L’altro Islam. Quella studiosa dalla penna molto acuminata

Latifa Lakhdar

Latifa Lakhdar

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19 novembre 2002

Si chiama Latifa Lakhdar. Per i musulmani ortodossi rasenta l’eresia. Ma anche ai cattolici del dialogo dice cose scomode. Un suo amore? Sant’Agostino

di Sandro Magister

Latifa Lakhdar è tunisina, musulmana, discepola alla Sorbona di Mohamed Arkoun. Insegna alla facoltà di scienze umane e sociali dell’università di Tunisi. E ha scritto libri importanti, specie sulla condizione della donna nelle società islamiche.

La sua tesi di fondo è che l’integralismo musulmano di oggi, anche terroristico, non è una scheggia impazzita, ma fa tutt’uno con l’ortodossia islamica: quella dell’università di Al Azhar, dei gran mufti, dei celebrati teologi, degli imam che predicano nelle più importanti moschee, delle monarchie, dei governi. La medesima ortodossia islamica con la quale la Chiesa cattolica si sforza di dialogare.

E questa sua tesi controcorrente l’ha esposta lo scorso 11 ottobre in Italia, a Riccione, in un convegno dal titolo “Islam e democrazia”. Il quindicinale “Il Regno” dei religiosi dehoniani di Bologna ne ha riportato il testo nel suo numero in data 15 ottobre, sotto il titolo: “Ortodossia e integralismo. Gli ostacoli a una coscienza musulmana moderna”.

Ecco come Latifa Lakhdar, in questo testo, argomenta la sua tesi.

La premessa è ottimistica: l’islam, «checché ne dicano gli spiriti positivisti, può essere il fondamento di una coscienza musulmana moderna, illuminata e liberale».

E non è vero che nessun rinnovamento sia in corso. Latifa Lakhdar porta ad esempio l’Iran, dove la situazione è molto più mossa di quanto generalmente si creda. Il compito è comunque immenso ed urgente. E deve passare per «una demistificazione della falsa linea di demarcazione fra l’ortodossia musulmana e l’integralismo».

La demistificazione «consiste nel trattare il movimento integralista, che ora è l’espressione maggiormente presa di mira dall’opinione pubblica mondiale e quella più problematica, non come movimento religiosamente scismatico rispetto all’ortodossia (come si tende a collocarlo tacitamente), ma quale esso è realmente, cioè come movimento che si pone nel cuore dell’ortodossia, così come essa venne fissata, chiusa e dogmatizzata perlomeno fin dal V secolo dell’egira, e che da allora vive sul proprio passato, […] barricata dietro gli steccati teologici dell’epoca classica dell’islam».

Questa fissità antimoderna dell’ortodossia islamica non è stata intaccata dai movimenti di rinascimento (nahdha) e riforma (islah) del secolo XIX. «I suoi pensatori volevano, da un lato, oltrepassare il taqlid (la tradizione) e il naql (modo di conformarsi alla lettera), che sono i veri meccanismi della riproduzione dell’ortodossia, ma, dall’altro lato, lo facevano in vista di un progetto che si inseriva in un modello esemplare appartenente al passato, in questo caso il modello profetico. Attingendo le fonti della verità nel passato, il loro discorso poteva essere solo tradizionale e quindi incapace di partecipare efficacemente alla critica riformatrice dell’ortodossia».

E dal loro fallimento trasse nuovo vantaggio proprio l’ortodossia, «come dimostra anzitutto il successo storico del wahhabismo, movimento che attinge la propria dottrina dal hanbalismo sunnita, e in secondo luogo la nascita e l’importante radicamento sociale dei raggruppamenti noti come fratelli musulmani in Egitto e in India».

Arrivando al presente, Latifa Lakhdar mostra che c’è differenza solo marginale «fra l’islam ortodosso, ufficiale, legale e non turbolento dei regimi petroliferi arabi e quello contestatore, violento e attualmente braccato di Bin Laden e dei suoi simili […]. Le due forme attingono agli stessi riferimenti teologici, hanno la stessa percezione culturale, propongono o difendono lo stesso progetto di società».

