Economia e Vangelo

per Rassegna Stampa

 Trascrizione dell’intervento dell’autore nella trasmissione “Temi di Dottrina sociale della Chiesa”, andata in onda su Radio Mater il 12 febbraio 2019

di Giuseppe Brienza

Non esiste né può esistere una “economia cattolica” od un sistema economico-finanziario cattolico ma, sicuramente, sulla base della corretta applicazione della Dottrina sociale della Chiesa, un modo coerente e rispettoso delle persone e delle comunità di operare in economia e in finanza. Prima di contestualizzarlo occorre partire dai fondamenti, illustrando in sintesi il percorso logico che va dal bene comune dell’uomo e della famiglia, a quello individuabile nel mondo del lavoro e dell’economia. Il tutto sulla base di quanto esposto dal Catechismo della Chiesa cattolica (CCC) e dal Compendio di Dottrina sociale della Chiesa.

Oeconomicae et pecuniariae quaestiones

Oltre a Catechismo e Compendio, solo per citare un documento molto recente, consigliamo Considerazioni per un discernimento etico circa alcuni aspetti dell’attuale sistema economico-finanziario (titolo originale in latino: Oeconomicae et pecuniariae quaestiones), elaborato dalla Congregazione per la Dottrina della Fede e dal Dicastero per il Servizio dello Sviluppo umano integrale e pubblicato il 6 gennaio 2018. È appena uscito un commento scritto da autorevoli esperti nel volume curato da Riccardo Bollati dal titolo Il potere del denaro per il bene comune. Riflessioni etico-economiche a partire da Oeconomicae et pecuniariae quaestiones della Libreria Editrice Vaticana (Città del Vaticano 2019, pp. 131, euro 8).

Uno degli spunti che ritornano nel documento ci ricorda come «la nostra epoca ha rivelato il fiato corto di una visione dell’uomo individualisticamente inteso, prevalentemente consumatore, il cui profitto consisterebbe anzitutto in una ottimizzazione dei suoi guadagni pecuniari. La persona umana possiede infatti peculiarmente un’indole relazionale ed una razionalità alla perenne ricerca di un guadagno e di un benessere che siano interi, non riducibili ad una logica di consumo o agli aspetti economici della vita» (n.  9).

Tradotto in termini economici, come ha scritto l’economista Luigi Zingales (insegna all’Università di Chicago), «gli individui devono massimizzare l’utilità, non il loro reddito. Dal punto di vista teorico, non è nulla di nuovo. Ma dal punto di vista pratico, si tratta di una rivoluzione copernicana. I capitani d’industria di una volta investivano per massimizzare la   propria utilità, non solo il rendimento finanziario.  Nel mondo d’oggi questo legame tra investimento e benefici non-monetari si è spezzato. Non solo perché molte imprese sono quotate e rispondono a una miriade di azionisti con obiettivi discordanti, ma soprattutto per come la teoria della finanza ha interpretato il ruolo del manager» («Oeconomicae et pecuniariae quaestiones»: rivoluzione copernicana, in L’Osservatore Romano, 25 gennaio 2019, p. 5). In controtendenza alcune iniziative interessante come quella dei “manager di Dio”, progetto formativo portato avanti in vari ministeri benedettini, collegando la Regola di San Benedetto da Norcia allo stile di leadership e conduzione aziendale.

Quattro domande “politicamente scorrette” sull’attuale sistema economico-finanziari

Sulla base di quanto finora detto e prima di proseguire con l’esposizione della visione cattolica sull’economia, cerchiamo di mettere in pratica i criteri orientativi esposti nel CCC ponendoci alcune domande.

1. La finanza mondiale minaccia davvero le comunità nazionali e i popoli o si tratta di una percezione alterata della realtà?

