L’influenza della civiltà monastica sulla vita quotidiana dei secoli

monasteroTratto da:R. Gregoire, L. Moulin, R. Oursel, La civiltà dei monasteri,
Jaca Book, Milano 1998, p. 267

di Léo Moulin

Piuttosto che impegnarmi nell’abbozzo di uno di quei grandi affreschi storici che stanno alla storia come le arie stanno all’opera, mi sembra più indicato affrontare il problema della civiltà monastica e del suo impatto sulla vita degli uomini di allora e di oggi, da un diverso punto di vista, sotto un altro aspetto, se non altro per evitare di ridire quello che è stato detto mille volte e più, e molto spesso in modo meraviglioso, di riscrivere quel che io stesso ho già scritto sull’argomento (1), di ripetere quel che tutti sanno, o credono di sapere, chi più, chi meno.

In effetti, sembrerebbe più interessante e, alla fin fine, più fecondo, domandarsi non se gli Ordini religiosi hanno avuto un ruolo nell’elaborazione della civiltà medievale dell’Occidente, che è un dato di fatto accettato da tutti (le divergenze d’opinione riguardano esclusivamente le dimensioni e la profondità di questo ruolo), ma piuttosto perché, per quali motivi, sotto l’azione di quali fattori puramente naturali, umani, storici, socio-culturali, spirituali, gli Ordini hanno giocato questo ruolo.

Tuttavia, prima di addentrarmi in questo “approccio”, vorrei citare alcuni minimi frammenti della nostra vita quotidiana, che ci sono familiari al punto che non ci viene neppure in mente di domandarcene l’origine, mentre ci arrivano direttamente dai tesori della vita monastica medievale. Eccoli.

Briciole di storia monastica

Perché non sta bene bere con la bocca piena e perché ci puliamo la bocca prima di bere? Perché, nei primi tempi del monachesimo, la pietanza (una parola venuta dritta dai monasteri: pietas, per designare il supplemento di cibo che la pietà dei fedeli offriva ai religiosi), la pietanza, dunque, veniva servita, per due, in un unico piatto e la bevanda in un solo bicchiere (dire che questa pratica non ha mai posto dei problemi sarebbe forse audace).

Era normale, in queste condizioni, evitare di lasciare tracce di cibo sul bicchiere comune: i monaci quindi si pulivano la bocca con la salvietta da tavola che faceva parte del corredo del monastero (grande rarità in un’epoca in cui, il più delle volte, era la manica dell’abito a fungere da tovagliolo). Nel suo trattato, Sull’educazione liberale dei fanciulli, Erasmo raccomanda di tergersi le labbra prima di bere, “soprattutto, scrive, se tutti bevono alla stessa coppa”. In realtà, non aveva inventato niente.

L’Aretino scrive (2), deliziosamente, alla sua maniera: “io mi credo che l’inventore di tal cosa sia stato fiorentino, né può essere che non sia, perché l’apparecchiare della tavola, l’ornarla di rose, il lavar dei bicchieri (…) venne da Firenze”. Segue un garbato complimento ai “cervellini assettatini, diligentissimi” di Firenze, che hanno avuto la sottigliezza necessaria per elaborare una cucina che “invoglia lo svogliato”.

Mi spiace di dover contraddire l’Aretino, ma sul piano dell’etichetta a tavola-tovaglia, tovaglioli, silenzio, fiori, pulizia, sequenza dei cibi, cortesia reciproca, modo di comportarsi e di mangiare honeste et religiose, senza dimenticare la vera e propria “liturgia”, che presiede al pasto, gesto comunitario per eccellenza – i Codici Consuetudinari monastici rigurgitano da secoli di consigli minuziosi. La società civile si è ispirata ad essi, alla meno peggio, e lo fa ancora dopo tanto tempo.

Da dove vengono i nomi dei pasti: colazione in italiano, breakfast in inglese, diner in francese?

La parola colazione si riferisce al pasto leggero (un cantuccio di pane inzuppato in un po’ di vino), che i benedettini facevano i giorni di digiuno, dopo in lettura delle Conferenze di Cassiano (C. 350 – C. 432), in latino Collationes (Reg. C. 42, 7).

Breakfast significa semplicemente rompere (to break) il digiuno (fast): rievocazione del tempo in cui – ma succede ancora oggi presso i Certosini – i monaci mangiavano una volta al giorno ed era vietato (Reg C. 43, 44) di prendere checchessia, foss’anche un bicchier d’acqua, tra un pasto e l’altro: si “rompeva”, dunque, un vero e proprio digiuno di ventiquattr’ore, quando ci si sedeva per il breakfast… e per dîner, perché la parola francese (ed anche il termine italiano desinare), significa anch’essa rompere il digiuno, dal latino disjunare.

I termini scrutin (scrutinio), cornpromis (compromesso), voix (voce=voto: dare il proprio), ballotage (ballottaggio), opiner du bonnet (togliersi il cappello in segno di assenso, annuire) derivano dagli usi monastici, molto anteriori a quelli dei Comuni, in materia di tecniche elettorali e deliberative. Quanti uomini politici lo sanno?

Se si dice che qualcuno è indispensabile, quanti indovinano che in questo vocabolo si cela il termine tipicamente ecclesiastico di “dispensa”? Una domanda indispensabile è, etimologicamente, una richiesta che non può essere oggetto di alcuna dispensa.

