Né giustizia né gloria

Articolo pubblicato su Il Sabato del 5 maggio 1990

Ecco la vera storia dei cristeros. Che presero le armi per difendere la Chiesa dalla persecuzione. E furono sterminati in barba agli accordi

di Alver Metalli

Nell’agosto 1926 l’episcopato messicano prende la grave decisione di sospendere il culto in tutte le chiese del Paese. Di li a poche settimane scoppiano sollevazioni cattoliche in diversi stati del Messico. La ribellione contro il governo anticlericale e massonico del presidente Plutarco Elias Calles si estende a macchia d’olio, incorpora decine di migliaia di uomini, si organizza, si consolida, si dà una strategia militare.

Per tre anni cristeros e truppe federali combattono una guerra senza esclusione di colpi, crudele e sanguinosa. Il bilancio, in morti, saccheggi e distruzioni è enorme. Quando la guerra termina, nel 1929, i cristeros controllano vaste regionin del Messico e minacciano seriamente il governo centrale. Per gli effettivi messi in campo dai due eserciti, quello governativo e quello ribelle, per la durata del conflitto, per l’estensione geografica toccata dalla sollevazione, la cristiada è l’evento più rilevante del Messico contemporaneo.

La sollevazione sorse come risposta alla persecuzione religiosa e diede luogo al movimento contadino più importante di tutta la rivoluzione messicana. Ma al tempo stesso la cristiada è anche l’avvenimento più censurato e sconosciuto, in Messico e nel mondo. Le ragioni sono facili da intendere. Da sempre i vincitori tendono a cancellare anche la memoria dei vinti. A maggior ragione in questo caso in cui i vinti sono cattolici e il vincitore un governo accanitamente anticlericale. «I cristeros non hanno avuto né storia, né giustizia, né gloria» osserva Jean Meyer, un giovane storico di origine francese trapiantato in Messico.

Al movimento cristero Meyer ha dedicato venticinque anni di ricerca sul campo, frugando negli archivi di stato e privati, registrando centinaia di conversazioni con i sopravvissuti, raccogliendo documenti di vivi e di morti. La guerra dei cristeros (così i filogovernativi chiamavano spregiativamente i ribelli cattolici) comincia nell’agosto del 1926, quando l’episcopato messicano decide di sospendere il culto in tutte le chiese del Messico .

Pochi mesi prima il presidente Plutarco Elias Calles aveva fatto approvare una legislazione che assimilava ai delitti comuni le infrazioni alle rigide disposizioni in materia di culto. Ottenere la revoca dell’ignominioso provvedimento governativo attraverso reclami e pressioni fu la costante della politica dell’episcopato nei primi mesi del 1926.

Ma tutti gli sforzi furono inutili ed in luglio i vescovi dichiararono solennemente la sospensione del culto in tutte le chiese del Messico. Nei giorni seguenti una medesima scena si ripete in ogni angolo del Paese. Con abbondante documentazione Jean Meyer ricostruisce il clima di quelle ore ed i sentimenti che hanno incubato la rivolta cristera. Valga per tutti la narrazione di questo testimone oculare che Meyer cita, tra molte altre testimonianze analoghe, nel primo volume della sua opera più nota, La cristiada: «Dal giorno in cui l’episcopato ha annunciato la sua decisione di sospendere il culto pubblico, incominciò a venire gente con il proposito di mettere a posto le proprie coscienze, nonostante fosse un tempo in cui tutti erano dediti al lavoro. Ci si stupiva nel vedere questa o quell’altra persona, che viveva abitualmente lontana dai sacramenti, avvicinarsi al confessionale per ricevere il perdono per i propri peccati, oppure altri che vivevano in concubinato che chiedevano di essere uniti in matrimonio secondo il comandamento di Dio; c’era, inoltre, una gran quantità di battesimi. Nessuno riuscì a dormire in quella notte indimenticabile, pensando al futuro… Conclusasi la messa, fu data la benedizione con il Santissimo Sacramento, e tutto rimase nell’oscurità. Dio mio! Come descrivere quell’ora terribile!».

In centinaia di paesi, davanti a migliaia di chiese la scena si ripete pressoché identica. Così trascorse ovunque l’ultimo giorno di culto. La politica del governo rispetto al clero fu, salvo eccezioni locali, estremamente severa. In diversi Stati le autorità decretarono la detenzione di tutti i sacerdoti. Fino alla fine della guerra il governo applicò sempre una politica di concentrazione dei preti nelle grandi città, di pulizia nelle campagne da ogni presenza ecclesiastica e di severe punizioni per quanti erano in vario grado implicati nella sollevazione dei cristeros. 90 sacerdoti furono così assassinati (si tratta, secondo un’indagine condotta da Meyer, della cifra minima, ricavata sui casi comprovati).

