Quelle Br guidate dai servizi

brigate_rossePubblicato su Millenovecento
n.19 maggio 2004

Secondo un ampio e documentato testo di Giorgio Galli, uno dei maggiori politologi italiani, la lotta armata di sinistra poteva essere sgominata fin dall’inizio dalle forze dell’ordine. Inoltre nel sequestro Moro e in altre situazioni molto critiche non sono stati chiariti punti fondamentali, che fanno pensare che i gruppi che lottarono contro lo Stato siano stati tenuti in vita solamente in funzione della strategia della tensione e per tenere sotto pressione le forze politiche  

di Alessandro Secciani

Sul fatto che le Brigate rosse e le altre sigle della lotta armata italiana negli anni settanta-ottanta siano state un genuino prodotto della sinistra italiana, ormai sono tutti d’accordo. L’idea iniziale che si trattasse di provocatori o che la foro presunta efficienza potesse avere origine da addestratori professionisti, magari posti nei campi della Cecoslovacchia e o della Germania est, è andata tramontando via via che l’esperienza si è andata consumando.

In seguito le testimonianze dei maggiori protagonisti di quegli anni, pentiti o semplicemente testimoni di un’epoca, hanno chiarito sicuramente molti punti sulla genesi delle Brigate rosse e degli altri gruppi.Renato Curcio, Mario Moretti, Alberto Franceschini, capi storici delle Br, e tantissimi altri hanno raccontato con dovizia di particolari come nacque quell’esperienza e hanno sostanzialmente escluso, dando convincenti prove, di essere eterodiretti.

Senza dubbio, alcune illazioni che sono state portate avanti nel corso degli anni, che cioè personaggi come Moretti o Giovanni Senzani potessero essere in prima persona uomini dei servizi segreti inviati a provocare, sono state totalmente smantellate, non fosse altro per le lunghe detenzioni che queste persone hanno subito. Per quanto si potesse trattare di agenti segreti convinti e motivati, difficilmente avrebbero potuto accettare (in nome di che cosa?) condizioni di carcerazione cosi lunghe e così gravose.

MA SGOMBERATO QUESTO EQUIVOCO, negli anni si è fatta strada un’ipotesi certamente molto meno rozza, rispetto a quella iniziale, e soprattutto molto affascinante per spiegare in un colpo solo una gran parte dei misteri d’Italia che si sono regolarmente abbattuti sul Paese nei momenti di particolare tensione. Questa ipotesi sostiene che nell’arco di circa un trentennio la lotta armata, nata spontaneamente dallo scontro sociale in atto in Italia e nel resto d’Europa, è stata tollerata da servizi segreti più o meno deviati, che avrebbero potuto intervenire fin da subito per eliminarla, ma preferirono lasciarla fare per mantenere alto il livello di tensione e soprattutto per mettere in difficoltà un Partito comunista sempre più vicino al potere.

Si trattava di accerchiare il partito di Berlinguer fra due fuochi: da una parte la sirena riformista, che portava questa struttura politica a collaborare sempre più all’interno delle istituzioni, fino ad arrivare nel 1978 all’appoggio esterno di un governo a guida democristiana, dall’altra parte lo scontro sociale più aperto, che teneva in piedi e rinfocolava fra la base comunista la vecchia critica che il partito si era imborghesito, che aveva tradito la resistenza. In questa maniera un Pci ancora esitante sulla strategia da prendere, si sarebbe trovato completamente paralizzato nell’incertezza fra compromesso storico e alternativa di sinistra.

Fatto che in realtà .avvenne: il Partito comunista in quegli anni passò con grande fatica e grandi travagli da una politica all’altra, senza di fatto ottenere un ruolo realmente apprezzabile nella guida dello Stato.

Per chi crede in questa tesi, il libro Piombo Rosso, di Giorgio Galli, uno dei più apprezzati e intellettualmente onesti politologi italiani, per anni commentatore su Panorama e diverse altre testate dei fatti politici italiani, è una sorta di summa teologica. Galli da il massimo ordine e la massima sistematicità a questa tesi, seguendo la storia delle Brigale rosse e degli altri gruppi dalla nascita fino agli ultimi sussulti che hanno dato luogo agli ultimi episodi di terrorismo, come l’omicidio Biagi.

Ma vediamo quali sono i caposaldi di questa tesi. Il primo è che al momento della, nascita delle Br, proprio basandosi sulle testimonianze dei brigatisti di all’ora, la struttura che doveva dare luogo alla lotta armata era praticamente allo sbando. Dopo la morte di Feltrinelli, nella cui organizzazione la polizia era riuscita a piazzare alcuni infiltrati, secondo quanto ricorda Curcio (ma anche Moretti) le nascenti Brigate rosse si trovarono completamente allo sbando, al punto da doversi dare precipitosamente alla fuga e uscire altrettanto precipitosamente da qualsiasi attività politica.