Lo stato di sfiducia del cittadino medio europeo nei confronti della finanza sta toccando in questa fase storica picchi negativi mai visti prima. Diversi sono i segnali che lo dimostrano, a partire dalla formidabile crescita di consenso in tutti i Paesi dell’Unione europea dei movimenti cosiddetti populisti ed euroscettici.  C’è chi ritiene come in realtà il problema sia l’attuale sistema finanziario ultra-globalizzato, “la minaccia più grave che incombe sul pianeta”.

2. Qual è il ruolo nel mondo delle agenzie di rating?

Le agenzie di rating sono società private che si propongono di valutare (to rate=classificare) la solvibilità/solidità finanziaria di una azienda ma, purtroppo, oggi anche di uno Stato. Forti soprattutto quelle statunitensi come Moody’s e Standard & Poor’s, perseguono interessi di privati sebbene condizionino non poco l’andamento dei governi nazionali e delle politico-parlamentari. In passato nel Parlamento europeo è stata depositata una proposta per chiedere la riforma di queste agenzie rendendole pubbliche ed europee, anche perché è opinione diffusa che il loro agire abbia contribuito non poco ad originare la crisi economica globale del 2007 nella quale, a livello continentale, siamo drammaticamente ancora immersi.

3. Chi sono i protagonisti della finanza mondiale?

Si tratta di un concerto di poteri che ha il suo centro nella Borsa di Wall Street, a New York, presieduta da un Comitato direttivo composto da 25 membri, guidato da un presidente. La più grande borsa valori del mondo per volume di scambi e la seconda per numero di società quotate, fondata a New York nel 1817, ha delle dépendance in Europa, la prima è la Commissione europea, i cui 28 membri, uno per Paese membro dell’Ue, sono soprattutto ex ministri economici o ex premier con alle spalle carriere collegate o addirittura interne con le principali istituzioni economico-finanziarie internazionali o banche d’investimento mondiali.

Solo per fare due esempi, guardiamo al presidente lussemburghese (Partito popolare europeo) Jean-Claude Juncker che, dal 1989 al 1995, è stato governatore della Banca Mondiale e, dal 1995, governatore del Fondo monetario internazionale, entrambe queste istituzioni finanziarie specializzate dell’ONU, con sede a Washington. Tanto per capire il personaggio, ricorriamo ad una recente inchiesta giornalistica, pubblicata dal noto quotidiano britannico Daily Express, che ha documentato il compenso mensile ricevuto da Juncker in qualità di presidente della Commissione europea: 32mila euro (tale importo è superiore a quello del suo predecessore a Bruxelles, Barroso, dato che nel 2016 l’Eurocommissione ha decretato un aumento generalizzato degli stipendi di tutti i dipendenti dell’Ue del 2,4%).

Il commissario europeo agli affari economici, il socialista Pierre Moscovici, si è invece formato all’Ecole nationale d’administration, che oggi ha sede a Strasburgo (stessa città nella quale hanno sede sia il Parlamento europeo sia il Consiglio d’Europa) e, prima d’intraprendere la sua carriera pubblica, ha compiuto come tutti gli altri tecnocrati di questa istituzione francese, uno stage di 11 mesi in una grande impresa privata (anche lui quindi è stato poi ministro dell’Economia della Francia). Chi ha visto in “presa diretta” il funzionamento del Parlamento europeo, della Commissione e del Consiglio, descrive il diverso trattamento che hanno i temi economici e finanziari rispetto agli altri temi dell’agenda. E soprattutto che tipo di trattamento.

L’altra dépendance è la city di Londra, la borsa valori che costituisce la principale piazza finanziaria europea per capitalizzazione e che, nel 2007, ha anche acquisito la Borsa italiana dando vita alla holding (società che possiede azioni o quote di altre società) “London Stock Exchange Group”. In pratica dal 1° ottobre 2007 la piazza affari di Milano è quotata a Londra con annessi e connessi in termini di influenza e condizionamento del più grande sistema finanziario rispetto al più piccolo la holding, di fatto, controlla il mercato di Piazza Affari. Da questa fusione è nata una super-Borsa con 3600 società quotate.

