La crociata, questa sconosciuta

crociatedi Adolfo Morganti

1. Usi contemporanei del termine Crociata

Affrontare con serietà scientifica il tema della Crociata, uno dei tanti episodi di cui apparentemente tutto è noto, è reso difficile prima di tutto dall’utilizzo che di questo termine ha fatto e continua a fare la cultura contemporanea. Un utilizzo carico di enfasi contrapposte, che come giustamente nota Franco Cardini (1), consente immediatamente di comprenderne l’impostazione filosofico-politica di fondo.

Da un lato oggi abbiamo la Crociata come “guerra santa”, doverosa e meritoria, contro un obiettivo meritevole di essere distrutto, sia essa la fame nel mondo, la lebbra o una “incarnazione del male” come Saddam Hussein o Slobodan Milosevic; d’altra parte, in allocuzioni quali “non facciamone una Crociata” la si interpreta all’opposto come un’esagerata, rigida ed ingiusta reazione in difesa di interessi o posizioni precostituite. Ovviamente questo peso linguistico tende a proiettarsi sulla nostra comprensione del fatto storico, ed entrambi gli utilizzi si rivelano fuorvianti.

Scopo di questo incontro è di far comprendere le linee generali di un fenomeno solo apparentemente noto, e di seguirle l’eco fino ad oggi.

2. La realtà del tempo: la Crociata sconosciuta.

Prima di tutto va detto che al tempo delle Crociate questo termine, oggi entrato nell’uso comune (appunto: “Crociata”), non esisteva: i Crociati del 1096-1099, così come quelli del XIII secolo, non erano a conoscenza di star partecipando ad una Crociata; parallelamente, anche nelle fonti arabe del tempo non si ha traccia dell’utilizzo di questo termine.

Anzi, a dire la verità il mondo musulmano ben poco si accorse dell’immenso significato che le Crociate ebbero per i cristiani del tempo, limitandosi a registrare sporadici spostamenti di “Franchi”. Il Termine “Crociata” è assai tardo, più moderno e soprattutto contemporaneo che medievale.

Le fonti dell’epoca, cui ovviamente dobbiamo rifarci per comprendere come la Cristianità del tempo visse i secoli dell’avventura crociata, parlano invece di peregrinatio (“pellegrinaggio”), iter (“viaggio in armi”); dal XII secolo si afferma l’uso del termine passagium (“viaggio attraverso il mare”), o passagium generale quando si indicavano le spedizioni maggiori, indette da un’apposita Bolla pontificia, e che quindi interessavano in via di diritto tutta la Cristianità occidentale. Le 8 Crociate della nostra cronologia scolastica sono appunto passagia generalia.

Comunque, le “Crociate” furono più di 8: e la storia di questi “altri” movimenti crociati si confonde con quella dei movimenti penitenziali di massa, tipici dello scenario sociale e religioso del XI-XII secolo: si pensi alla cosiddetta “crociata dei poveri”, guidata da Pietro l’Eremita e Gualtieri Senza Averi (un nome che è una dichiarazione di censo) che si snodò parallelamente alla 1° Crociata del 1096-1099 e conobbe un esito tragico, anche se i suoi superstiti furono rilevati dalle armate della 1° Crociata “dei Baroni”, inquadrati nella propria armata e giunsero alla conquista di Gerusalemme, ove Pietro l’Eremita era presente; si ricordi il terribile, successivo episodio della “crociata dei bambini”, un movimento penitenziale di massa nato tra i fanciulli europei del tempo, che si mossero a migliaia verso la Terrasanta, inermi, per liberarla con la forza della preghiera: finirono massacrati o schiavi.

Come quest’ultimo episodio dimostra, i passagia non furono nemmeno tutte spedizioni armate, mentre al contrario, soprattutto nella prima Crociata, vediamo unirsi agli armati una quantità immensa di pellegrini inermi, che ritengono di potersi avvicinare a Gerusalemme in maniera più sicura accompagnandosi agli armati in marcia.

I passagia, ed anche i passagia generalia non ebbero nemmeno tutti come obiettivo la Terra Santa: è ben noto a tutti che la cosiddetta IV Crociata si risolse, nel 1204, nella conquista e nel saccheggio di Bisanzio, capitale del Sacro Romano Impero d’Oriente, e nell’istituzione di un effimero Regno Latino di Costantinopoli. Questo saccheggio contro altri cristiani è rimasto talmente vivo ancor oggi nella memoria della cristianità ortodossa da rispuntare regolarmente in ogni polemica contraria al dialogo ecumenico con i cattolici.

Viceversa, le fonti dell’epoca utilizzano il termine cruce signati, da cui l’aggettivo cruciati, per indicare i singoli partecipanti ai passagia. Questo perché i pellegrini verso la Terra Santa, armati o inermi che fossero, dopo il Concilio di Clermont dovevano portare obbligatoriamente cucita addosso sulla veste o sul mantello una Croce di stoffa.

Questo dettaglio, apparentemente minore, ci conferma quindi il nesso stretto della Crociata con la lunga storia del pellegrinaggio ai Luoghi Santi, che come sappiamo inizia già nei primi secoli dopo Cristo e non termina mai, a dispetto delle difficoltà e dei pericoli: per comprenderla in profondità, più che come un semplice capitolo di storia militare o di un esempio di protocolonialismo magari a sfondo religioso, è quindi necessario ricordarsi sempre la stretta parentela della Crociata con la storia della venerazione dei luoghi santi e del pellegrinaggio.