Réclamer (reclamizzare) significa, fin dall’XI secolo, “invocare, implorare Dio e i santi”: curiosa “pubblicità”, ne converrete

Galerie (galleria) viene da galilaea; il termine indicava il portico di una chiesa dell’ordine cluniacense e alludeva, pare, alla Galilea, in cui si affollava il popolo per ascoltare Gesù…

E, visto che siamo arrivati a Cluny, vale la pena di dire che fu proprio questo grande ordine (IX secolo) a istituire la festa di Tutti i Santi, Ognissanti – che, detto per inciso, è una festa gioiosa – e a farla seguire, il 2 novembre, dalla festa di Tutti i Morti, per il riposo dei fedeli defunti.

“Primum vivere”

Torniamo all’argomento di questo saggio: come e perché si è formata una vera e propria civiltà monastica e perché essa ha avuto un tale impatto sull’elaborazione e la fioritura della civiltà occidentale, in generale e vista dal punto di vista più particolare della vita quotidiana?

Il primo motivo salta agli occhi: i monaci dovevano vivere. Ora, certamente non sempre capitava che le terre che i signori donavano loro, per carità, calcolo o timor panico dell’inferno, fossero le migliori

Esser monaco, dunque, voleva dire, all’inizio e per secoli, dissodare, liberare dagli sterpi, drenare, prosciugare, irrigare, arare, mietere. Più tardi, quando i religiosi furono passati dal rango di contadini e pastori a quello di imprenditori e direttori di aziende agricole, il loro ruolo fu di dirigere, coordinare e sorvegliare il lavoro dei campi e dei vigneti, l’allevamento del bestiame, il saggio sfruttamento delle foreste, la buona conduzione dei vivai di pesci e degli alveari.

Il pugno di fratelli che si accinge a fondare un nuovo luogo di preghiera a due o tre giorni di cammino, lascia il monastero con un certo numero di utensili, delle scorte di cibo, qualche pianta (di vite, in particolare), qualche animale. Sempre che la casa-madre sia in grado dì fornire tali abbondanze, il che non capita sempre: Cîteaux è sopravvissuto miseramente per anni ed è stato anche sul punto di morire d’inedia, fino a quando arrivò il futuro san Bernardo con trenta reclute.

Ma erano più istruiti dei contadini, che formavano, nel XII secolo, la stragrande maggioranza della popolazione, più liberi di loro dai pregiudizi, più aperti alle innovazioni e alle novità (3), molto meno sedentari; infatti, due Padri per ciascuna abbazia si recavano ogni anno al Capitolo Generale, a piedi: il mezzo di trasporto più meraviglioso che esista al mondo!

Immaginiamo che bel pezzo di strada si trovava davanti uno che partiva da Kinsloss, in Scozia, o da Alcobaca, in Portogallo e doveva arrivare a Cîteaux, in Borgogna. Da parte loro, i Visitatori, questi rappresentanti del potere centrale, vanno da un’abbazia a un priorato, a controllare “in loco” il buon funzionamento e la regolarità dei “poteri locali”. I Benedettini sono dunque, per forza di cose, dei fattori di conoscenza, dei portatori di sapere e di applicazioni pratiche, in breve, dei vettori di progresso.

Certo, i monaci non sono i soli ad aver lavorato la terra – anzi, in complesso, smisero assai presto di farlo, per diventare dei solidi latifondisti, capaci di far rendere bene le terre… e gli uomini. Ma, “educatori economici” (H. Pirenne) per eccellenza, “istruttori illuminati della massa rurale” (G. e G. Blond), creano delle fattorie modello, amministrano “imprese di avanguardia”, “aree privuegiate per audaci esperimenti nel campo dell’agronomia” (G. Duby). Sono l’assistenza tecnica, efficace e gratuita, al terzo mondo dell’epoca, cioè all’Europa dopo l’invasione dei Barbari.

Qualche fatto per illustrare quanto andiamo dicendo: le fertili terre della Beauce, in Francia, sono state create dall’Abbazia di Morigny. L’agronomia ha fatto i suoi primi passi, nel medioevo, sotto la guida di Suger e di Alberto Magno, senza dimenticare santa Ildegarda e Pietro de Crescenzi. Il più antico regolamento forestale, quello dell’Abbazia di Marmoutier, risale al 1144. I monaci austriaci di Doberlan avevano costruito, fin dal 1273, una serra sperimentale.

A Parigi, nella stessa Parigi, i Certosini, che non hanno – neanche per sogno! – la vocazione di lavorare la terra, coltivavano, nei loro vivai, ben ottantotto specie di pere, di cui alcune sopravvivono ancora oggi. I Benedettini neri introducono l’olivo, il gelso e il baco da seta nella provincia di Padova, l’Ordine di Malta trasporta a Malta della terra di Sicilia per coltivare gli aranci; i Cistercensi trapiantano in Inghilterra il melo per fare il sidro e le tecniche che permettono di fabbricare la sicera.

I Benedettini fiamminghi, verso la fine del x secolo, hanno inventato la birra, la cervesia lupulina, che non deve essere confusa con la “cervogia”, che non è chiarificata né, soprattutto, conciata col luppolo. L’inghilterra monastica è nel medioevo la produttrice per eccellenza di lana: le abbazie cistercensi di Fountains e di Rievaulx producono, da sole, da 10 a 13 tonnellate di lana e talvolta il doppio.