4. Quando si è affermato il primato della finanza sull’economia?

Nei suoi sviluppi recenti, è stato un processo graduale, iniziato negli anni ’70, quando la finanza ha smesso di servire l’industria per agire esclusivamente a fini speculativi, ed è proseguito espandendosi negli anni ’80-’90 con una serie di misure di deregolazione, liberalizzazioni e privatizzazioni, che hanno dato uno spazio spropositato alla finanza privata, che in precedenza non era nemmeno immaginabile. È così che la finanza, anziché servire lo sviluppo economico di un Paese, è diventata la padrona dello sviluppo e questo fatto ha finito per uccidere lo sviluppo stesso.

Eppure come dimostrano i casi di alcuni Paesi dell’Asia come il Giappone e l’India, entrambi con tassi annui di crescita del Pil attestati da anni rispettivamente al 3% e al 7% (circa), è possibile anche in tempi di globalizzazione crescere a tassi altissimi, ridurre la povertà, creare occupazione reale attraverso uno Stato che dirige il mercato e non viceversa e un’industria che gestisce la finanza e non viceversa (i tassi di disoccupazione in entrambi i Paesi da tempo sono al livello “fisiologico” del 3%, a fronte ad esempio del 10% italiano).

Per questo il perdurare della crisi globale del 2007 dovrebbe suggerirci un modello diverso di sviluppo, cioè un’Europa più flessibile, che tenga conto delle diversità economiche dei vari Stati europei, che rispecchia anche il mosaico europeo composto da tante culture. L’Europa è nata sulla base di duemila anni di civiltà basato sullo sviluppo locale, e tutto ciò non si può abolire per inseguire un modello unilaterale e mondialista.

Il sistema economico-finanziario dei Paesi europei dovrebbe pertanto essere rifondato, tornando alle radici, con una Banca centrale che contribuisce allo sviluppo economico e non si occupa solo della stabilità dei prezzi; tornando al Trattato di Roma che a differenza di quello di Maastricht non parla solo di mercato e di finanza.

Cattolicesimo e “capitalismo”

Nel loro saggio Denaro e paradiso. L’economia globale e il mondo cattolico (Piemme, Casale Monferrato 2004, pp. 143) il giornalista e scrittore Rino Cammilleri e l’economista Ettore Gotti Tedeschi (già presidente per l’Italia del Banco Santander Central Hispano, prima banca di Spagna e una delle maggiori d’Europa e consigliere d’amministrazione del Sanpaolo IMI, unica banca italiana quotata a Wall Street, oltre che professore all’Università Cattolica di Milano) dimostrano come il Cattolicesimo non sia mai stato contro le leggi del mercato, né contro lo sviluppo. Se fosse stata applicata nei suoi corretti princìpi economici, oggi la Fede cristiana rappresenterebbe un valore e un veicolo indispensabile per la promozione della responsabilità sociale d’impresa (in inglese: corporate social responsibility) e nella riconciliazione fra etica e mercato.

Nell’economia mondiale, da John M. Keynes in poi (il più influente economista del XX secolo è morto nel 1946), alla morale cattolica è stato definitivamente imposto di non occuparsi più di cose economiche, lasciando agli “scienziati” questo compito. È prevalso così un “machiavellismo economico” che sacrifica l’uomo al potere e al profitto.

Eppure questo esito non sta scritto nel destino dell’economia di mercato. Il “capitalismo” nasce infatti in casa cattolica ad esaltazione della dignità dell’uomo; nasce nell’Italia del XIII secolo teorizzato da teologi francescani, quando il protestantesimo, cui la nota tesi di Max Weber attribuisce la nascita dello “spirito del capitalismo”, era ancora di là da venire. È il protestantesimo, semmai, il responsabile dei suoi successivi difetti: individualismo, affarismo, decisionismo, laissez-faire, legge del più forte.