E dobbiamo sempre rammentare come l’aspetto armato della Crociata non era affatto, per la mentalità medievale, in contrasto con le elevate finalità spirituali del pellegrinaggio; al contrario, era assai raro che un pellegrinaggio cristiano ai Luoghi Santi di Palestina non avvenisse sotto la protezione, almeno in certi tratti di percorso, delle armi.

3. Ciò che è avvenuto prima

Inoltre, per comprendere appieno il significato che la Crociata ebbe per gli uomini che la vissero in prima persona, dobbiamo entrare nello spirito di un’intera civiltà assediata, la cristianità medievale uscita malamente dalla crisi dell’Impero carolingio, che per secoli patì un assedio dall’esterno, primariamente da parte dell’Islam (ma anche da parte delle scorrerie vichinghe), il cui impatto e violenza noi facciamo oggi fatica a comprendere.

Cerchiamo quindi di ricostruire assieme, con l’ausilio di qualche data, le tappe essenziali di questo secolare scontro di civiltà:

Meno di cinquant’anni dopo l’incoronazione di Carlo Magno, nell’846 una scorreria musulmana saccheggiò Roma.

Nel 902 venne condotta a termine la conquista musulmana della Sicilia.

Nel 940 una banda musulmana giunse ad assalire e distruggere il Monastero di San Gallo, sito nell’omonimo Cantone, in Svizzera.

Nel 972, un’altra formazione musulmana riuscì a catturare ed a tenere in ostaggio il monaco Maiolo, abate di Cluny, figura centrale del monachesimo del tempo, consigliere spirituale e politico di duchi ed Imperatori. Si trattò di un vero colpo per l’intera Cristianità.

Nel 981, in Calabria, nella battaglia di Stilo le truppe musulmane sconfissero l’esercito cristiano guidato dall’Imperatore Sacro e Romano Ottone I. Nel meridione d’Italia per più di cinquant’anni si ebbe addirittura un Emirato di Bari.

Nel 997 un’altra scorreria musulmana saccheggiò il santuario spagnolo di Santiago di Compostela.

Ma questa pressione non riguardava solamente l’Occidente cristiano: nel 1071 vi fu la grande vittoria dei musulmani selgiuchidi contro l’esercito cristiano bizantino a Manzikert. Fu l’impatto di questa sconfitta a persuadere l’Imperatore d’Oriente a chiedere un aiuto militare al Papa, innescando così il meccanismo che doveva portare alla Crociata.

Tuttavia, di fronte a questa impressionante serie di attacchi al cuore politico e spirituale dell’Europa cristiana dobbiamo anche ricordare che l’Islam non era né fu mai un insieme organico, ma un mosaico di Re corsari, i quali controllavano territori di estensione quantomai eterogenea, sempre in lotta tra loro e con i cristiani.

4. Inizia la Reconquista

A partire all’incirca dall’anno 1000, nel contesto di una generale fioritura economica, sociale e politica dell’Europa che segnò tutto il XI secolo, iniziò un generale contrattacco della Cristianità, che possiamo definire col termine che i cristiani coniarono nelle Spagne: la Reconquista. Anch’essa durò quasi un secolo e conobbe una serie di tappe, che è bene sintetizzare.

In Spagna, proprio agli inizi del XI secolo, vengono poste le basi culturali, letterarie ed anche religiose della Reconquista dell’Europa occupata dai musulmani. A questo periodo risale infatti la stesura della celeberrima Chanson de Roland, in cui è evidente la riproposizione esemplare, rivolta prima di tutto a tutta la Cavalleria europea, della figura di Orlando, il Paladino di Carlo Magno, come archetipo del cavaliere cristiano che mette tutto il suo valore al servizio del suo Re e della sua Fede, e muore combattendo contro i mori a Roncisvalle.

In tutto il Medioevo, la storia dei Paladini carolingi, o Materia di Francia, costituì assieme alla Materia di Bretagna (il ciclo Graalico-Arturiano) e alla Materia di Roma (la storia romanzata degli antichi eroi romani), il cuore vivente dell’epica cavalleresca europea.

Sempre in Spagna, al tempo di Papa Alessandro II, avviene un passaggio giuridico fondamentale: si inizia ad equiparare la partecipazione personale del Cavaliere cristiano alle ricorrenti spedizioni militari contro i musulmani ad un pellegrinaggio spirituale, ad un iter poenitentiale. Conoscendo il senso proprio di questo termine, che già abbiamo incontrato, possiamo vedere che proprio qui la morte in battaglia contro i nemici di Dio comincia ad essere equiparata in modo sempre più evidente al martirio.

E giusto per avere un’idea dell’impegno che i cattolici spagnoli dovranno affrontare per portare a termine questa impresa, accontentiamoci di ricordare che la Reconquista cattolica delle Spagne terminerà solamente quasi cinque secoli dopo, nel 1492: lo stesso anno che vide il fortunato viaggio di Colombo nelle Americhe, l’anno convenzionale che apre l’epoca moderna.