L’abbazia di Bobbio produce 5.000 porci. I monaci di Einsielden allevano dei cavalli il cui mantello grigio-topo è tanto celebre da dare origine a] termine einsiedlerfarbe; altri monaci hanno “invenialo la femudaziorie artificiale dei pesci. E così via… E superfluo dire che produzioni di tale entità implicano l’esistenza di centri commerciali e di reti di vendita; non ne restano fuori neppure gli austeri Olivetani. Essendo esentate da tutti i dazi, le abbazie giocavano con le carte vincenti. Fatto che non attirava loro le simpatie dei comineruatiti e dei borghesi, tradizionalmente “anticlericali” e, soprattutto, antimonastici

“Bonum vinum”

Un settore dell’agricoltura in cui i monaci sono stati particolarmente brillanti è quello della viticultura: uno dei risultati più prodigiosi della grande impresa benedettina. La viticultura, l’hanno propagata dappertutto: i Cistercensi da Heiligenkreutz a Clos-Vougeot, dalla Rioja a Sancerre; il Cluniacensi da CIos de Bèze, (ancor oggi uno dei più grandi Borgogna esistenti), a Egri Bikaner, in Ungheria, da Wilberton, in Inghilterra, a Dezaley, in Svizzera (4).

Anche in Italia, in cui la civiltà del grappolo ha meno sofferto per i colpi inflitti dai Barbari, si può constatare in questo campo la presenza attiva dei monaci: i Benedettini delle diverse famiglie hanno dato incremento, in particolare, ai vini dei Colli Euganei, al Freisa, al Gargano., al Greco di Gerace e al Greco di Tufo, al Mantonico, al Santa-Magdalena dell’Alto Adige. Ai monaci di Grottaferrata dobbiamo il Frascati; ai Cistercensi il Gattinara; ai Certosini il Capri; ai rudi Cavalieri di Rodi, il Bardolino, il Soave e il Valpolicella; il Locorotondo, di Puglia, ai Templari, senza dimenticare il Lacryma Christi, un bianco secco, profumato, di cui siamo grati… ai Gesuiti (5).

Tanti esperimenti, felici e non, ma in ogni caso condotti con intelligenza, fecero dei religiosi, Benedettini di Cluny o di Cîteaux, di Vallombrosa o di Camaldoli, Norbertiani, canonici regolari certosini o Cavalieri di Rodi; Carmelitani, Domenicani o Gesuati (perché vi si misero tutti), i maestri incontestati della viticultura, e per molti secoli. Il loro ruolo, nella “selezione dei vitigni e nel perfezionamento della vinificazione resterà dominante fino al XVIII secolo”., scrive J. Claudian. Dobbiamo ai Cistercensi della Germania la coltivazione a terrazze. La prima opera che tratta delle condizioni delicate e complesse della viticultura fa parte di un atto di fondazione dell’abbazia di Muri, presso Zurigo, che risale all’XI secolo.

Ma, se non vogliamo che nella memoria dei popoli resti impresso per sempre lo stereotipo dei monaci buongustai e goderecci (come furono talvolta nel corso dei secoli, bisogna riconoscerlo) è ora, mi sembra, di spiegare perché i monaci ebbero tanto interesse per la vite.

Il primo motivo, e il più evidente, è che la Comunione esige il vino. Ora, chi dice vino, nel medioevo, dice trasporti rischiosi, dazi pesanti, incertezza sulla qualità del “sangue di vite”, sballottato a lungo sulle strade di allora, o su quel che faceva funzione di strade (di qui l’interesse per il trasporto via acqua). Non dimentichiamoci i soldatacci, i predatori, i briganti da strada maestra – non è cambiato molto, col passar dei secoli – che costituivano un pericolo costante.

Per soprammercato, i monaci vivono lontani dai luoghi abitati; l’arrivo del vino è dunque sempre costoso e spesso aleatorio. In queste condizioni, è logico che i monaci abbiano sistematicamente provveduto a creare dei vigneti ovunque si stabilissero, perfino nelle zone, a prima vista, meno propizie (fu il caso della Champagne, del Belgio o dell’Inghilterra, dove furono coltivati, si pensa, 300 vitigni), o anche visibilmente sconsigliabili: in Irlanda, Scozia, Danimarca, Pomerania, perfino Polonia! Non è difficile immaginare quale vinello (“piquette“) potesse venir fuori dai tini delle regioni con climi del genere! D’altronde, questo spiega perché tante abbazie del Nord acquistarono vigneti in zone più favorevoli: un altro modo di incrementare la cultura della vite.

Secondo motivo: per secoli, i fedeli, e non soltanto i chierici, si comunicarono con le due specie, almeno tre volte l’anno; inoltre ricevevano un sorso di vino non consacrato ogni domenica e giorno di festa, all’uscita della messa.

Terza ragione, che potremmo chiamare “teologica”: la Bibbia trabocca di passaggi relativi al vino, alla vite, al torchio, al vignaiolo, praticamente tutti positivi e di elogio. Solo eccezionalmente mette in guardia contro il vino. Citiamo: “Il vino e le donne pervertiscono gli uomini assennati” (Eccì. 19, 2), ma la “zanipata” è indirizzata alle donne almeno quanto al vino. Il più delle volte, sono gli eccessi che vengono condannati (Prov. 23, 29).