Ad una anno dall’inizio della ribellione i cristeros in armi erano circa 25 mila e l’esercito federale riconosceva di aver perduto, tra gennaio e maggio del 1928 tre generali, 324 ufficiali e 2892 soldati. Una stima che i rapporti militari redatti dall’ambasciata americana consideravano molto lontana, per difetto, dalla realtà. Gli stessi osservatori militari nordamericani confermano che a partire da questo momento l’iniziativa passa ai cristeros. Quando, nel luglio 1925, la Chiesa messicana sottoscrive gli accordi col governo e ordina ai cristeros di deporre le armi, il movimento armato è al suo apogeo.

«Dal 3 marzo al 15 maggio, i cristeros , in piena offensiva dal dicembre del 1928, sbaragliarono le truppe ausiliari abbandonate dalla federazione e si impadronirono di tutto l’ovest del Messico con l’eccezione delle città più grandi, che come tante isole rimasero in mano alle guarnigioni federali trincerate all’interno. Il generale Amaro – comandante in capo dell’esercito federale – disperava per la prima volta, mandando a dire al presidente che tutto l’Ovest era in armi e che era vitale trovare un accordo con la Chiesa». Il modus vivendi viene alla fine raggiunto. Jean Meyer riassume così, in un’intervista rilasciata alla rivista 30 Giorni, gli accordi del 1929 tra il governo e la Chiesa che portarono alla fine delle ostilità.

«Fu l’esito di un negoziato segreto che prescindette completamente dai combattenti, che non furono consultati e neppure informati. Ai cristeros fu detto, dalla notte al giorno, di sospendere la guerra perchè il culto sarebbe ripreso, di consegnare le armi e di tornarsene a casa. Molti cristeros sentirono di essere stati ingannati, traditi e abbandonati. Avevano preso le armi contro una legge persecutoria, contro la quale la Chiesa aveva protestato sospendendo il culto.

Erano morti a migliaia e quando avevano raggiunto il loro apogeo la gerarchia, in accordo con Roma, aveva detto di credere alla buona volontà del presidente che assicurava che lo spirito delle leggi non era persecutorio. In quel momento i cristeros non capiscono perchè ieri la legge era persecutoria e oggi, quella stessa legge, immutata, non lo è più. Si rendono conto che la Chiesa non guadagna nulla dagli accordi e che sarà ingannata.

Sono amareggiati, confusi, delusi ma accettano la vergogna della resa, l’umiliazione di riconsegnare le armi ai nemici della fede a cui le avevano strappate una ad una . E’ un misteryum iniquitatis a cui si sottomettono per obbedienza ai loro pastori». Osserva un giornale dell’epoca che non ci furono critiche dei cristeros contro l’autorità ecclesiastica: «Si mantenne il silenzio ed in silenzio si divorò l’amarezza. La Chiesa del Messico era caduta in una trappola del nemico ed era necessario adorare i segreti disegni di Dio».

Questo fu il sentimento prevalente. Il modus vivendi che fece seguito agli accordi , scrive Meyer, si trasformò presto in modus moriendi. Un modus moriendi sinistro, patito come una prova peggiore della guerra stessa, che i cristeros portavano come una croce, un mistero incomprensibile al quale si sottomettevano per amore del Papa e di Gesù, Cristo Rey. Morirono più cristeros dopo gli accordi che durante la guerra. La caccia all’uomo fu metodica e efficace e si può affermare, in base a prove certe, che più di 500 capi cristeros, dal grado di tenente fino a quello di generale, vennero eliminati».

Il Papa protestò contro la violazione degli accordi con l’enciclica Acerba animi del 25 settembre 1932. Per tutta risposta l’enciclica veniva denunciata da Calles «come una ingerenza criminale di Roma negli affari interni. Se l’insolenza e la provocazione… continueranno, sono deciso» minacciava il presidente «a trasformare le chiese in scuole e in magazzini a beneficio delle classi proletarie».

Nel giugno 1935 non restano in Messico più che 305 sacerdoti autorizzati in tutto il Paese (erano 4 mila all’inizio della guerra) e 17 stati non tolleravano un solo prete sul loro territorio. Circa 500 chiese ed edifici ecclesiastici furono confiscati, 127 chiese furono chiuse nel 1934 e 264 nel 1935. 

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