Nell’Inghilterra dove decolla la rivoluzione industriale moderna con i suoi corollari di sfruttamento, la Chiesa cattolica non c’è più. E questo spiega perché il mondo cattolico sia progressivamente diventato diffidente e ostile nei confronti della libera economia di mercato. C’è voluto Giovanni Paolo II con la sua enciclica “Centesimus Annus” del 1991 per richiamare i cattolici ad aver fiducia nella bontà del capitalismo e del profitto.

La Dottrina sociale della Chiesa dice no al pauperismo

La povertà, in senso evangelico, bisogna volerla e non subirla. La ricchezza terrena, frutto di un uso virtuoso dei propri talenti, è giusto accumularli, ma è doveroso metterla a disposizione per creare opportunità di produrre beni, dare occupazione e promuovere il bene. Il vero ricco secondo il Vangelo “è chi possiede il Regno dei Cieli”. Che è altro da un cospicuo conto in banca, ma le due cose non sono necessariamente in contrapposizione.

Negli attuali sviluppi del mercato globalizzato, l’etica cattolica, la più chiara e ferma nella valutazione di ciò che è bene e male, è la prima a creare intralcio e, quindi, ad essere espulsa. Si cerca di giungere alla “globalizzazione delle religioni” all’insegna del relativismo, evidenziandone solo gli elementi comuni e puntando a cancellare, pertanto, le identità religiose e culturali e, in definitiva, il primato della persona sull’economia.

Per far sì che la morale cattolica possa essere applicata all’economia è necessario però che la maggior parte degli individui condividano una visione soprannaturale che ponga l’uomo al centro di tutto nella sua sacralità. La morale cattolica in economia, comunque, può essere vissuta e praticata individualmente, non come regola collettiva, altrimenti si finirebbe per riproporre il modello esecrabile di Stato etico. Questo perché la ricerca della salvezza è individuale, così come l’acquisizione dei meriti. Ogni uomo, pertanto, giocandosi appieno nell’ambito pubblico dell’economia, è chiamato a rispondere personalmente alla chiamata della santità.

La teoria economica nacque dai teologi francescani del Medioevo

Nel 2002 l’editrice il Mulino ha pubblicato un libro del prof. Giacomo Todeschini, storico del Medioevo dell’università di Trieste, dal titolo “I mercanti e il tempio”, nel quale mostra le fortissime radici teologiche ed ecclesiologiche delle moderne teorie e pratiche “capitaliste”. Fin dal XIII secolo e, quindi, molto prima che arrivasse Giovanni Calvino.

È la riflessione francescana sulla povertà volontaria a riconoscere nel possesso materiale dei beni un desiderio naturale e universale dell’uomo e, quindi, a portare alla formulazione di concetti economici fondamentali quali: utilità sociale della mercatura, remunerazione del prestito, produttività del denaro, valore economico, giusto prezzo, cambio, sconto.

È dal volontarismo della teologia francescana medievale e tardomedievale e dal primato dato da essa all’individuo, sulle orme di sant’Agostino, che si ricava una teoria economica tutta centrata sul soggetto contraente e sui contratti intersoggettivi. Sono quindi i francescani a precorrere la “scuola di Salamanca” del Cinquecento, quella in virtù della quale teologi sia francescani che domenicani che gesuiti teorizzano una vera e propria “scuola” economica cattolica “ante litteram” del Cinquecento, oggi pochissimo valorizzata in campo ecclesiastico.

In larghi strati della Chiesa cattolica, vertici compresi, il capitalismo continua ad avere cattiva fama. È giudicato di per sé cattivo, selvaggio, oltre che “di spirito protestante”. Nell’enciclica “Centesimus Annus” del 1991, invece, San Giovanni Paolo II ne riconosce i meriti, se non altro perché l’età moderna e la stessa epoca contemporanea hanno beneficiato e continuano a beneficiare – relativamente alla pratica degli affari e alla teoria del pensiero economico – di una quantità di invenzioni risalenti esattamente agli ultimi quattro secoli del Medioevo: dal contratto di affitto alla lettera di scambio, dall’assegno bancario alle tratte e alle cambiali, dalle principali forme e tecniche del credito, all’attività bancaria.