I fedeli non dimenticheranno mai che Noè, Padre della vite, era “un uomo giusto e che camminava davanti a Dio”, o che, alle Nozze di Cana, Gesù aveva trasformato l’acqua in vino, e neppure il consiglio dell’apostolo Paolo: “Hai torto a non bere che acqua…” (I Tim. 5, 23). Lo stesso Benedetto dà il suo consenso, con talune riserve, è vero: “una misura di vino al giorno può bastare” (C. 40, 6); ma si può discutere fino a perdere il fiato sulla capacità esatta della “misura” (capacità che rivelò una sistematica tendenza ad aumentare).

In compenso, il Patriarca prevede i casi in cui “la situazione del luogo, il lavoro, l’arsura dell’estate” consentono di accordare una razione supplementare. A discrezione, ovviamente; dell’Abate, che doveva vegliare affinché venissero evitate la sazietà o l’ubriachezza. Il gusto per il vino doveva essere davvero assai pronunciato, se la Regola non contempla che prudentemente l’ipotesi che “la povertà del luogo” renda impossibile procurarsi la misura di vino prevista dal Patriarca. “In questo caso”, scrive, bisogna che (i monaci) “benedicano Dio e non si lamentino”. E siccome conosceva le sue pecorelle, aggiunge: “soprattutto: che si astengano dal mormorare”, cioè, in termini attuali, dal protestare, “mugugnare”, “brontolare”.

In seguito, san Benedetto d’Aniane (IX secolo) e san Pier Damiani (X secolo) s’incamminarono sulla stessa via. La vittoria del vino era ormai consolidata: nel XV secolo, certi monaci austriaci bevevano da due a quattro litri di vino al giorno, in pace con la loro coscienza. (Ricordiamo, per sciacquarci la bocca, che a Vichy, stazione termale già celebre, i Padri Celestini, gravi e austeri Benedettini, sfruttavano la fonte che ancora oggi porta il loro nome. Dopo tanto buon vino, bisogna talvolta, pensare al fegato…).

Altra ragione che spiega la presenza e il successo del vino in Europa occidentale: il vino era stato, per lungo tempo, la bevanda dei Romani, ovvero dei vincitori e dei colonizzatori, e questo privilegio gli aveva conferito un enorme prestigio presso tutte le popolazioni dell’Impero.

Bere della cervogia, del sidro o dell’idromele, in un certo senso significava, ai loro occhi, un dedassamento, un “imbarbarimento”; così il gusto per il vino è rimasto ben vivo, malgrado le invasioni, e le cifre di cui siamo in possesso provano che anche la gentucola beveva vino, e gagliardamente, e non solo nei giorni di festa. In complesso, le classi lavoratrici, fossero pure povere, non consumavano volentieri l’acqua, di cui diffidavano (e con ragione, d’altronde). E in questo si sentivano incoraggiati dal comportamento quotidiano dei religiosi.

L’uso della bicchierata offerta, ai giorni nostri, dai municipi in determinate occasioni, è un segno ancora ben vivo dell’importanza che il vino aveva nella civiltà medievale.

Infine, last but not least, tutto il medioevo ha creduto nelle virtù terapeutiche e medicinali del vino. Infatti san Paolo, dopo aver scongiurato Timoteo di rinunciare a bere soltanto acqua, aggiunge: “Prendi un po’ di vino, per lo stomaco e per i tuoi frequenti malesseri” (Tim. c. 23). Ne è rimasta traccia nella farmacopea popolare moderna.

“I padri dell’Aquavita”

Accanto a un ampio orto, destinato a soddisfare le necessità della comunità, ogni monastero possedeva un giardino in cui si coltivavano le piante medicinali.

I monaci, che a quanto pare avevano importato l’alambicco in Europa, erano un po’ farmacisti (6) e avevano acquisito o conservato certe conoscenze, non sempre rudimentali, in materia di unguenti, balsami e tisane. Le “acque di vita”, i cordiali, tanto apprezzati (7), i profumi e la farmacopea medievale in genere, devono moluo ai monaci. L’acqua di melissa è slata inventata a Parigi, da Carmelitani scalzi italiani, l’acqua di fiori d’arancio dai robusti monaci-soldati dell’Ordine dì Malta; i Gesuati di Venezia avevaiio meritato il soprannome di Padri dell’Aquavita.

Un buon numero di liquori noti a tutti hanno un’origine monastica più o meno remota. È il caso della Bénedectine, fabbricata a partire dal 1510 da un padre veneziano (ma, dal secolo scorso, “laicizzara”), della celebre Chartreuse, della Trappisitina, dell’Acqua d’Arquebusade, del Cénancole (che è cistercense), dell’Aiguebelle (cistercense anch’essa), dei liquori di Trefontane, di Fossanova e di Casamari, della Centerbe, della Gemma d’Abete (creata dai Serviti) ecc… E ci sono buoni motivi per credere che il whisky sia nato in qualche monastero scozzese. Naturalmente…

“L’autarchia monastica”

La Regola benedettina (C. 66, 15-18) specifica: “Il monastero deve, nei limiti del possibile, essere organizzato in modo tale che vi si trovi tutto il necessario, cioè dell’acqua, un mulino, un orto e delle botteghe in cui sia possibile praticare i diversi mestieri (artis diversae)all’interno della cinta del monastero…”

Ne deriva che i monasteri sono sempre tutt’altro e qualcosa di più che un luogo di preghiera o un grosso centro agricolo. Essi ricorrono alla manodopera qualificata, costituiscono dei nuclei di artigianato sempre più importanti (perché sono numerosi quelli che cercano asilo sotto la loro ala protettrice). Saranno molto spesso il punto di partenza di grossi borghi o addirittura di città; addio solitudine, tanto cara al cuore dei monaci!