Contemporaneamente, nell’Italia meridionale, all’incirca verso il 1030, avviene un fatto che già ci cala all’interno del clima sociale della Crociata: in mezzo ad una situazione quasi caotica, tra le costanti minacce musulmane provenienti dalla Sicilia, le tensioni politiche e gli scontri armati tra gli ultimi potentati bizantini e i principati longobardi, i cambiamenti socio-economici provocati dalle nascenti – come entità cittadine autonome – città marinare, una numero a noi sconosciuto, ma che tutte le fonti del tempo concordano nel definire veramente ragguardevole di cavalieri provenienti dal nord Europa, normanni (tra i quali ricordiamo solamente gli Altavilla, destinati alla fortuna che sappiamo, ma in origine di modesto lignaggio), bretoni, dell’Anjou, del Maine, delle Fiandre calano in quelle terre sentendo odore di battaglia, in cerca cioè di ingaggio, di una possibile fortuna, comunque sempre di aventure.

Sempre in Italia meridionale, verso il 1060 Roberto il Guiscardo, vassallo della Santa Sede, innalzando cioè il vessillo con le Chiavi di Pietro, termina la riconquista di Puglia e Calabria. Si tratta di un dettaglio importante: la Santa Sede concede il Suo simbolo e affida il proprio prestigio a chi, in Suo nome, combatte per la riconquista del territorio italiano occupato dai musulmani.

Quasi contemporaneamente nel 1061 il fratello di Roberto il Guiscardo, Ruggero, inizia la riconquista della Sicilia, che verrà condotta a buon fine non molto tempo prima dell’indizione della Prima Crociata. In questo clima di esaltazione guerriera e religiosa le Cronache ci tramandano generosamente molteplici episodi di miracoli operati dagli Arcangeli o dai Santi combattenti, che scendono a combattere con i cristiani contro i nemici della fede, benedicendo con la loro stessa presenza miracolosa la bontà della battaglia, e rafforzando all’interno della cultura del tempo la percezione dell’unica battaglia che unisce la cavalleria terrena e quella celeste contro il male, sia esso spirituale o materiale (nel nostro caso i musulmani).

5. La proclamazione della Prima Crociata.

È quindi in questo contesto storico e militare che vanno collocati sia i fatti storici che soprattutto l’ideologia, il vissuto popolare della prima Crociata. Questa si comprende in tutta la sua importanza epocale a partire dal primo e poderoso gesto, la sua proclamazione solenne al termine del Concilio di Clermont nel novembre del 1095 da parte di Papa Urbano II.

In quell’occasione il suo appello, conservatoci in cinque versioni di poco più tardive, si presentò nelle sue linee generali come un vero e proprio appello che la Chiesa universale rivolgeva in primo luogo all’insieme della Cavalleria europea: quest’appello ottenne un successo veramente strepitoso, tale da generare un fenomeno di ampiezza tale – appunto la Crociata – da mutare molti aspetti non solo della cultura, ma anche della vita concreta, materiale quantomeno dei ceti dominanti del continente. Leggendolo oggi possiamo scandirne i momenti fondamentali:

a. L’Appello del Papa è immediatamente rivolto al ceto dei Cavalieri, i milites, affinché desistano dalle guerre intestine che ancora, evidentemente continuavano a vessare la Cristianità. È implicito in queste parole il riferimento alla prolungata opera di educazione ed evangelizzazione del ceto militare europeo promosso dalla Chiesa già dal tempo di Carlo Magno, e che a partire dal X secolo produsse quel movimento di riforma sociale chiamato della tregua dei¸ o della pax dei.

Nell’appello di Urbano II le pressanti necessità del momento sono colte come un’ulteriore e provvidenziale occasione per proseguire e perfezionare quest’opera di mutamento dei costumi dell’élite cavalleresca europea. Questo non significa che dall’appello del Papa siano esclusi gli altri ceti. Particolarmente il terzo ceto, quello dei laboratores, parteciperà massicciamente al clima di fervore religioso che darà vita all’avventura crociata.

b. Lo scopo immediato di questa mobilitazione generale dei laicato cristiano, ed in primo luogo della Cavalleria europea viene indicato chiaramente: rispondere alla richiesta di soccorso che viene da Oriente (e in ciò non si può che cogliere l’effetto dell’appello che l’Imperatore d’Oriente ha rivolto ai cristiani d’Occidente dopo la tremenda sconfitta di Manzikert), e nello stesso tempo aiutare i fratelli cristiani che in Oriente sono minacciati dai musulmani.

