Tapas y libertad. Breve reportage dalla rivoluzione catalana

Carles Puigdemont e Oriol Junqueras

Ispi istituto per gli studi di politica internazionale 24 Ottobre 2017

Ugo Tramballi, ISPI Senior Advisor

No Pasaran! Aveva gridato Dolores Ibàrruri ai madrileni negli ultimi giorni dell’assedio franchista. Era l’estate del 1936. Gli avvocati di un eventuale processo alla Storia, definirebbero irrispettoso il “no pasaran!” che un giovane oratore barbuto ripete una ventina di volte con studiata ossessione, alla folla degli indipendentisti di Barcellona, in un luminoso pomeriggio dell’autunno 2017. Il 21 di ottobre, sabato scorso.

L’incrocio fra la Gran Via e il passeig de Gràcia, grande come una piazza e con una fontana in mezzo, è il luogo dove i capi della grande rivolta hanno elevato il palco dal quale il giovane ripete alla folla la sua promessa di vittoria. Avanti fino alla libertà. Agli angoli dell’incrocio, muti testimoni della storica sedizione contro l’hispanidad repressiva, splendono le vetrine di H&M, Zara, Massimo Dutti forse già con le nuove tendenze 2018. C’è uno store Rolex e uno di Uniqlo. Al “Libertat, libertat” che gli indipendentisti gridano in catalano manca la dimensione drammatica, la gravitas, il senso della proporzione fra i loro avversari e i nemici di Dolores Ibàrruri.

Una rivoluzione organizzata da una minoranza agguerrita ha successo se il popolo al quale si rivolge ha fame, non se si è appena alzato da tavola dopo l’almuerzo; se i suoi soldati al fronte di una guerra inutile non hanno più scarpe né munizioni; se il nemico è uno zar, non la democrazia spagnola. E non si realizza una rivoluzione di successo se il popolo non è arrabbiato al punto da far diventare maggioranza la minoranza “illuminata” che aveva acceso la scintilla.

La manifestazione di sabato era stata annunciata da tempo, organizzata da “Taula per la democràcia”, una rete di associazioni indipendentiste, per chiedere la liberazione dei due Jordis: Jordi Sànchez e Jordi Cruixart, i leader catalani arrestati dalle autorità spagnole. Prima dell’inopportuno “no pasaran!”, dal palco era stato letto l’elenco senza fine di tutte le associazioni e i centri che aderiscono alla “Taula”: c’è anche un “Casa nostra, Casa vostra”. Dal loro numero non sembra che la società civile catalana sia repressa o fatichi a trovare spazi.

Ma poche ore prima in tv Mariano Rajoy aveva annunciato l’imminente licenziamento del governo autonomo, drammatizzando la situazione. La mobilitazione avrebbe dovuto essere oceanica. Secondo gli unionisti non c’erano più di 80mila catalani, per i separatisti 450mila. Probabilmente non arrivavano a 200mila: non molti, dato il momento decisivo e i passi di Madrid. Tra loro anche diversi unionisti, venuti per protestare contro l’arresto dei due politici catalani e riaffermare l’autonomia da Madrid. Non per sostenere l’indipendenza.

In tv Mariano Rajoy aveva detto un’inesattezza: non è vero che a causa del separatismo, il turismo a Barcellona si è dimezzato. Davanti a Casa Batlló di Antoni Gaudí, il luogo di concentramento delle bandiere catalane da dove marciare fino all’incrocio con la Gran Via e al palco degli oratori, c’erano più turisti che manifestanti.

Nessuno di questi ultimi percepiva l’imminenza di un assalto al Palazzo d’Inverno. Colonne di turisti cinesi fotografavano divertite i separatisti che si radunavano, ai quali contendevano il controllo del passeig de Gràcia, dei suoi ristoranti e delle loro tapas: i primi credevano di trovarsi in mezzo a una fiesta perché la stampa cinese non da’ notizie sui separatismi esteri, temendo i suoi; i secondi pensavano a una dimostrazione di simpatia per la causa. Probabilmente non sapevano come i cinesi trattano le loro minoranze etniche.

“Non sono arrabbiata, sono ostinata”, diceva Maria Lourdes, una signora anziana venuta da fuori per partecipare alla manifestazione. Un uomo con la bandiera catalana e quella basca, ammetteva che “anche noi abbiamo commesso degli errori”. Nessuno cercava di imporre la sua idea indipendentista, nessun tentativo di mettere al collo degli intervistatori las parafernalias dell’irredentismo catalano. C’erano giovani coppie con i bambini sulle spalle, cani con guinzaglio e sciarpa catalana, in un’atmosfera che comprensibilmente spingeva i turisti cinesi a credere di essere a una fiesta. È questo un popolo abbastanza arrabbiato per arrivare fino in fondo, come vorrebbero i suoi leader?

No. Tuttavia qualche segnale d’intolleranza s’incominciava a cogliere nei momenti più caldi della manifestazione. “Prensa-spagnola-manipoladora”, molti gridavano senza sorridere e col pugno alzato verso chiunque avesse un accredito stampa attorno al collo. A qualcuno è stata manomessa la telecamera, ad altri è stata rubata.

Nel caos in fondo festoso, ho potuto avvicinarmi a pochi metri da Carles Puigdemont e Oriol Junqueras, il presidente della Generalitat e il suo vice. Ne ho osservato i volti e insieme ai due Jordis – estremisti anche più di loro – mi hanno ricordato quei capi rivoluzionari con poche idee ma forti, scesi dalla montagna a mutare il volto di una metropoli troppo moderna, aperta e tollerante. Mutatis mutantis, come Mladic e Karadzic che deturparono Sarajevo. Non possono non sapere che uscendo dalla Spagna dovrebbero uscire anche dalla Ue, impoverendo la Catalogna.

Non lo spiegano alla gente che li segue: ma lo sanno. E forse è quello che vogliono perché la loro ubris indipendentista deve essere soddisfatta a ogni prezzo, anche fino a trasformare in secessione un desiderio di forte autonomia, la dinamica Catalogna in un Venezuela sul Mediterraneo. Povera, inutilmente rivoluzionaria ma libera non si sa da cosa.

 

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