Quando l’agricoltura, l’allevamento, la viticoltura non sono sufficienti ad assicurare la sopravvivenza della Comunità, questa si vede spesso obbligata ad allargare il campo delle proprie attività produttive e a commercializzarle. E lo fa tanto più volentieri in quanto è consapevole che, conducendosi in questo modo, si conforma ai precetti dominatori e “imperialisti” della Genesi (2, 19-20; 9, 2): Cîteaux, diffusore per eccellenza dei mulini ad acqua in Europa, in questo senso è un caso tipico. Ma l’impulso che spinge i religiosi a domare e dominare la Natura ècosì forte, così profondamente ancorato al messaggio cristiano, che si fa sentire anche tra i più contemplativi tra loro, ovvero i Certosini.

In effetti non esiste attività-sfruttamento di saline, miniere di piombo, di ferro, d’allume o di gesso, metallurgia, cave di marmo, coltelleria, vetrerie, fabbriche ecc.- in cui i monaci non abbiano dispiegato un’attività creativa e un fecondo spirito di ricerca. Utilizzando la manodopera, l’istruiscono, la educano e la perfezionano. Il Know how monastico si diffonderà ben presto in tutta Europa.

Continuità e tradizione

C’è un’altra caratteristica del mondo dei religiosi che spiega la loro influenza: la continuità e le tradizioni. Per definizione, grazie alla sua natura specifica, il monastero è meno soggetto della famiglia contadina ai rischi, numerosi e crudeli, di questi secoli di ferro, di fuoco e di sangue – e anche di fede e di luce! – che tessono la trama del medioevo. I banditi e la soldataglia rispettano – quasi sempre! – questi luoghi santi, meno per pietà, va da sé, che per paura superstiziosa.

Le pestilenze e le carestie, che a quell’epoca sono moneta corrente, colpiscono meno duramente le comunità religiose, che si organizzano razionalmente e posseggono-in linea di principio, anche se non sempre nella realtà – delle riserve. La trasmissione – la traditio – degli usi, delle tecniche, delle capacità manuali, delle esperienze, viene garantita dall’autorità riconosciuta dell’Abate e dei suoi “ufficiali”, nonché dai legami di rispetto filiale che uniscono i giovani agli anziani.

Risultato: non esiste regione d’Europa in cui non si trovino tracce dell’opera compiuta dai monaci (e dagli eremiti!) tra il IV e il XII secolo, e in particolare nelI’XI e nel XII, quando fioriscono le prodigiose avventure umane e spirituali rappresentate dallo sbocciare successivo di Cluny e di Cîteaux.

Le virtù dell’iniziativa individuale

C’è un fatto, mai abbastanza messo in rilievo, che può spiegare il prodigioso impatto della civiltà monastica sulla formazione della civiltà e della sensibilità occideutale. Non è tanto il numero dei religiosi, come saremmo talvolta tentati di credere, considerando l’estensione della loro presenza nell’arco di tanti secoli: al suo apogeo, il gruppo più numeroso, e di gran lunga, che la storia della Chiesa conoscerà, quello dei Francescani, contava 142.000 membri, meno degli agenti di qualsiasi stato moderno di media estensione; e i Francescani erano sparsi nel mondo intero. No, quel che garantisce l’enorme influenza dei Benedettini, e dei Cistercensi in particolare, è, soprattutto, la dispersione in piccoli gruppi, in tutta l’Europa e, in secondo luogo, la rapidità di tale dispersione.

Un ordine religioso è prima e soprattutto il prodotto di un audace spirito di iniziativa individuale. Uno sconosciuto, sovente in qualche modo emarginato, intende mettere in pratica un progetto personale, un’immagine nuova del perfetto cristiano, un aspetto particolare del Vangelo. Alcuni di questi progetti sono buoni e vivranno; altri sono stravaganti o eccessivi e non vedranno mai la luce – Roma vi si oppone – o moriranno in breve.

Se l’impresa iniziale riesce, ben presto sciama, ovvero invia, a due o tre giorni di cammino di distanza, un pugno di fratelli incaricati di fondare un nuovo monastero. Il quale, se il successo corona la sua opera, sciamerà a sua volta.

La rapidità con cui i monasteri proliferano, l’estensione dell’area coperta dai loro insediamenti, sono talvolta stupefacenti.

Citiamo un esempio, il più straordinario davvero, per illustrare quanto abbiamo appena detto. Si tratta di Cîteaux, in Borgogna. L’abbazia viene fondata nel 1098; vegeta, alla meno peggio, per più di dieci anni. Poi l’arrivo, nel 1112, del futuro san Bernardo, scatena un’esplosione religiosa folgorante: nel 1113, fondazione de La Ferté-sur-Gros ne, di Pontigny nel 1114, di Clairvaux, di Morimond nel 1115, “le quattro prime figlie”. Poi, quasi subito, il volo: in Italia (1120), in Germania (1123), in Inghilterra (1129), in Austria (1130) e così via. La Romania viene raggiunta nel 1179, la Lettonia nel 1208, la Turchia nel 1214…

Appena installato, il monastero comincia a procreare: l’Ordine, che contava 19 insediamenti nel 1112, può vantarne 343 alla morte di Bernardo (1153), 525 alla fine del XII secolo, quasi 700 alla fine di quello successivo. Quale multinazionale può vantare una simile espansione in un lasso di tempo tanto breve? È il trionfo dello spirito imprenditoriale, della libera iniziativa, dell’autonomia (della concorrenza tra Ordine e Ordine che fu, dobbiamo dirlo, tumultuosa) – e della fede.