I capi, ma anche buona parte dei gregari, erano stati tutti individuati e sgominarli a quel punto doveva essere un gioco da ragazzi. «Dopo la morte di Feltrinelli le indagini si intensificarono e la polizia ci saltò addosso», ricorda infatti Curcio. «E dovemmo scappare a gambe levate per non essere presi…abbandonammo le case, le automobili, i vestiti, tutte le nostre cose e, praticamente senza una lira, scappammo da Milano.

Le forze nell’ordine in quel maggio del ’72 sono state a un pelo dal prenderci tutti. Se lo avessero fatto, le Br sarebbero finite sul nascere. Invece, da quel momento, diventarono un gruppo armato, provvisoriamente allo sbando, ma davvero clandestino».

E COMMENTA GALLI: «Tutti non furono presi “per un pelo”, o perché era utile lasciare sopravvivere un fattore di destabilizzazione in attesa di vedere, da parte dei servizi, se i politici fossero in grado, dopo le elezioni del 7 maggio di stabilizzare la situazione in senso conservatore e anticomunista?

Sono una domanda e un’ipotesi, oggi lecite, senza dietrologia, che va inquadrata nel ruolo dei servizi, che non uccisero Feltrinelli, ma lo lasciarono arrivare a Segrate». E andando avanti nella storia delle Br non mancano anche altri punti molto oscuri, come il fatto che Moretti fu avvisato, prima che Curcio andasse all’appuntamento con Silvano Girotto, che gli costò il primo arresto, che si trattava di un agguato.

Moretti cercò in tutti modi di trovare Curcio e di bloccarlo, ma non ne fu capace, nonostante un’affannosa corsa. A questo punto, si chiede Galli, quanti potevano sapere della trappola che era stata preparata e chi poteva avere interesse a dare all’organizzazione brigatista una soffiata di questo tipo? La risposta che una simile azione di salvataggio potesse venire solamente dall’interno dell’apparato repressivo dello Stato è certamente legittima e soprattutto porta legna sul fuoco di chi vede la longa manus dei servizi nella nascita e nella crescita delle Br.

A parte altri episodi minori, chi ha dei dubbi sulla linearità della ricostruzione della storia delle Brigate rosse certamente trova molte conferme nell’intera vicenda del rapimento Moro. Secondo Galli su quella vicenda, nonostante la molteplicità di processi e nonostante il fatto che quasi tutti i protagonisti abbiano parlato, ci sono ancora diversi elementi tutti da chiarire. A cominciare dalle persone che hanno costituito il commando che uccise la scorta e prelevò Moro.

Per esempio, da una sola arma è stata sparata la maggior parte dei colpi (49 su 91), quasi tutti andati a segno. Dalla capacità tecnica dimostrata si trattava sicuramente di un tiratore scelto, ma questo tiratore non è mai stato individuato e soprattutto i brigatisti che avrebbero partecipato all’azione erano totalmente incapaci di utilizzare le armi con la competenza necessaria in quell’occasione. Non a caso sul numero dei componenti il commando si fa ancora confusione: furono nove o addirittura 15?

Non meno inquietanti sono alcune domande sul covo di via Montalcini, dove lo statista democristiano fu tenuto per quasi due mesi. La cella ricavata in un fondo cieco di una stanza non permetteva di fatto alcun movimento, rendeva difficilissima persino la scrittura, che doveva essere fatta sul letto, quindi in posizione scomodissima.

Secondo le testimonianze, Moro in quei giorni non fece mai né un bagno, né una doccia. Ma le analisi e l’autopsia sul cadavere dimostrarono che Moro aveva il tono muscolare di chi non era stato così a lungo in uno spazio tanto angusto, così come il corpo appariva in un normale stato igienico. Anche le tante lettere scritte dal prigioniero, tutte scritte con ottima calligrafia, non si conciliano certamente con condizioni di scrittura cosi difficili.

Ugualmente la restituzione del cadavere di Moro, avvenuta in una città totalmente presidiata dalle forze dell’ordine, molto difficilmente avrebbe potuto avvenire partendo da via Montalcini, senza correre dei rischi enormi.

MA AL DI LÀ DI QUESTE CONSIDERAZIONI, CERTAMENTE RILEVANTI, Galli si dice convinto di un punto di fondamentale importanza: fra le Br e gli apparati dello Stato, in questo casi i servizi segreti, una trattativa ci sarebbe stata. Ma non per la vita di Moro, ma per le carte di Moro. Gli originali degli interrogatori che per giorni e giorni furono portati avanti non sono mai stati trovati, soprattutto perché, secondo Galli, furono consegnati a esponenti di quei servizi che avrebbero potuto trovare Moro e la sua prigione e preferirono invece non farlo.