È interessante chiedersi di quali fratelli cristiani si trattasse. Certamente non i membri delle Chiese orientali, che da secoli vivevano in Terrasanta condividendo lingue, usi e costumi del luogo ed essendo pertanto difficilmente distinguibili dal popolo musulmano: il riferimento è quindi esplicitamente rivolto ai pellegrini occidentali che continuavano ad affollare le strade verso Gerusalemme ed i Luoghi Santi. È bene ricordare che il movimento dei pellegrini dalle plaghe più remote dell’Europa verso i Luoghi Santi non si arrestò praticamente mai (2).

c. Papa Urbano II dipinge lo scenario della terra da riconquistare inizialmente come luogo di grandi ricchezze materiali, indicandole implicitamente come premio terreno per i prodi che si impegneranno nell’avventura della riconquista di Gerusalemme. Accanto ad una notazione sociale, che fotografa la condizione non di rado di notevole indigenza di parte del ceto cavalleresco europeo, qui si ha un riflesso di una leggenda di lunga durata, quella dell’Oriente “favolosamente ricco”, luogo di meraviglie naturalistiche, di mostruosità e prodigi, terra di Imperi favolosi e, appunto, di sterminate ricchezze naturali.

d. Infine, l’appello del Pontefice è ricco di promesse di vantaggi spirituali, simmetrici rispetto a quelli materiali per coloro che prenderanno la Croce. In termini espliciti ed inequivocabili viene attestato come un siffatto impegno militare al servizio di Dio, la militia Christi, sia segno di conversio. La morte in battaglia del crociato diviene quindi garanzia del Premio eterno.

Infine, può essere utile sottolineare come la Crociata fosse vissuta direttamente ed autonomamente dai tre Ceti componenti la Cristianità. Nel Medioevo, la Cristianità era concepita come un insieme organico, un riflesso terreno dell’armonia cosmica universale, ed era articolata in tre ceti funzionali gerarchicamente connessi fra di loro: gli oratores, coloro che pregano (prima di tutto i monaci e successivamente il clero secolare); i bellatores, coloro che difendono in armi la Cristianità; i laboratores, coloro che lavorano, commerciano, manipolano la materia ed hanno il compito di sostenere i due ceti superiori.

Vi fu quindi una Crociata dei monaci, a dispetto del loro essere impossibilitati a partecipare direttamente ai passagia a causa della stabilitas loci, il voto di stabilità che li obbligava a risiedere stabilmente all’interno del loro monastero: la loro fu la Crociata della predicazione, in cui l’accento fondamentale pesava sulla grandiosa occasione di conversio mundi, di conversione generale che lo sforzo crociato offriva. Non si sottovaluti questo ruolo apparentemente defilato: le motivazioni che spingevano un cavaliere a prendere la Croce quasi sempre si definivano prima della partenza, e non durante né dopo.

E vi fu anche una Crociata del “terzo stato”: l’appello di Urbano II cadde in un contesto ricco di movimenti religioso-popolari di riforma dei costumi e di conversione (talvolta dai connotati estremi e millenaristici), diffusi sia in Italia che nei territori dell’Impero che nelle Fiandre: il più celebre di questi movimenti fu senza dubbio la Pataria.

La partecipazione attiva dei laboratores allo sforzo crociato fu quindi spontaneo, dilagante, e addirittura anteriore al più fruttifero ed organizzato sforzo militare del ceto signorile-cavalleresco: è nota la vicenda della Crociata popolare guidata da quella singolare figura di predicatore che fu Pietro l’eremita, e che ebbe tra i suoi capi una figura di cavaliere povero passato alla storia col significativo appellativo di Gualtieri “Senza averi”.

La Crociata popolare si forma sotto l’onda d’urto emotiva della predicazione popolare, e lungo il proprio viaggio verso la Terrasanta sia nella Mitteleuropa che nei Balcani si scava la strada anche attraverso episodi sanguinosi, come la caccia agli ebrei; giunto in Anatolia questa composita armata verrà distrutta dal nemico, ed i superstiti verranno presi in forze dalla “Crociata dei Baroni”.

In ogni modo Pietro l’Eremita riuscirà a sopravvivere ed a partecipare alla conquista di Gerusalemme del 1099, e proprio durante queste ultime fasi della prima Crociata rimarranno segni precisi della presenza di Confraternite di laboratores armati, come quella, avvolta da un alone di leggenda, dei Tafuri.

6. Cosa non è la Crociata.

Da questo rapidissimo excursus attorno agli aspetti generali della nascita della Crociata, possiamo quindi iniziare a trarre alcune conclusioni generali, sia pure in negativo, attorno al nostro oggetto di riflessione.

a. La Crociata non è una “guerra santa”. Questo termine infatti non esiste nel cristianesimo medievale, mentre esiste nella cultura islamica, ed è un aspetto buffo del fraintendimento moderno e contemporaneo della Crociata che essa sia stata definita dagli illuministi con un termine islamico. I passagia generalia indetti, come abbiamo visto più sopra, con tanto di regolare Bolla pontificia, sono invece definibili come delle “guerre giuste”, bella iusta.

La differenza non è affatto da poco. La guerra nella tradizione cristiana antica e medievale non è infatti un valore in sé: il bellum può essere accettato come Iustum solamente come extrema ratio, in quanto mirante a restaurare una iustitia avvertita come infranta da un nemico che, proprio in quanto iniustum, lede in primo luogo non i diritti di un monarca terreno, ma lo stesso ordine provvidenziale dell’universo.

Particolarmente San Bernardo, nella sua nota epistola indirizzata ai Cavalieri Templari, agli inizi del secolo XII sottolineerà questa differenza, che la maggior parte dei commentatori laicisti moderni e contemporanei preferisce ignorare (3).

b. La Crociata, inoltre, è un pellegrinaggio in armi verso i Luoghi Santi. Non è quindi una guerra qualunque, né d’altronde un pellegrinaggio qualunque. Il suo fine ultimo è la riconquista di Gerusalemme, umbilicus mundi, il Centro spirituale del mondo cristiano, luogo in cui, grazie alla Incarnazione e Morte di Gesù Cristo è terminato l’esilio dell’umanità tutta nella terra del peccato, dopo la Caduta.