Un simile slancio rinserra l’Europa tutta intera in una rete di fattorie modello, di centri di allevamento, di focolai di alta cultura, di fervore spirituale, di arte di vivere, di volontà di azione sociale – in una parola, di civiltà ad alto livello, che emerge dai flutti tumultuosi della barbarie circostante. San Benedetto è senza dubbio alcuno il Padre dell’Europa. I Benedettini, i suoi figli, sono i Padri della civiltà europea.

E mi sono limirato alla sola Cîteaux. Ma, per avere un’idea esatta di quel che poteva essere la rete degli insediamenti religiosi, vediamo anche gli altri ordini. Ad esempio, per quanto riguarda la Francia, constatiamo la presenza di più di un migliaio di case religiose: 412 appartenenti ai Benedettini, 215 ai Cistercensi, 92 ai Premostratensi o Norbertiani, 66 ai Certosini – più di duemila conventi tra Francescani, Cordiglieri, Carmelitani, Trinitari…

Stessa situazione nelle Fiandre, dove, oltre ai membri degli ordini appena citati, troviamo i Fratelli della Vita Comune, gli Alessiani, i Guillemiti, i Recolletti, i Bogards e qualche altro, ejusdem farinae.

E che dire allora dell’Italia e della Spagna, terre predilette della vita religiosa? Non è difficile immaginare l’influenza che queste organizzazioni potevano avere sulla vita delle città.

I religiosi nelle città

Stiamo attenti, non dobbiamo pensare a questa presenza religiosa come a una testimonianza silenziosa, al di fuori del mondo, puramente religiosa e spirituale, al massimo agricola.

La presenza dei chierici nella società è totale e permanente. Le campane dei conventi e dei monasteri scandiscono la vita della città: non dimentichiamo che l’orologio meccanico a bilanciere, nato dalla necessità, affermata dalla Regola benedettina, di misurare il tempo senza possibilità di errore, è di origine monastica.

Istruiti, zelanti, uomini di fiducia, consapevoli del risvolto nascosto delle cose, se non altro grazie alla loro relativa marginalità, oggetto di rispetto – e di aspre critiche, perché un certo “anticlericalismo” è di tutti i tempi, compresi quelli di più intensa vita cristiana – i Religiosi costituivano, per forza di cose, delle organizzazioni dinamiche fortemente strutturate e gerarchiche. Aggiungete a tanti stimoli, l’ambizione (ad majorem Dei Gloriam, s’intende) d’imporre se non la supremazia, almeno la presenza attiva e ben riconoscibile della loro opera, e la rivalità con gli altri Ordini; che sono degli eccellenti fattori di dinamismo.

Dunque, troviamo dappertutto religiosi che si danno da fare: per elaborare gli Statuti di alcuni Comuni, per sorvegliare gli scrutini, ad suspicionem quamlibet removendam, e la regolarità delle elezioni, per eleggere gli elettori di primo grado e perfino, talora, i magistrati e gli stessi membri del Parlamentum. Non è strano, visto come stavano le cose, ritrovare, nelle tecniche elettorali e deliberative adottate dai Comuni, tracce delle tecniche che erano in uso, da secoli, negli Ordini.

Senza vincoli familiari (in linea di principio), senza ambizioni personali (idem), “né elettori né eleggibili, poco immischiati, almeno direttamente, nelle faccende del Comune (…), spesso bene informati, grazie ai fratelli del loro ordine, su quel che si faceva o si tramava negli altri Comuni, i religiosi formavano certamente una corporazione di arbitri potenti e rispettati” (Leo Moulin). È per questo che alcuni comuni affidavano loro cariche come quella di cancelliere, di guardasigilli (a Firenze, nel 1308), di cassiere, di esattore d’imposte.

L’arcidiocesi di Colonia ricorre ai Cistercensi per mettere ordine nelle sue finanze. I Benedettini di Saint-Pierre de Bèze hanno l’incarico, nei giorni di fiera, di verificare i pesi, le bilance, le aune e le misure. E non è tutto; gli Umiliati svolgono la funzione di esattori di pedaggi e montano la guardia ai magazzini di munizioni… In alcune città, i Cistercensi controllano le porte e gli arsenali, e sono preposti ai bastioni e alle fortificazioni c’è (è lecito supporlo) l’intenzione recondita di affidare questi importanti mezzi di pressione a personalità “neutrali” o, in ogni caso, meno immischiate nelle lotte di partito che – già allora – agitano i Comuni.

Altre funzioni delicate: quelle di bullatores. I conversi dell’Ordine di Cîteaux erano incaricati di imprimere il sigillo (bulla, nome latino della pallina di piombo che vi era attaccata) sui documenti ufficiali -perché, è vero, illetterati, quindi non erano in grado di conoscere i segreti delle decisioni politiclie.