Centrale, in tal senso, è l’opera del teologo, filosofo e scrittore francescano francese Pietro Di Giovanni Olivi (1248-1298), il quale – tra altre questioni – nel suo “Trattato sulle compere e sulle vendite” (titolo originale latino: “Tractatus de emptione et venditione, de contractibus usurariis et restitutionibus”), si pose l’interrogativo se sia lecito distinguere fra il prestito di una somma di denaro qualsiasi e il prestito di una somma di denaro efficientemente inserito o da inserirsi nel processo produttivo.

La sua risposta fu che, mentre l’incremento del denaro preteso in forza del mutuo era configurabile come usura, la ricompensa che un mercante o chiunque altro avesse avuto progetti di investimento economico relativamente fruttifero, pretendeva per distrarre il proprio denaro e darlo in prestito, sarebbe invece da considerare come un risarcimento del danno subito.

Un altro dei maggiori economisti del XX secolo, l’austriaco Josef Schumpeter (1883-1950), nella sua monumentale “Storia dell’analisi economica”, colloca Pietro Di Giovanni Olivi tra i fondatori dell’economia scientifica e, così, anche a livello “storiografico” dobbiamo a dotti e geniali francescani come lui l’origine di quella possente tradizione che, grazie alla successiva elaborazione dottrinale dei tardo-scolastici, si innestò nel filone dell’illuminismo scozzese e confluirà, ai nostri giorni, nella Scuola austriaca di economia.

Quest’ultima corrente di pensiero, per vari aspetti valida ed interessante anche oggi, fu fondata nella seconda metà dell’Ottocento da Carl Menger ed è rappresentata, nel XX secolo, da grandi teorici come (fra gli altri) gli austriaci Ludwig Von Mises e Friedrich Von Hayek e lo statunitense Murray Rothbard.

Caritas in veritate e povertà mondiale

Dalla seconda metà degli anni ’90, organismi finanziari come la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale hanno iniziato a subordinare la concessione di prestiti e la stessa cancellazione del debito al rispetto di specifici parametri da parte dei Paesi in via di sviluppo, come la riduzione della spesa pubblica, la liberalizzazione dei mercati, varie strategie dirette a migliorare sanità e istruzione etc. Oggi il risultato di quegli aiuti è dinanzi agli occhi di tutti e, in tal senso, Papa Benedetto XVI nell’enciclica Caritas in veritate (2009) non ha avuto remore nel chiedere ai maggiori organismi economico-finanziari internazionali d’«interrogarsi sulla reale efficacia dei loro apparati burocratici e amministrativi spesso troppo costosi» (n. 47).

È anche utile in tale prospettiva riflettere sulle parole di Papa Ratzinger, laddove nello stesso documento chiede «una solidarietà più ampia a livello internazionale», da perseguire promuovendo, «anche in condizioni di crisi economica, un maggiore accesso all’educazione, la quale, d’altro canto, è condizione essenziale per l’efficacia della stessa cooperazione internazionale. Con il termine educazione non ci si riferisce solo all’istruzione o alla formazione al lavoro, entrambe cause importanti di sviluppo, ma alla formazione completa della persona». Bisogna cercare di agire, insomma, sulla centralità della persona.

Anche per questo nella Caritas in veritate la povertà viene trattata come un’opportunità di sviluppo, anziché essere cristallizzata come il risultato di un meccanismo iniquo. E, in particolare nelle parti consacrate alla cooperazione internazionale, vi è un chiaro rigetto dell’assistenzialismo.

 

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