Andando verso Gerusalemme si torna nella Terra Promessa, nel Nuovo Israele, al luogo della primitiva rivelazione di Dio al popolo ebraico, della definitiva manifestazione di Dio sulla terra nell’Incarnazione, nel luogo che vedrà la Seconda Venuta di Cristo alla fine dei Tempi, e con ciò la definitiva sconfitta del Male e la discesa della Gerusalemme Celeste, così come il cristiano trova scritto nel più terribile ed enigmatico Libro del Nuovo Testamento, l’Apocalisse. È esistita dunque persino una dimensione escatologico-apocalittica della Crociata.

c. Questa dimensione nascosta della Crociata spiega molte cose apparentemente assurde. Ad esempio il venire a Gerusalemme, camminando per anni, combattendo per mesi, per sciogliere un voto e poi ripartire immediatamente per cercare, se le asprezze del cammino lo consentiranno, di ritornare a casa propria.

Questo è esattamente quello che fecero la quasi totalità dei pellegrini in armi del 1096-99, e le fonti letterarie ed artistiche del XII secolo sono ricche di riferimenti al modello del ritorno del vecchio crociato a casa, provato ed invecchiato. Chi pensa che la Crociata fosse solamente una colossale occasione di arricchimento individuale si soffermi su questa considerazione: un intero ceto di milites europei, che in quanto tale era – limitatamente all’epoca – mediamente agiata, si mise in viaggio per anni, in condizioni di difficoltà materiali estreme, senza alcuna garanzia nemmeno di riuscire a vedere da lontano le mura di Gerusalemme, il tutto rigorosamente a spese proprie.

Anche coloro che riuscirono a vederle e ad entrare nella Città Santa rimanendo in vita, una volta sciolto il voto religioso che li aveva portati fino a lì, entro pochi mesi iniziarono il lungo e non meno pericoloso cammino di ritorno, tant’è che i Regni crociati di Terrasanta conobbero immediatamente una gravissima penuria di uomini; infine, malgrado la certezza del saccheggio che Gerusalemme patì nel 1099, non abbiamo notizie di significativi arricchimenti riportati in Europa dopo la conquista della Terrasanta.

In termini puramente economici l’avventura in Terrasanta era un pessimo investimento. Quale prospettiva di ricchezza materiale poteva infatti compensare dieci-quindici anni di rischi mortali, sofferenze, combattimenti, lontananza dalla propria terra e dalla propria famiglia? Senza dimenticare il fatto che all’epoca questo lasso di tempo per noi tutto sommato breve esauriva la giovinezza del pellegrino in armi, e lo restituiva alla sua casa sicuramente più ricco di esperienze, ma altrettanto sicuramente invecchiato e indebolito.

d. Lo spessore spirituale della Crociata illumina anche un altro aspetto singolare: molti pellegrini in armi, o addirittura disarmati, si aggregavano ai diversi scaglioni di Crociati per riuscire ad arrivare a Gerusalemme, semplicemente per morirvi ed essere sepolti lì. Poggiare come ultimo gesto della propria vita il proprio corpo sugli stessi luoghi che avevano visto la morte di Cristo, negli stessi luoghi della Resurrezione era un modo per aumentare al massimo la speranza di conoscere post mortem la stessa, preziosa sorte. Il numero dei pellegrini che moriva dentro le mura di Gerusalemme fu così elevato da provocare anche problemi logistici legati all’ubicazione dei cimiteri, alla loro suddivisione confessionale etc.

7. Alcuni temi d’approfondimento:

Fino ad ora ci siamo limitati a cercare di tratteggiare il clima culturale e la “visione del mondo” che dettero vita alla prima Crociata. Dopo il 1099, per quasi 200 anni si ricreò un mondo diverso in Terrasanta, la cui storia è troppo complessa per poterla seguire qui nel dettaglio. Ci accontenteremo pertanto di evidenziare alcuni temi solitamente poco illuminati, al fine di instillare qualche curiosità in più.

a. Dopo la conquista e il saccheggio di Gerusalemme, la presenza dei “Franchi” in Terrasanta (così erano chiamati i Crociati europei sia dai Bizantini che dai musulmani) condusse rapidamente alla costruzione di una nuova società. Si trattò di una società di sintesi, che in tempi molto brevi dovette superare sia le caratteristiche tradizionali della cultura locale, sia le abitudini dei nuovi conquistatori, per creare un nuovo equilibrio economico, sociale e politico in cui – fatto significativo – la Chiesa seppe organizzarsi prima e meglio della società laica: segno tangibile di ciò fu la creazione di un Patriarcato latino di Gerusalemme, che oltre ad organizzare ex novo una rete capillare di istituzioni ecclesiatiche all’interno del territorio dei nuovi Stati crociati, contribuì validamente al rinnovo di antichi ed alla creazione di nuovi rapporti con le varie Cristianità orientali ivi esistenti ed operanti.

b. In questi nuovi Stati, per rispondere alle inedite esigenze create dalla situazione politica e militare, sbocciarono anche alcune esperienze originali la cui importanza rapidamente travalicò i confini della Terrasanta, per proiettarsi come una rivoluzione culturale e spirituale in tutta la Cristianità: alludo agli Ordini cavallereschi sovranazionali, la quintessenza spirituale e militare del Medioevo cattolico, che nacquero tutti proprio in Terrasanta: l’Ospedale (oggi, dopo alcuni passaggi, Ordine di Malta), l’Ordine del Tempio (o Templare), l’Ordine Teutonico.