Diciamo, infine, che dei Religiosi particolarmente “golosi” di solitudine, sono stati… guardiani del faro di Cordouan, in Francia.

Una sicurezza sociale ante litteram.

Facciamo fatica oggi a immaginare una società senza ospedali, senza ospizi, senza assistenza pubblica e, genericamente, senza quel che si è deciso di chiamare, ai giorni nostri, la sicurezza sociale. E tuttavia, senza la presenza e l’azione caritatevole della Chiesa e, più in particolare, degli ordini religiosi, la società medievale sarebbe stata proprio così.

Nel medioevo, in effetti sono gli ordini religiosi a garantire, anche se non sistematicamente, l’organizzazione, non sempre rudimentale, della sicurezza sociale. I secoli illuminati di questo periodo storico hanno una coscienza vivissima della grande dignità del povero e del miserabile, di Lazzaro e di Giobbe. Il detto delle Beatitudini (Lc, 6, 20-21) è presente in tutti gli spiriti. “Chi dà ai poveri, presta a Dio”, dirà, assai più tardi, Victor Hugo: ma è proprio quello che provava la sensibilità popolare medievale.

Gli ordini religiosi si dedicano intensamente alle attività caritatevoli. Il re di Francia, Luigi IX non chiama forse i monasteri il “patrimonio dei poveri”, patrimonium pauperum? La generosità monastica è leggendaria: la distribuzione del pane (bianco nei giorni di festa), delle aringhe, della carne salata, del vino, degli indumenti (usati, a dire la verità), perfino di qualche moneta, è un fatto del tutto abituale. Le cronache riferiscono che Cluny approvvigionò 7000 miserabili in un anno; e per farlo, vennero uccisi 250 porci.

Regolarmente, alla fine dell’inverno, la carestia bussava alla porta delle casupole dei contadini: i monaci permettevano di arrivare alla buona stagione distribiìendo la zuppa e il grano. E il cosiddetto pane di maggio.

L’azione monastica garantisce, inoltre, l’esistenza di società di mutuo soccorso, di casse di disoccupazione ante litteram, di cooperative agricole, di quelle che vengono chiamate “botteghe di carità”.

Per secoli, gli “Hôtel-Dieu”, gli ospizi, gli ospedali, gli ostelli aperti ai pellegrini, i lebbrosari sono stati monopolio degli ordini religiosi: dagli Ospedalieri ai Camaldolesi, dagli Antonini agli Alessiani, gli uni si consacrano ai lebbrosi, gli altri agli sventurati torturati dal “male degli ardenti” (l’ergotismo). Certuni hanno per vocazione quella di seppellire gli appestati (e saranno decimati dieci volte in un secolo), altri di accompagnare fino alla forca i condannati a morte o di prendersi cura dei malati mentali.

Le abbazie cluniacensi e cistercensi accolgono soldati, veterani o invalidi, che godono di un beneficio chiamato “pane dell’oblato”, delle vecchie coppie che, in cambio dei loro beni e di qualche servizio che ancora possono compiere, sono albergate e nutrite: una forma rudimentale di rendita vitalizia.

Un proverbio medievale diceva “Si sta bene sotto il pastorale degli abati”. Tenendo conto dell’estrema durezza delle condizioni di vita in quei secoli lontani, era proprio vero.

S’impone un’ultima osservazione: la cura di produrre e di raccogliere le risorse necessarie a tanta attività sarà sempre lasciata ai fedeli: per secoli, la pietà della massa basterà a far fronte a tutte le richieste. Lo stato, le finanze pubbliche, non verranno mai chiamate a intervenire.

Attività bancarie e finanziarie

Senza averlo premeditato, né voluto, le abbazie furono, durante l’Alto Medioevo, dei centri finanziari importantissimi. Tutte le circostanze erano favorevoli: l’abbondanza – relativa, ma reale – di capitali a disposizione, il credito di cui godevano, la sicurezza che garantivano loro-in linea di principio – la santità dei luoghi e la protezione dei principi (quando la forza degli abati non era sufficiente), la rete di “succursali” (ancora una parola di origine monastica), costituita dalle abbazie o dalle case dello stesso Ordine (pensiamo ai Templari), la conoscenza che esse avevano, per forza di cose, “dei retroscena degli affari internazionali”, i privilegi dati dalle esenzioni di cui gli Ordini godevano e, in certi casi, un diritto insolito come quello di potere accogliere, e anche proteggere, il contribuente che rifiutava di pagare le tasse, (e questa era la situazione dei Templari a Parigi!) e, last but not least, la buona fede che sicuramente presiedeva a questo genere di attività.

Le abbazie diventeranno dunque, quasi loro malgrado, delle banche di deposito e di credito. Esse praticarono il prestito su vasta scala, convertirono in denaro liquido fortune in beni immobili, crearono le rendite vitalizie, finanziarono le crociate e i pellegrinaggi e, come le banche odierne, ebbero la loro stanza delle casseforti, in cui nobili e borghesi custodivano i loro oggetti più preziosi e i loro titoli di proprietà.

Gli amministratori laici delle abbazie, attenti alle fluttuazioni dei prezzi e della domanda del mercato, non mancarono di fare speculazioni. Tali attività non erano sempre molto “cattoliche”, sospettiamo, e taluni papi aggrottarono le sopracciglia; ma la maggior parte chiuse un occhio; il Capitolo generale di Cîteaux, sempre realistico, diede la sua approvazione (1126). Le abbazie diventarono, dunque, ricche e potenti, come lo sono di solito le banche e, come queste, fecondarono l’economia, a suo completo vantaggio.

