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Nov 08

L’attuale stato della libertà religiosa nel mondo

da Il Corriere del Sud anno XXVII

Crotone 16 luglio 2018

Una lettura della situazione di persecuzione dei cristiani nel mondo in controluce con la diffusione delle “religioni” estremo-orientali. Queste, raccontate infatti come “pacifiche”, molto spesso purtroppo non lo sono

di Mauro Rotellini

Come spesso fatto in questa rubrica delle “Serate di San Pietroburgo”, proponiamo un ulteriore capitolo della rassegna ideale dei “falsi miti del Progresso”. Un capitolo riguardante fra l’altro un tema che è al centro del Magistero cattolico e, particolarmente, di quello di Papa Francesco: la libertà religiosa e la persecuzione dei cristiani nel mondo.

Partiamo da una recente e davvero interessante notizia:il segretario di Stato americano Mike Pompeo, ha annunciato di voler ospitare il 25 e il 26 luglio 2018 a Foggy Bottom, sede del suo dipartimento, a Washington, un meeting istituzionale internazionale diretto a «identificare modi concreti per respingere le persecuzioni e garantire un maggiore rispetto per la libertà religiosa per tutti».

Non sembra davvero un tema secondario ma, a quanto sembra, è una notizia che non ha trovato molto spazio nei media, per così dire, ufficiali, quelli che peraltro rivendicano assoluta terzietà ed indipendenza e, magari, sono invece poco più che portavoce di interessi ed ideologie di parte.

Seconda e ulteriore buona notizia è che il Governo italiano dovrebbe presenziare con propri qualificati rappresentanti a Foggy Bottom. Lo dovrebbe fare anche per poter continuare la nuova relazione speciale che il governo Conte ha intavolato con l’amministrazione Trump.

La situazione attuale ben giustifica un incontro ai più alti vertici sull’argomento.

Le tristissime vicende della Siria, le persecuzioni contro i cristiani in Estremo Oriente, l’aggressività della classe dirigente occidentale ispirata alla laïcité francese contro il cattolicesimo sono sotto gli occhi di tutti. E trovano ad esempio desolante manifestazione nel surreale processo in corso quest’anno presso il Tribunale di Torino nei confronti della scrittrice cattolica Silvana De Mari, rea di reati di opinione (ebbene sì, ancora nel XXI secolo…).

Reati derivanti dalla sua attività scientifica e legati ad affermazioni in riferimento all’omosessualità che, nel merito, non sono mai state contestate nel merito. Oggettivamente la d.ssa De Mari descrive le sue osservazioni con una nettezza che, evidentemente, a qualcuno disturba. Lascia tuttavia sbalorditi la costituzione di parte civile nel processo del Comune di Torino a guida “grillina”, fatto che non può avere altro risvolto se non quello di provare ad orientare la vicenda processuale spostandola dal merito alla possibilità di esprimere determinate opinioni.

Ed ancora, è di pochi giorni la dichiarazione della nota scrittrice, giornalista e femminista francese Caroline Fourest, secondo cui il segno della croce del giocatore della nazionale di calcio francese Blaise Matuidi alla conclusione vittoriosa del mondiale Russia 2018, sarebbe stato un gesto «inaccettabile» («vraiment pas nécessaire»). La Fourestnon è una intellettuale qualsiasi ma una icona della citata laïcité. Condannata per diffamazione un paio di volte in passato, pare che sia diventata oggi la giornalista più pagata al mondo. Da anni è praticamente in “servizio permanente effettivo” delle lobby Lgbt del suo Paese e, guarda caso, ha vinto nel 2005 il Premio nazionale francese della laicità.

Sul piano generale non possiamo comunque dimenticare che la libertà religiosa ha anche altri aspetti, altre inquadrature che la mortificano e la comprimono. Abbiamo accennato alla Siria, ma la parabola dell’ISIS, che adesso sembra stia calando, è fatta anche di persecuzioni nei confronti degli altri musulmani. La plurisecolare guerriglia tra sciti e sunniti è fatta di stragi e separazioni sia politiche (oggi l’IRAN è il solo regime scita, gli Stati del golfo sono sunniti) e religiose (gli sciti hanno una qualche forma di interpretazione del Corano, mentre i sunniti sono “letteralisti” e maggiormente formalisti). In Sri Lanka e Birmania i buddisti perseguitano con le minacce e la violenza i musulmani.

Si ricorderà il discusso viaggio di Papa Francesco in Birmania (novembre 2017), per le parole forti pronunciate a tutela della minoranza musulmana dei rohingya, mettendo in discussione il prestigio internazionale che la leader birmana Aung San Suu Kyi si era conquistata in decenni di opposizione al regime militare. In quello stesso viaggio il Pontefice sottolineò come cattolici e buddisti, «sulla base delle […] rispettive tradizioni spirituali», potevano contribuire insieme ad «una via per andare avanti, una via che porta alla guarigione, alla mutua comprensione e al rispetto. Una via basata sulla compassione e sull’amore».

Queste parole di dialogo e apertura reciproca, purtroppo, non furono accolte affatto in maniera tranquilla dalla maggioranza buddista del Paese che, proprio in quel momento,stava manifestando rumorosamente contro Papa Francesco e il significato del suo viaggio apostolico.

D’altronde questo non deve assolutamente sorprendere. L’essenza del buddismo è l’annullamento, la distruzione, l’auto-annichilimento. Non può essere davvero un caso se sia i padri gesuiti Matteo Ricci e Francesco Saverio, sia Costanzo da Bovalino ed anche Giovanni Maria Leria ebbero tutti parole durissime nei confronti del buddismo.