Chiunque conosca anche solo i rudimenti della storia letteraria, economica, religiosa e sociale dell’Età di Mezzo europea conosce bene l’immensa importanza che l’esperienza degli Ordini Cavallereschi ebbe per molti secoli, talvolta fino ai giorni nostri. Si rammenti solamente che molti stati sulla carta d’Europa, dal Portogallo a Malta, alla triade Estonia, Lettonia e Lituania nascono direttamente dall’opera di difesa e contrattacco antimusulmana ed antipagana svolta da questi Ordini. Da questa esperienza nasce anche uno dei più coriacei miti della cultura laico-illuministica europea: il mito templare (4).

c. I regni crociati di Terrasanta vissero per due secoli con l’attenzione costantemente rivolta al proprio entroterra, territorio musulmano. La cosa singolare è che questo prolungato confronto non creò solamente scontri, ma anche diverse modalità di incontro tra culture così differenti. Le testimonianze arabe del tempo ci confermano il paradossale (per noi) clima di tolleranza religiosa che si respirava all’interno dei Regni crociati di Terrasanta, con gli Ordini cavallereschi come primi custodi, ad esempio, del diritto dei pellegrini musulmani di pregare nei Luoghi Santi di Gerusalemme.

Questa progressiva e mutua conoscenza produsse degli effetti di lungo periodo che mal si conciliano con l’idea ottocentesca della Crociata come protocolonialismo oppressore, idea vetusta ma quantomai viva ancor oggi soprattutto a livello divulgativo. Sia esempio di questo particolare, ma vivissimo, “fascino del Nemico”, il caso del Saladino. Grande generale curdo al servizio del califfo di Baghdad, il Saladino riconquistò nel 1187 Gerusalemme, e contro di lui fi indetta la 3° Crociata, che vide la partecipazione diretta e personale dei più grandi Re della Cristianità: l’Imperatore Federico I Barbarossa – oramai anziano, che muore in viaggio – Riccardo Cuor di Leone Re d’Inghilterra, Filippo II Re di Francia.

Aldilà degli esiti militari della spedizione, dobbiamo ricordare che rapidamente si diffuse nella cultura europea del tempo la leggenda del “buon Saladino”, in cui il generale curdo veniva presentato in una luce assai favorevole come sovrano colto, cavalleresco, “quasi cristiano”; il testo che maggiormente evidenzia questa interpretazione è senz’altro l’Ordene de Chevalerie, un poemetto cavalleresco anonimo trecentesco che conobbe una larghissima diffusione.

Nello stesso tempo, è difficile non cogliere un’eco di questa leggenda nell’episodio della vita San Francesco in cui il santo assisano va a predicare in Terrasanta e, di fronte al Sultano, sbugiarda i dottori islamici e ne ottiene il plauso (ma non la conversione), e la libertà di tornarsene indietro.

d. Come si è accennato più sopra, non tutte le Crociate furono pellegrinaggi in armi: ricordiamo qui la singolare Crociata diplomatica promossa dall’Imperatore Federico II. Spinto ripetutamente dal papa alla Crociata (Federico II fu addirittura scomunicato per i suoi ritardi), nel 1228-1229, l’Imperatore stipulò un accordo diplomatico e pacifico con l’allora Sultano del Cairo, Malik al-Kamil: sulla base di questo accordo una parte di Gerusalemme rientrò sotto il controllo cristiano, e da allora Federico II poté con giustificato orgoglio portare anche il titolo di Re di Gerusalemme.

Questo accordo pacifico, tra gentiluomini, resse quindici anni: nel 1244 un’orda di nomadi, sempre musulmani ma d’altra etnia, provenienti dall’interno dell’Asia minore e spinti verso la costa dall’invasione mongola, rioccuparono la città, che da allora rimase in mano musulmana. È interessante anche notare come quella soluzione che Federico II e il Sultano del Cairo pattuirono, assomiglia notevolmente alla proposta di garanzia di uno statuto internazionale per la città di Gerusalemme ed I Luoghi Santi continuamente riproposta col suo noto vigore da S.S. Giovanni Paolo II.

e. La presenza latina in Terrasanta conobbe il suo crepuscolo, e fu la fine dell’avventura: dopo una serie di perdite territoriali nel 1291 i Crociati resistevano a preponderanti forze musulmane asseragliati nella cittadella fortificata di San Giovanni d’Acri, nell’attuale Libano. Per una volta, alla fine del gioco, le diverse componenti del mondo cristiano crociati seppero recuperare quell’unità d’intenti che in tempi più felici era stata rapidamente perduta.