Lo “scriptorium”

C’è infine un’attività troppo nota perché valga la pena di insistervi; è anzi quasi esclusivamente la sola che sia stata ascritta all’attivo dei monaci: quella di avere, per secoli, ricopiato manoscritti. Qualcuno li ha rimproverati di aver ricopiato cento volte le stesse opere – le Scritture o le opere di Cassiano o di Sant’Agostino – che esistevano già in grande quantità. È vero. Ma vorrebbe dire non tenere nel minimo conto il fatto che nessuna opera dell’Antichità Classica sarebbe giunta fino a noi, se i poveri monaci, nel freddo degli scriptoria, non si fossero dedicati a quest’impresa. E dobbiamo anche riconoscere a loro credito che un buon numero di monasteri creò una vera e propria scuola.

Ma non attardiamoci su questo punto; è un dato acquisito e sono rari quelli che lo rimettono in discussione. E normale, dopo tutto, che le uniche persone istruite, o quasi, si siano dedicate ad attività intellettuali, artistiche o morali, che hanno profondamente segnato l’Occidente, e per sempre.

In conclusione

Così, questo centro di cultura, in origine specificamente e integralmente cristiana, a differenza della cultura scolastica e, più tardi, della cultura umanistica medievale, ha risvegliato, resuscitato e promosso un’Europa che le invasioni barbariche avevano quasi annientato. In tutti i campi, a cominciare, s’intende, da quelli della pietà e delle pratiche cristiane, animata com’era da una fede di rara intensità, esso ha coltivato in profondità e reso fertili le terre incolte dell’anima e della civiltà occidentale. Multiforme, onnipresente, potentemente motivata, non esiste campo in cui essa non abbia lasciato la sua impronta, non c’è una provincia, una regione, in cui degli edifici di un’indicibile bellezza, o le loro rovine, queste cicatrici della storia, non testimoniano della sua fervente presenza.

Senza la civiltà monastica, senza la sua azione secolare, è certo che l’Occidente sarebbe potuto sopravvivere e anche resuscitare; ma non sarebbe assolutamente stato quel che è diventato e quello che è oggi, e il XII secolo non sarebbe stato quell’epoca di luce, una delle più abbaglianti della nostra storia, che invece è stato.

Profonda, originale, potentemente strutturata, la cultura monastica benedettina ha risposto per secoli, in maniera diretta ed intima insieme, ai bisogni, alle domande, ai problemi dell’uomo occidentale, e l’ha segnato per sempre.

Note:

(1) Les formes da gouvernement local et provincial dans les ordres religieux, Bruxelles, Editions encyclopédiques, 1956.

“Les ordres religieux dans le langage”, Vie et Langage, luglio 1966, p. 338 e seguenti.
“Noms er surnoms des religieux”, Vie et Langage, giugno 1996, p. 339 e seg.
“Le pluricaméralisme dans l’ordre des Frères Prêcheurs”, Rei Publica, 1960, n° 1.
Le monde vivant des religieux. Dominicaini, Jésuites, Bénédectines… Paris, Calmann-Lévy, 1964.
L’Aventure européenne. Introduction a une sociologie da développernent économique de l’Occident, Bruges, Collège d’Europe, 1965.
“L’Assemblée, autorité souveraine dans l’ordres des Chartreux”, Rei Publica, 1970, n° 1.
Elezioni” in Dizionario degli istituti di perfezione, Edizioni Paoline, 1976.
La vie quotidienne dei Religieux da Moyen Age – x -xv siède, Paris, Hachette, 1978.
La vie bénédictine quotidienne hier et aujouid’hui” in Saint Benôit”, Père de l’Occident, Fonds Mercator, (1980), pp. 319- 471, ed in San Benedetto. Il fondatore, Milano 1980.
(2) Citato da M.L. Incontri e L. Della Stufa, Pranzi e Conviti. La Cucina toscana dal XVI secolo ai giorni d’oggi, Firenze, Editoriale Olimpia. 1965, p. 53.
(3)  Nel XVI secolo, sono stati dei religiosi a far conoscere, in special modo, le patate, i fagioli e il tacchino agli Europei. È stato un monaco belga a introdurre il caffé… in Brasile. Eccetera…
(4) Cf. D. Seward, Lei Moines e le vin, Paris, Pygmalion, (1982). Leo Moulin, La vie quotidianne, op. cit., pp, 111-130, e bibliografia.
(5) Una curiosità davvero rara: il sottile e sconcertante Château-Châlon (Giura) deve il suo sapore particolare alla decisione presa, nel XIV secolo, dalla Badessa del luogo, di raccogliere i grappoli (vitigno Traminer) il più tardi possibile, cioè in dicembre; parrebbe che “il vino di paglia”, ottenuto collocando i grappoli d’uva su una lettiera di paglia, al sole invernale, sia dovuto alla stessa Badessa. Che sia benedetta!
(6) Ne resta ancora qualcosa: un buon numero di “rimedi di buona donna” si rifanno, anche al giorno d’oggi, all’autorità dei Religiosi: basta osservare la pubblicità per convincersene.
(7) CL D. Seward; Les Moines et le vin, op. cit.; Leo Moulin, La vie quotidienne, op. cit., pp. 111-130.