«Le Br hanno due ostaggi: Moro e quello che Moro ha detto sulla De e sulla struttura di Gladio, l’apparato di guerriglia della Nato, concordato con gli Usa per fronteggiare un’improbabile invasione sovietica (e utilizzato in funzione anticomunista», afferma infatti Galli (pag. 115) «La documentazione esistente fa ritenere del tutto verosimile che trattative vi furono, coi servizi per le “carte di Moro”, con la Dc per la vita del presidente. Le prime si conclusero. Le seconde no, per ragioni ancora oscure».

Ma come sarebbe avvenuta questa trattativa? Il punto di incontro fra Mario Moretti, che del sequestro Moro era la testa pensante e il capo indiscusso delle Br, e i servizi fu a Parigi, dove c’era la scuola Hyperion, guidata da Corrado Simioni, a suo tempo indicato da Bettino Craxi come «il grande vecchio delle Br».

Secondo Galli (ma non solo secondo lui), la struttura parigina era infiltratissima dai servizi segreti, se non addirittura una vera e propria emanazione di questi. E a Moretti, in uno di questi incontri, fu fatto sapere che di fatto erano stati individuati e che la scoperta del covo di via Gradoli era solo un avvertimento, un fare sapere che le Br erano di fatto sotto scacco.

Ma allora perché non si arrivò alla liberazione di Moro? la risposta la da Mario Pellegrino, ex presidente della commissione stragi citato nel libro: «Moro ha parlato della strategia della tensione, dello stragismo e persino di Gladio. Immaginiamo che cosa sarebbe potuto succedere se quella verità fosse emersa, attraverso i materiali diffusi dalle Brigate rosse, nel 1978.

Quando il mondo era .ancora diviso in due blocchi, il Patto di Varsavia era una solida. minacciosa realtà, l’Unione Sovietica esisteva ancora e in Italia un partito che si chiamava comunista aveva toccato il suo massimo storico e faceva parte della maggioranza di governo. Il problema non era solo salvare Moro, ma neutralizzare ciò che Moro aveva detto alle Br.

Questo significava localizzare la prigione, liberare l’ostaggio, trovare tutte le copie del memoriale, catturare tutti i brigatisti che sapevano delle rivelazioni di Moro. Non era un’operazione facilissima. Perciò non c’era che una possibilità: trattare per farsi consegnare le carte e garantirsi il silenzio dei brigatisti. Dunque ritengo che trattative ci siano state, che, da un certo momento in poi, .abbiano riguardato soltanto le carte». E per di più le trattative avrebbero riguardato anche dei video che riprendevano Moro durante la prigionia.

In questo modo le Brigate rosse, sempre secondo l’autore di Piombo rosso, riuscirono a salvare se stesse e a uscire dall’impresa del sequestro Moro quasi con un’aura di invincibilità, che non era per nulla vera. Il patto che comunque Moretti avrebbe concluso con i servizi segreti prevedeva un silenzio assoluto sull’operazione, silenzio che evidentemente  è stato mantenuto nei processi sia dallo stesso Moretti, sia dalle altre persone che dì questo accordo inevitabilmente sono venute a conoscenza.

I MESI CHE SEGUIRONO VIDERO LA NASCITA DI GRUPPI di ogni genere e ci fu una conflittualità armata che fu definita da alcuni una sorta di guerra civile. Le Br in questa fase cominciarono a prendere una serie di colpi molto pesanti, al punto da essere costrette ad arretrare da diverse città e da alcune fabbriche che rappresentavano il loro humus naturale, ma continuarono a essere sempre e costantemente sopravvalutate dai servizi, quasi a volere tenere desta, nei confronti de la classe politica, la minaccia di una lotta armata che nella realtà era molto meno pericolosa di quanto non si ritenesse.

Nei momenti di tensione lasciare operare i vari gruppi di guerriglia, per poi ottenere clamorosi successi nella repressione quando faceva comodo, fu la politica che apparati deviati dello stato applicarono per tutto il decennio abbondante in cui si svolsero questi avvenimenti.

