificante dell’ecologismo è il suo carattere totalizzante, tendente cioè a vedere e giudicare ogni aspetto della società solo nell’ottica  ecologica e con subordinazione di ogni altre scala di valori a quella dei valori ecologici. Ciò posto, anche nell’ecologismo sono presenti (tralasciando quelle minori) due tendenze principali: quella riformista e quella fondamentalista.

L’ecologismo riformista nega la necessità e l’opportunità di bloccare lo sviluppo (teorie tipo “crescita zero” del rapporto Meadows) attraverso interventi autoritari; così come ne nega sia la possibilità che la desiderabilità di “fare macchine indietro” (sul piano dello sviluppo tecnologico) e di ritornare al “buon tempo antico”. Nell’interno del sistema e senza rifuggire dalla complessità della società contemporanea, l’ecologismo riformista si propone mutamenti sostanziali in alcuni paradigmi culturali e tecnologici dominanti, sì da passare dalla crescita quantitativa a uno sviluppo completo, equilibrato, bilanciato, qualitativo.

L’ecologismo fondamentalista esprime, invece, un’avversione radicale per la tecnologia e per la società tecnologica. Per l’ecologismo fondamentalista al centro non sta l’uomo, ma la vita in generale, la biosfera. Per una sua branchia, la Deep ecology (alla quale appartengono manifestamente gli estensori del decreto su Marettimo), «la sovranità spetta alla vita selvatica». Il punto centrale per la Deep ecology è l’eguaglianza di valore – e quindi l’eguaglianza dei diritti – tra uomini e animali. Ciò significa che alla visione “umanistica” e “spiritualista” – che pone l’uomo al centro della natura –  si deve sostituire una visione “ambientalistica” e “materialista”.

Il pensiero cristiano contiene valori e temi dell’ecologismo ma rigetta quelli che si pongono in contrasto con la visione che esso ha dell’uomo e della natura:

– in primo luogo respinge l’approccio “totalizzante” dell’ecologismo, che porta a vedere tutto e ogni cosa sotto l’angolo ecologico e ad affermare il “primato” dell’ecologismo su ogni altro valore; si tratta di un approccio parziale, pericoloso e che porta a forme di lotta “fortemente discutibili”;

– su tre punti in particolare il «contrasto tra ecologismo e cristianesimo è grave e sembra difficilmente sanabile». Il pensiero cristiano rigetta: la “divinizzazione” della natura; il carattere di “religione secolare” e di messaggio di salvezza attribuito all’ecologismo; il posto che questo assegna all’uomo nella natura. «Il terzo – e il più grave – punto di contrasto tra ecologismo e cristianesimo sta nel posto che l’uomo occupa nella natura… L’ecologismo è biocentrico, nel senso che l’uomo fa parte della natura ed è un vivente alla pari con gli altri viventi, con gli stessi diritti… Il cristianesimo, invece, è antropocentrico, nel senso che pone l’uomo al “centro” e al “vertice” della creazione… E’ l’uomo, in quanto essere spirituale,  e dunque cosciente e intelligente, che si fa “voce” della creazione…

E’ in questo farsi “voce” della creazione che l’homo sapiens raggiunge il punto più alto  del suo essere: egli è homo faber e quindi l’uomo del lavoro e della tecnica… ma è anche homo contemplativus e quindi uomo  che contemplando Dio  nella sua creazione lo loda e lo glorifica. L’uomo cristiano non è violento dominatore della natura, ma non è neanche l’essere abbietto che  gli ecologisti fondamentalisti  pretendono che sia. L’antropocentrismo cristiano “inserisce” l’uomo nella natura ma, in quanto spirito,  lo fa emergere da essa; lo pone al centro e al vertice della natura, ma perché ne diventi voce per lodare Dio; lo fa dominatore della natura non perché la distrugga ma perché, in collaborazione con Dio creatore, la custodisca e la perfezioni e in tal modo la conduca al suo fine, che è il bene degli uomini e la gloria di Dio».

Chi volesse confrontare questa rigorosa linea di pensiero cristiana con quella opposta di un ecologismo che, al di là della apparente scientificità, sconfina nel fondamentalismo, sia pure – questa volta – di alto livello intellettuale, può leggere il saggio di Edgar Morin dal titolo “Per un’ecologia del pensiero” (su un’altra rivista cattolica, “Animazione sociale”, Gennaio 1990).

Secondo Morin «la storia umana, sul pianeta Terra, non è più teleguidata da Dio, dalla Scienza, dalla Ragione, dalle leggi della Storia. Essa ci fa trovare il senso greco della parola “pianeta”: astro errante». Sembra quasi di intendere: astro errante, senza senso e senza scopo. Sicché solo l’ecologismo potrà dare questo senso (ecco ancora la visione totalizzante!) facendo convergere la «la compassione buddista per tutti gli esseri viventi, il fraternalismo cristiano e il fraternalismo internazionalista, erede laico e socialista del cristianesimo».

Francamente al “confusionismo” di Edgar Morin, uomo rispettabile ma, non a caso, ex marxista, ex antieuropeista ed ex utopista di tutte le stagioni, preferisco il rigore ideologico dei gesuiti, il realismo e il senso di responsabilità di Cattaneo, il pensiero filosofico di Hans Jonas. Insieme, e scoprendo quanti punti di contatto e di sovrapposizione abbiano tra loro, questi grandi filoni di pensiero seri hanno la forza di porre i temi del rapporto tecnologia-ambiente-sviluppo in una prospettiva benefica per tutti. Ma, nel frattempo, la cosa più urgente è battersi in campo aperto, contro il neosquadrismo ambientalista, vezzeggiato dal tradizionale conformismo italiano.

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