Antifascisti uccisi più dai comunisti che da Mussolini

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I fratelli Rosselli

Articolo pubblicato su Il Giornale

 21 settembre 2003

di Antonio Socci

Nelle polemiche sulle dichiarazioni di Berlusconi, a proposito di Mussolini e l’antifascismo, è stato dimenticato il fatto decisivo e sconvolgente che Ugo Finetti riassume così nel volume : “gli antifascisti italiani condannati a morte dal Tribunale Speciale di Mussolini sono stati di gran lunga meno numerosi di quanti ne vennero giustiziati nel corso dei processi di Mosca, calcolando anche i delitti terroristici da Matteotti ai fratelli Rosselli”.

E’ vero o falso? Se ne discuta, se si hanno argomenti si confuti questa affermazione, ma rimuovere un fatto così clamoroso non si può più. Ernesto Galli della Loggia, sul Corriere della sera di venerdì scorso, invita “alle istorie” l’opinione pubblica moderata. Ed ha ragione. Ma bisognerebbe estendere l’invito a tutti, comprese le alte cariche dello Stato e i giornali. C’è infatti una retorica ufficiale – oggi incarnata specialmente dal presidente Ciampi – che in Italia da decenni celebra giustamente l’antifascismo e condanna il fascismo: condivido.

Ma non è più accettabile un’ideologia ufficiale che così semplicisticamente oppone solo fascisti e antifascisti, quando si apprende che il comunismo ha massacrato più antifascisti del fascismo. Perché il “fattore K” non entra mai nel “discorso pubblico” e tanto meno nei libri degli storici “ufficiali” e nella manualistica? Vogliamo davvero celebrare l’antifascismo?

Bene, ma se ha ragione Finetti perché non riflettere su questa macelleria rossa e cercarne gli (indicibili) moventi? I fatti, terribili, ebbero due scenari: Mosca e la Spagna. E si svolsero soprattutto a partire dal 1936. Ma già negli anni precedenti gli antifascisti italiani riparati a Mosca erano entrati nel tritacarne. Cito solo un caso fra quelli ricordati da Finetti: l’anarchico Francesco Ghezzi. Viene arrestato nel 1929 in Urss, dov’era esule, perché, secondo il regime, egli avrebbe organizzato attentati. Gli anarchici europei non credono alle accuse e chiedono al Cremlino le prove.

A ribattere beffardamente è Togliatti che – come sempre – si schiera con Stalin. Dunque Togliatti risponde a questa richiesta di “prove” con una circolare ai comunisti all’estero che spiega una volta per sempre la concezione della giustizia che ha il capo del Pci: “per noi comunisti, la questione delle ‘prove’ è una questione che non si pone: è, anzi, una questione sciocca (…). Chiedere le prove della condanna del Ghezzi vuol dire sostenere  che ogni singolo atto del governo dei soviet deve essere sottoposto a un controllo pubblico.

E’ evidente che a una richiesta di questo genere non possono essere favorevoli che i nemici del regime dei soviet e della dittatura proletaria”. In seguito alle proteste internazionali il Ghezzi viene rilasciato nel 1931, ma tre anni dopo è di nuovo arrestato e sparisce nelle tenebre del Gulag siberiano dove muore nel 1941, a Vorkuta. E’ solo uno dei tanti casi. Sarà soprattutto con l’inizio del grande Terrore, verso il 1935, che l’antifascismo esule in Urss viene schiacciato da Stalin.

Finetti, nel volume citato sopra (appena uscito in libreria), ricostruisce il ruolo terribile di Togliatti in questa tragedia, il suo scontro con Gaetano Salvemini e la drammatica lettera aperta che Victor Serge (anch’egli era stato in Urss, poi arrestato dal regime comunista e rilasciato solo grazie alla protesta internazionale) gli scrisse nel 1945, quando Togliatti era diventato ministro della Giustizia italiano: “Signor Ministro, che ne è degli antifascisti rifugiati in Urss?”.

Secondo Finetti “ancora oggi si tenta di occultare soprattutto la responsabilità diretta di Togliatti in quei procedimenti giudiziari”. Un esempio è il caso di Edmondo Peluso. “Nel 1964” scrive Finetti “Guelfo Zaccaria pubblica la prima documentazione su 200 antifascisti giustiziati. Il Pci nega e ci vorranno circa trent’anni perché la cifra sia riconosciuta veritiera anche da Alessandro Natta”.

C’è poi lo scenario spagnolo. Una delle grandi rimozioni della storiografia è il terrore che i comunisti scatenarono, su ordine di Stalin, fra gli antifascisti anarchici, socialisti, liberali, repubblicani, trotzkisti. Nel maggio 1937, scrive Paolo Pillitteri, “i comunisti, tramite la Nkvd, procedettero alla eliminazione, nella sola città di Barcellona, di 350 persone ‘nemiche’, cioè trotzkiste, ferendone 2.600”.