Ma a questo punto il libro ha un’ambizione: rispondere alla domanda sul perché la lotta armata, finita ovunque in Europa, ha avuto ulteriori strascichi in Italia, di cui gli omicidi Biagi e D’Antona sono stati gli iceberg più evidenti. In questo quadro la risposta non può che essere una: sono stati lasciati dei piccoli focolai di lotta armata, ormai apparentemente spenti, da potere utilizzare nei momenti in cui fosse stato necessario tenere sotto pressione le forze progressiste. In questo quadro l’omicidio di Biagi, avvenuto pochi giorni prima di una grande manifestazione sindacale a Roma, è l’esempio più chiaro (più indeterminate, più sfuggenti solo le motivazioni che hanno portato all’uccisione di D’Antona, consulente di un governo di sinistra) di utilizzo del terrorismo in questa funzione.

La dimostrazione sarebbe nel fatto che fin dal 1995 era stata individuata Nadia “Desdemona” Lioce, che sostanzialmente è stata lasciata agire per otto anni, senza che nessuno si preoccupasse di fermarla. E la presunta capacità tecnica di questi nuovi brigatisti viene messa a nudo nel momento in cui la superricercata viene presa, dopo un casuale conflitto a fuoco in un treno, in cui muoiono il suo collega Mario Galesi e il poliziotto Emanuele Retri.

La brigatista ha con sé un computer con l’intero archivio delle nuove Br, ha lasciato indizi sui suoi movimenti per mezza Italia e si è fatta notare in decine di situazioni. Possibile, si chiede Galli, che un gruppo cosi sgangherato, per di più individuato da tempo, potesse portare avanti una lotta armata senza che nessuno se ne accorgesse? Possibile che per l’omicidio D’Antona, che richiese un appostamento su un furgone durato per un mese, nessuno abbia mosso un dito? Possibile che per Biagi, lasciato solo dopo le minacce, nessuno ritenesse di dovere intervenire? Ecco per Galli tutto ciò non è possibile.

MA PARURE DI SERVIZI, SEMPRE PER L’AUTORE DI PIOMBO ROSSO, può apparire un po’ riduttivo. In effetti la parola servizi potrebbe sembrare solo una facile formula per definire qualcosa che non emerge mai in modo trasparente nella storia travagliata degli ultimi 35 anni del Paese. E a questo punto l’autore tenta di definire in maniera più chiara e più completa che cosa si intenda per servizi.

Non solo una struttura militare deviata, non solo un gruppo che agisce in collaborazione con i maggiori servizi internazionali per tentare di avere un controllo sulle scelte politiche del Paese, ma soprattutto una sorta di Stato nello Stato, che da anni si incarica dì portare avanti una propria politica parallela, che non risponde, a nessun parlamento, a nessun governo, ma che è funzionale a una serie di interessi consolidati.

E in questa ottica l’uso delle Brigate rosse è stato solamente uno dei tanti elementi di cui questo Stato nello Stato si è servito nel corso degli anni: mafia, camorra, potentati finanziari, logge massoniche deviate sono stati altre armi a disposizione e utilizzati alternativamente (ma anche simultaneamente) dove fosse necessario.

Alla fine che cosa dire di questo libro? Certamente si tratta di una ricostruzione attenta e molto precisa della nascita, dello sviluppo e della decadenza della lotta armata in Italia. La documentazione presentata è certamente di ottimo livello e Galli si dimostra, come sempre, molto preparato e attento. Convince sempre? Francamente no.

Un esempio: nella vicenda sulle carte di Moro l’autore presenta una serie di dubbi che sono estremamente attendibili. Non è certamente vero che tutto sul sequestro Moro sia stato chiarito e fra questi elementi non chiariti tutto ciò che riguarda i verbali di interrogatorio di Moro è uno dei punti oscuri più inquietanti. Ma Galli non dimostra (e non può dimostrare) che la trattativa fra servizi e Br per le carte ci sia stata e sia stata conclusa nella maniera descritta.

Può essere possibile, magari anche probabile, ma certo no. Però, dopo il capitolo su questa presunta operazione, la trattativa sulle carte viene data come per scontata, come assodata e come elemento certo sul quale poi costruire altri dubbi e dare altre risposte. E a questo punto il metodo appare un po’ discutibile, quanto meno una forzatura per dare risposte a dubbi che sono assolutamente legittimi.

Ma al di là di ciò il libro è interessantissimo e contribuisce a smontare molte verità ufficiali su una parte della nostra storia che, guarda caso, non sembra ancora conclusa. Si può dire che questo testo costituisca il meglio della dietrologia, dando al termine dietrologia non necessariamente un connotato negativo, ma semplicemente il suo significato originario: guardare che cosa c’è dietro gli avvenimenti.

Giorgio Galli  PIOMBO ROSSO. La storia completa della lotta armata in Italia dal 1970 a oggi Baldini Castoldi Dalai, Milano 2004, 479 pagine, 16,80 euro

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