A tipico esempio di questa comunanza di fondo tra ortodossia ed estremismo, Latifa Lakhdar cita lo sceicco «egiziano e azhariano» Yusuf Al-Qaradhawi, stabilitosi dagli anni Settanta nel Qatar, direttore nella locale università del Research Centre for Sunna Studies e predicatore popolarissimo dagli schermi della tv satellitare Al-Jazeera. I suoi discorsi «hanno l’effetto di una bomba distruttrice sulla concezione e la percezione moderne della vita nelle società arabo-musulmane e soprattutto sullo statuto giuridico delle donne. In un paese come la Tunisia, che è all’avanguardia per quanto riguarda questo statuto, un numero crescente di donne torna a velarsi sotto l’influenza della parola autoritaria di questo sceicco».

Di conseguenza, «l’integralismo musulmano non scomparirà dalla scena moderna del mondo finché l’islam in quanto ortodossia (sunnita o sciita, poco importa) non avrà conosciuto una sua rivoluzione critica».

Latifa Lakhdar respinge la previsione formulata da Gilles Kepel e da altri intellettuali europei di un «declino dell’islamismo». A sparire a forza sono piuttosto, fa notare, i pensatori musulmani modernizzanti, come Hassan Hanafi in Egitto, il gruppo «15/21» in Tunisia e Mahmoud Mohamed Taha in Sudan, quest’ultimo messo a morte dal giudice-teologo Hassan Al-Turabi, altro maestro d’ortodossia e insieme ispiratore e protettore di Osama Bin Laden.

Perché «l’ortodossia è il terreno di coltura dell’integralismo» anche quando a parole lo condanna. E «l’integralismo è l’espressione contemporanea, politicamente e ideologicamente offensiva, contestataria e demodernizzante, dell’ortodossia».

Neppure i nazionalisti andati al potere in Egitto, Tunisia, Algeria e Marocco hanno aiutato una modernizzazione dell’islam. Per neutralizzare l’ortodossia, l’hanno «statalizzata». E così da allora lo Stato «ipoteca la parola e i margini di libertà alle forze moderniste»; costringe all’allineamento le classi borghesi moderate; contiene le spinte integraliste con la sola forza della repressione «senza accorgersi con ciò di avvantaggiarle a medio e lungo termine». Insomma, se l’ortodossia «rappresenta il vero ostacolo alla modernità intellettuale» è proprio perché «è sfuggita a lungo al confronto con la storia».

La sua fissità dipende da come s’è formata. «L’ortodossia musulmana è stata costituita e definitivamente chiusa in un tempo molto breve, senza paragoni con la storia dell’ortodossia delle altre religioni monoteiste».

E fin dall’inizio ha avuto una marcata caratterizzazione normativa e politica. «Nei secoli IV e V dell’egira l’islam sunnita dominante disponeva già praticamente di tutti i suoi testi normativi. La teologia, intelligenza della fede come la definisce sant’Agostino, non potè continuare nel pensiero musulmano oltre il V secolo dell’egira e si fermò in seguito a una decisione politica. A continuare e a realizzarsi pienamente fu invece il fiqh, che divenne, nel corso del tempo e attraverso le stratificazioni dei manuali, tanto numerosi quanto impoverenti, un meccanismo consistente nel dispensare la fede essenzialmente attraverso la legge e le norme […]».

«Così l’islam in quanto ortodossia si trova oggi ridotto a espressioni giuridiche, alla sharia o ancora agli hudud, un insieme di leggi disciplinari e punitive, che riflettono solo contingenze storiche nel testo coranico, che pure è un testo trascendente, forte, con un linguaggio pieno di segni, simboli e metafore, un discorso destinato essenzialmente all’anima e all’assoluta trascendenza della fede».

Conclude Latifa Lakhdar: «Il problema è che la teologia islamica ha cessato di essere un movimento di mediazione fra la fede e la storia, come dovrebbe essere per essenza, per diventare un semplice movimento di ripetizione. Ne consegue che l’islam sta vivendo un grande paradosso storico: quello di un legame con il mondo moderno stabilito mediante una mediazione medievale. È questo paradosso a fare posto, ancora una volta, all’integralismo».

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