Fra gli uomini di Stalin in Spagna vi furono in primo piano Orlov, protagonista delle “purghe”, e – di nuovo – Togliatti, “che dirigeva il partito comunista spagnolo e le forze militari comuniste per conto di Mosca”. Particolarmente clamorose (e crudeli) le eliminazioni – da parte dei sovietici – di antifascisti importanti come Nin, Berneri e Barbieri.  Tutti amici di Rosselli anch’egli eliminato in quei giorni col fratello a Parigi da una fantomatica organizzazione, oggi sospettata da ricercatori scrupolosi di aver agito per conto dei sovietici (con cui i Rosselli erano allo scontro).

D’altronde, dopo la vittoria franchista in Spagna, “Stalin volle l’eliminazione di non meno di 5 mila combattenti spagnoli (antifascisti, ndr) rifugiati in Urss”. Perché? Qual è lo scopo di una tale carneficina? A spiegare la guerra dei comunisti contro tutti gli altri antifascisti, secondo Pillitteri, fu proprio Togliatti su “L’Internazionale comunista” dove scriveva delle purghe staliniane.

Secondo Togliatti occorreva “liberare definitivamente il movimento operaio internazionale dal lerciume trotzkista”, per questo le organizzazioni operaie dovevano essere “epurate, radicalmente e per sempre, dai banditi che sono penetrati nei loro ranghi per trascinarvi direttive e parole d’ordine fasciste”. Era veramente così? Erano davvero sospettabili di “fascismo” gli epurati? E’ vero il contrario.

Si resta di sasso quando si scopre che proprio in quello stesso periodo del 1936 Togliatti e il suo Pci lanciano l’incredibile “Appello ai fratelli in camicia nera”, che comincia con queste parole: “I Comunisti fanno proprio il programma fascista del 1919, che è un programma di pace, di libertà, di difesa degli interessi dei lavoratori. Lottiamo uniti per la realizzazione di questo programma. Fascisti della vecchia guardia! Giovani fascisti! Noi proclamiamo che siamo disposti a combattere assieme a voi… Noi non vogliamo prestarci al gioco dell’imperialismo inglese…”.

Questo sconcertante documento non è un imbarazzante incidente, ma esprime esattamente la strategia staliniana. A Stalin in Spagna non interessava affatto la lotta al fascismo e al nazismo. Egli perseguiva ossessivamente un altro obiettivo: l’eliminazione di tutte le possibili fonti di contagio delle idee democratiche o socialdemocratiche. E puntava a un accordo strategico con Hitler e Mussolini contro le democrazie europee.

Lo constatò pure Leo Valiani in un’intervista alla Repubblica del 1998: “Fin dal 1937 – lo ha denunciato Trotzky – Stalin mirava a un accordo con Hitler. Avrebbe raggiunto l’intento due anni dopo con il patto Molotov-Ribbentrop”. E questo infame “patto” è l’altro enorme capitolo censurato e rimosso. Sono ben pochi gli studenti italiani i quali imparano a scuola che la seconda guerra mondiale è stata scatenata da Hitler grazie al patto di alleanza stretto nell’agosto 1939 con l’Urss la quale si spartì con la Germania il bottino: la Polonia e i paesi baltici. Per ben due anni, metà della guerra, fu Stalin il grande alleato di Hitler.

E i Pc europei si allinearono.

Finetti ricorda il caso di uno dei fondatori del Pci, Umberto Terracini, un galantuomo, a cui ripugnava quell’alleanza col nazismo antisemita: “l’ebreo Terracini, al confino in Italia, viene espulso dal partito per aver criticato la scelta di Stalin”.  Fosse stato in Urss che fine avrebbe fatto? A metter fine alla sconcia alleanza nazicomunista che aveva scatenato la guerra non sarà Stalin, che avrebbe voluto intensificare il sodalizio, ma Hitler.

Cosicché Tzvetan Todorov, nel suo libro sui lager, Di fronte all’estremo, osserverà: “Che a Norimberga i rappresentanti di Stalin condannino a morte quelli di Hitler sfiora l’oscenità”. A queste conclusioni ci inducono i documenti storici. Ripeto: i documenti storici. A coltivare sistematicamente la loro ignoranza e la loro “rimozione” (sono certo che Galli Della Loggia concorderà) non è l’opinione pubblica moderata, ma quella sedicente colta, quella “engagé”, quella che scrive libri e articoli di storia con gli occhiali dell’ideologia.

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