La conquista di S. Giovanni d’Acri costò infatti moltissimo ai musulmani: i difensori cristiani riuscirono a far fuggire la popolazione civile via mare, e combatterono fino all’ultimo, dando prova di un eroismo assolutamente commovente, per non cedere l’ultimo brandello di Terrasanta rimasto cristiano. Alla fine, in quello stesso anno, una tremenda esplosione travolse gli ultimi difensori del castello e una grande quantità di assedianti; a San Giovanni d’Acri morirono con le armi in pugno il Gran Maestro dell’Ordine Templare e quello dell’Ospedale, finalmente spalla a spalla dopo decenni di litigi e dispetti reciproci.

Ma l’avventura della Crociata non terminò con la perdita della Terrasanta: rimase intatto ed operativo per decenni il Regno latino di Cipro, l’ultimo Regno Crociato, e la difesa della cintura di isole che da Cipro giungeva alla Grecia occupò per secoli i cristiani. L’Ordine dell’Ospedale o di San Giovanni, detto successivamente di Rodi e poi di Malta, continuò la propria guerra navale contro i Turchi per secoli, e ci volle Napoleone per riuscire a sloggiare i Cavalieri da quell’isola.

Creta (allora chiamata Candia), giunta alla fine in possesso dei veneziani, resistette ai Turchi fin nel XVI secolo: dopo un epico assedio fu infine espugnata; il responsabile della difesa, il gentiluomo veneziano Marcantonio Bragadin, malauguratamente fu catturato ancora in vita: fu scuoiato vivo e ucciso facendolo rotolare dentro una botte di sale, e la sua pelle, conciata ed imbottita di paglia, sventolò a lungo sul più alto pennone del castello di Candia.

8. Le Crociate dopo la Terrasanta

Può sembrare un paradosso, ma forse le Crociate, come noi le intendiamo, come urto frontale e dichiarato tra la Cristianità e l’Islam, nacquero tempo dopo la conclusione dell’avventura cristiana in Terrasanta, in piena epoca moderna

Probabilmente la prima vera Crociata nel senso moderno del termine fu la “Lega Santa” promossa dal Santo Papa Pio V che condusse alla vittoria di Lepanto (7 ottobre 1571), in cui la flotta turca fu fermata per la prima volta grazie al provvisorio miracolo dell’unità tra i diversi principi e Città cristiane. È vero che se Lepanto fosse andata diversamente, noi oggi saremmo tutto musulmani.

Ma la pressione musulmana sull’Europa, fermata via mare, proseguì a lungo via terra, fino a giungere a lambire una delle capitali storiche europee, la cui conquista avrebbe spalancato ai Turchi tutta l’Europa centrale. Il 14 luglio 1683 iniziò l’assedio turco di Vienna, che si protrasse fino al 12 settembre dello stesso anno, data in cui, l’esercito musulmano, di quasi un milione di uomini, fu costretto alla ritirata.

La difesa di Vienna ebbe quindi un chiaro significato epocale, come Lepanto: la sua caduta sarebbe stata il prodromo della caduta dell’Europa cristiana; per questo a sua difesa convennero migliaia di uomini d’armi appartenenti a tutti i paesi della Cristianità, anche a quello, come la Polonia, i cui rapporti con l’Impero Sacro e Romano non erano stati propriamente idilliaci. In quel frangente alcuni reparti turchi riuscirono ad infiltrarsi anche in Italia, nell’odierno Friuli, e fu la stessa popolazione delle valli carniche a mobilitarsi completamente, fino a distruggere gli invasori.

Attorno all’assedio di Vienna si tramanda un episodio emblematico: nel corso della carica (praticamente suicida) di qualche decina di Ussari alati polacchi, cavalieri che innalzavano sulla schiena lunghe ali bianche, contro il grosso della fanteria turca, questa li scambiò per angeli, e si dette a precipitosa fuga a dispetto dell’immensa disparità numerica. Dopo qualche giorno iniziò la grande ritirata.

Ma il ripiegamento turco fu ovviamente provvisorio, e dopo diversi anni di continue minacce e scorrerie musulmane ai danni delle popolazioni cristiane dell’odierna Austria, Croazia e Slovenia, il grande generale italiano Eugenio di Savoia, al comando di un grande esercito multinazionale dell’Impero Sacro e Romano, riuscì a portare il conflitto nei territori occupati dai Turchi, dando il via ad una nuova Reconquista che si concluse con l’impresa della liberazione di Belgrado, nell’agosto 1717. Anche qui si trattò di un risultato provvisorio: successivamente Belgrado fu ripresa dai Turchi, e fino alla fine della 1° guerra mondiale l’odierna Serbia fu largamente sotto il dominio turco. Ma in questo modo l’espansione musulmana nel sud Europa fu definitivamente fermata.

Un’altra Crociata, coscientemente vissuta come tale, fu quella Vandeana, dal 1793 al 1815. Di fronte agli eccessi ed al furore scristianizzatore dei giacobini, i paesani dell’Ovest della Francia presero le armi in difesa della religione cattolica, del Re in quanto legittima autorità, dei propri usi e costumi comunitari: La Crociata vandeana durò più di 20 anni, e conobbe fasi di inedita crudeltà: contro questi nuovi crociati contadini i parlamenti della modernità non trovarono nulla di meglio che mettere in atto il primo genocidio della storia (5). Ma questa è in effetti la storia di tutte le Insorgenze antigiacobine europee.

