Rispettare i doveri motivati dall’amore

virtùAvvenire,  editoriale del 29 novembre 2013

 Giacomo Samek Lodovici

Nei paragrafi  36-39 dell’esortazione Evangelii gaudium il Papa   riprende  un discorso fondamentale di s. Tommaso: «San Tommaso d’Aquino insegnava   che anche nel messaggio morale della Chiesa c’è una gerarchia,  nelle   virtù e negli atti che da esse procedono». Così, se, in  assoluto, gli atti   d’amore verso Dio sono superiori ad ogni altra  azione, per quanto poi riguarda   la condotta umana che concerne il  prossimo, «le opere di amore al prossimo sono  la manifestazione  esterna [l’espressione interiore è l’amore a Dio, come detto]   più  perfetta della grazia interiore [che è frutto] dello Spirito».

Per questo motivo, dice il Papa, Tommaso «afferma che, in quanto all’agire esteriore […] «“La misericordia è in se stessa la più grande delle virtù, infatti spetta ad essa donare ad altri e, quello che più conta, sollevare le miserie altrui”». Naturalmente le miserie, per Tommaso e per il Papa (come egli ha chiarito molte volte), sono materiali, ma anche morali e spirituali (da cui il più volte reiterato richiamo ad andare verso le «periferie esistenziali»), e misericordia vuol dire altresì protezione dell’innocente, come esemplifica anche la Evangelii gaudiumai paragrafi 213-214, riferendosi anche agli esseri umani che vengono abortiti.

Ciò che dal Papa è qui in parte esplicitato ed in parte sottinteso è un concetto dello stesso s. Tommaso e di s. Agostino, cioè che il primato nella morale spetta al positivo, spetta all’amore, all’amore di Dio e all’amore del prossimo, tanto è vero che le virtù umane sono espressioni dell’amore.

Ad esempio, la giustizia nella sua pienezza è l’amore che vuole il bene che spetta a ciascuno (qualcun altro o il sé: c’è infatti anche una giustizia verso se stessi, ben diversa dall’autoindulgenza), la perfetta fortezza è l’amore che sopporta il dolore e le difficoltà in vista del bene di chi amiamo (il sé o gli altri), la saggezza compiuta è l’amore che individua i mezzi per procurare il bene di chi amiamo (il sé e gli altri), la temperanza nella sua pienezza è l’amore che ci custodisce capaci che di amare pienamente gli altri o, perlomeno, ci rende capaci di non trattarli come mezzi, con lo scopo di utilizzarli, bensì come fini in se stessi.

Come dice Agostino, «sia che tu taccia, taci per amore; sia che tu parli, parla per amore; sia che tu corregga, correggi per amore; sia che perdoni, perdona per amore; sia in te la radice dell’amore [illuminato dalla ragione], poiché da questa radice non può procedere se non il bene». Anche Hegel negli scritti giovanili, scriverà che «l’amore è il compimento delle virtù».

Forse non è immediatamente chiaro come conciliare questo discorso con quanto lo stesso Papa dice nel testo che stiamo commentando: «Come bene osservano i Vescovi degli Stati Uniti […] la Chiesa insiste sull’esistenza di norme morali oggettive, valide per tutti». Il punto è che dall’amore per il prossimo deriva il divieto oggettivo di non assassinarlo, di non derubarlo, di non abortirlo, di non ucciderlo con l’eutanasia, ecc.

Ma, se impostiamo la vita nella logica del primato del dovere, del primato del no, allora ci fissiamo solo sui divieti da non infrangere; viceversa, se il primato lo riconosciamo all’amore, allora la logica è quella del sì all’uomo, quella della preminenza dell’amore, il quale desidera sempre il massimo per l’amato.

Siamo abituati da secoli di legalismo a pensare che l’uomo morale sia colui che conduce la sua vita a colpi di senso del dovere. Tuttavia, l’uomo pienamente morale rispetta sì dei doveri, ma vive motivato dall’amore. Infatti, il dovere prescrive di compiere per ingiunzione quella stessa azione che l’amore giusto, se ci fosse, avrebbe già compiuto liberamente.

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