Quello che conosciamo in Occidente non è il reale buddismo, la cui essenza non è assolutamente pacifica. Nessun imbarazzo pose al Governo ed alla società indiana il fatto che il programma di sviluppo della bomba nucleare della potenza asiatica potesse essere chiamato “Il sorriso di Budda” e che il tecnicamente “positivo” risultato del primo esperimento di esplosione di un ordigno nucleare indiano potesse essere annunciato al mondo con la frase «Budda ha sorriso».

E ancora, quante volte sentiamo parlare di “reincarnazione”? Questa sembra essere l’esito positivo della vita terrena secondo le visioni d’accatto occidentali del buddismo, che presentano un movimento circolare che non avrà mai fine: morte, reincarnazione, nuova morte, nuova reincarnazione etc. etc. Ma non è così. La reincarnazione secondo la reale visione del Budda è una punizione. Il premio per gli illuminati è il Nirvana, vale a dire l’estinzione del sé.

Ben venga insomma un incontro come quello prospettato dal Segretario di Stato americano. E ben vengano anche le pubblicazioni come il “Rapporto annuale del Dipartimento di Stato americano sulla libertà religiosa”, documento che periodicamente ci ricorda come stanno veramente le cose nel mondo.

L’ultimo rapporto pubblicato negli Stati Uniti mette in evidenza quali sono i 16 Paesi nei quali è maggiormente a rischio la libertà religiosa e,fra questi, rientra naturalmente la Birmania. Gli altri sono: Repubblica Centroafricana, Cina, Eritrea, Iran, Nigeria, Corea del Nord, Pakistan, Russia, Arabia Saudita, Sudan, Siria, Tagikistan, Turkmenistan, Uzbekistan e Vietnam.

Andiamo a vedere la situazione dell’Europa Occidentale. Il testo è in inglese e lo traduciamo liberamente (cfr. Us Department of State Religious Freedom. Report for 2017, in https://md.usembassy.gov/). I problemi segnalati in Occidente sono quelli relativi alla registrazione delle comunità religiose («Alcuni paesi in Europa occidentale, incluse Danimarca, Finlandia, Grecia, Malta, Liechtenstein e Regno Unito, mantengono chiese nazionali»), che godono di privilegi che alle altre chiese non sono riconosciuti, ai luoghi di culto (in Svizzera la costituzione vieta la costruzione di minareti), alla difficoltà nel reperire cibo ebraico “kosher” o “halal”, alla difficoltà di superare le convenzioni in materia di abbigliamento religioso a fenomeni e manifestazioni di “antisemitismo”.

La condizione dell’Occidente continua comunque ad essere di gran lunga migliore rispetto a quello che accade nel resto del mondo.

Il Rapporto USA mette a fuoco anche il concetto di “prigioniero religioso”, che obbliga le Amministrazioni statali a «preparare e aggiornare liste di persone che si ritiene siano imprigionate, detenute o poste agli arresti domiciliari per le loro attività religiose, il loro sostegno alla libertà religiosa, o agli sforzi per proteggere e favorire l’universalmente riconosciuto diritto alla libertà di religione».

Come non ricordare in proposito il martirio della madre cattolica pachistana Asia Bibi, condannata a morte nel suo Paese, a regime islamico, con l’accusa di aver offeso il profeta Maometto. Il “reato di blasfemia”, infatti, è punito con la morte in Pakistan e, dal 19 giugno 2009, la giovane donna è ancora in attesa di processo… La mano del boia è stata trattenuta solo grazie alla diplomazia vaticana edalle varie prese di posizione internazionali.

Fondamentale a questo proposito l’osservazione di Mike Pompeo: «I nostri fondatori compresero che la libertà religiosa non è una creazione dello Stato, ma il dono che Dio fa a ogni persona nonché il diritto fondamentale che una società fiorente garantisce». Una possibilità che rende libera la persona perfino di non credere o credere a “falsi dei”. Libertà e verità vanno infatti avanti insieme. Negare la libertà religiosa implica negare la libertà personale e lascia spazio all’invadenza inaccettabile dello Stato o delle varie “teocrazie”.

Ma fino a che punto una persona può essere lasciata libera di credere? Qual è il punto di non ritorno, oltre il quale una società non può andare pena la propria auto-dissoluzione? Come ignorare le parole in merito di Papa Francesco che, in occasione dell’Udienza agli studenti delle scuole gestite dai Gesuiti in Italia e Albania, proprio all’inizio del suo Pontificato (7 giugno 2013), invocò la «libertà [di] dire e saper riflettere su quello che facciamo, saper valutare ciò che è bene e ciò che è male, quelli che sono i comportamenti che fanno crescere, vuol dire scegliere sempre il bene. Noi siamo liberi per il bene. E in questo non abbiate paura di andare controcorrente».

Chi riesce a cogliere il significato di queste parole alla luce della provata esperienza che la Chiesa è maestra di umanità secondo le parole di Paolo VI e del grido che fu di San Giovanni Paolo II a non avere paura, non può che leggervi un monito ad utilizzare la propria libertà secondo la retta coscienza! Una coscienza formata alla luce del Vangelo, che incontra l’uomo negli angoli più intimi della personalità e informa di sé la società, diventando idem sentiree cultura condivisa da un’intera comunità.

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