Non sembri incredibile, ma proprio il nostro secolo è quello in cui più massiccio e contraddittorio è stato l’uso del termine “Crociata”: al tempo della 1° guerra mondiale (1914-1918), la macchina propagandistica anglo-francese, agitò con grande vigore la bandiera della Crociata contro la barbarie tedesca; è bene ricordarsi che i tedeschi diventarono il simbolo del Male assoluto (contro cui, appunto, appare lecito intraprendere Crociate) non nel 1939, ma nel 1914.

Al tempo della Guerra Civile spagnola (1936-1939), la lotta contro il comunismo ateo e le sue inedite (per l’Europa occidentale) efferatezze anticristiane, ridette vita all’idea di Crociata, contro la nuova barbarie che proveniva, una volta di più, dall’Oriente; questi riferimenti di lungo periodo furono particolarmente evidenti all’interno di quel complesso fenomeno di volontariato internazionale contro il comunismo che portò in Spagna nuovi Crociati anticomunisti da moltissimi paesi europei.

Ma fu all’interno della 2° guerra mondiale che il ricorso all’idea di Crociata divenne generalizzato e singolarmente contraddittorio: entrambi gli schieramenti si crearono la propria Crociata, e dal 1941 al 1945 riuscirono a convivere ed a scontrarsi le “simmetriche Crociate” dell’Asse contro il bolscevismo (a cui parteciparono, è bene ricordarlo, volontari da tutto il mondo, USA e Inghilterra compresi) e degli Alleati in difesa della democrazia.

Dopo il 1945 e la spaccatura dell’Europa in blocchi lo schema retorico della “Crociata in difesa della democrazia” fu mantenuto vivo specialmente da parte degli USA non più ovviamente a carico della Germania nazista, ex-nemico sconfitto ora diventato alleato, ma – per rimanere in Europa – degli ex-alleati sovietici, trasformati da preziosi fratelli d’arme in un Impero del Male.

E dopo il crollo del Muro di Berlino?

Le Crociate si moltiplicano ancor più. Oramai siamo abituati a periodiche ed incendiarie dichiarazioni sulla stampa che additano al pubblico ludibrio l’Incarnazione del Male del momento, contro cui implacabile si scaglia la Crociata (oggi si dice: umanitaria) del mondo civile, e contro cui – beninteso – tutto è lecito, anche il bombardamento quotidiano della popolazione civile. L’altroieri è stata la volta dell’Iraq di Saddam Hussein, ieri è stato il turno della Serbia di Slobodan Milosevic, ed oggi… staremo a vedere.

Conclusione

Nel percorso di questa chiacchierata abbiamo notato molti paradossi; concluderemo quindi con l’ultimo della serie. Più si approfondisce la conoscenza storica del fenomeno dei passagia generalia, che solo per abitudine oggi continuiamo a chiamare “Crociate”, più ci si rende conto di quanto la loro realtà sia stata distante (a volte un poco, più spesso radicalmente) dall’immagine che comunemente oggi tutti abbiamo delle Crociate, immagine generata durante il secolo scorso ed imposta più dalla divulgazione mediale e scolastica che da una sufficiente conoscenza delle fonti.

Accanto alla necessità di conoscere meglio la storia vera per non essere ingannati dai demagoghi di qualunque colore, resta quindi da comprendere da dove venga fuori quest’immagine così sicura di sé e senza mezzi toni che siamo usi abbattere sul nostro passato. In conclusione possiamo dire che, forse, più che rispondere ad un’esigenza di interpretazione del passato quest’immagine sia una proiezione su di esso di una serie di realtà che non sono affatto medievali ma moderne e contemporanee, e stonando singolarmente con l’immagine idilliaca che siamo portati a costruirci del nostro mondo attuale, vengono proiettate all’indietro, su tempi che per maturata convenzione culturale – e con una simmetrica, massima indifferenza verso la realtà dei fatti – devono essere impregnate delle caratteristiche più negative.

E non è affatto strano che le caratteristiche maggiormente negative per una cultura emergano dal suo stesso interno, anziché da un’altra cultura che con la nostra ha ben poco a che fare.

L’unica conclusione possibile è quindi un appello alla prudenza e ad un sano disincanto nei confronti delle “leggende nere” di cui una cultura povera di punti fermi, ma ricca di sicumera come quella occidentale moderna, continua a nutrirsi quotidianamente.

Note:

1) F. Cardini, Dio lo vuole! Intervista sulla Crociata, Rimini 1994, pp. 9-10.

2) Sul tema, vedi F. Mian, Gerusalemme città santa.Oriente e pellegrini d’Occidente (sec. I-XI), Rimini 1988.
3) Vedasi San Bernardo di Chiaravalle, L’Elogio della Nuova Milizia. Ai Cavalieri del Tempio, trad. it. a cura di M. Polia, Rimini 1988.
4) Attorno al “mito templare” vedi introduttivamente F. Cardini, La Nascita dei Templari. Bernardo di Chiaravalle e la Cavalleria mistica, Rimini 1999, pp. 147 e segg.
5) Sul tema, cfr. R. Secher, Il genocidio vandeano, Milano 1989.
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