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Giu 09

Quanto ci si uccide nelle “coppie gay”? Lo racconta un saggio

suicidi gayLa Croce quotidiano 27 maggio 2016

Lo “European Journal of Epidemiology” rileva: tra gay ci si uccide di più, e non accade per “omofobia”

di Giuseppe Brienza

Lo “European Journal of Epidemiology” (EJPH), una delle più prestigiose riviste internazionali nel campo dell’epidemiologia e della sanità pubblica, ha appena pubblicato un saggio che documenta come i tassi di suicidio rilevati nell’ambito delle “coppie gay” siano più alti che quelli riscontrabili nelle unioni naturali fra uomini e donne. Nello studio, curato da 5 ricercatori provenienti dalle Università della California e di Stoccolma, si dimostra che, ad esempio in un Paese “gay-friendly” come la Svezia, il tasso di suicidi tra omosessuali è tre volte maggiore rispetto alla media (cfr. C. Björkenstam, G. Andersson, C. Dalman, S. Cochran, K. Kosidou, Suicide in married couples in Sweden: Is the risk greater in same-sex couples?”, in EJPH, 2016 May 11).

Ricordiamo che, proprio il Paese scandinavo, fu nel 2003 teatro di una delle prime manifestazioni giudiziarie concrete di persecuzione dei sostenitori della complementarità sessuale. Il pastore protestante svedese Ake Green, infatti, fu allora accusato di odio per aver criticato l’omosessualità in un sermone. Il ministro della confessione pentecostale avrebbe affermato, rivolgendosi all’assemblea, che l’omosessualità costituisce «un profondo tumore dell’intera società».

Nel 2004 un tribunale svedese ha quindi condannato Green ad un mese di reclusione per violazione delle leggi contro i delitti dell’odio. La sentenza è stata successivamente rovesciata dalla corte d’appello, ma il pubblico ministero ha fatto appello alla Corte suprema contro il proscioglimento. Il 29 novembre dello stesso anno la Corte Suprema svedese ha sentenziato che i commenti del pastore erano protetti dai diritti della libertà di parola e di religione garantiti dalla Convenzione europea dei diritti umani.

Ma Green non è stato l’unico ad essere finora incorso nelle leggi svedesi contro l’odio. Sempre nel 2004 il pastore Ulf Ekman, della Chiesa “Uppsala World of Life”, è stato avvertito che sarebbe stato denunciato per istigazione all’odio. Le autorità hanno successivamente deciso di non procedere contro di lui, ma Ekman ebbe allora a denunciare l’«azione politica in atto in tutt’Europa diretta a restringere la libertà di religione, e la Svezia sta fungendo da progetto pilota per l’Unione europea» (cit. in Una nuova interpretazione della normativa contro l’odio. Aumentano le restrizioni contro le critiche all’omosessualità, in agenzia “Zenit”, Stoccolma 10 dicembre 2005).

Una volta messa così a tacere l’opposizione, è stato possibile far passare una legge sule adozioni di minori da parte di coppie dello stesso sesso, gay e lesbiche. Dal 1° maggio del 2009, infatti, anche in Svezia è entrata in vigore una apposita legge che, introducendo il “matrimonio” gay, contestualmente ha previsto la possibilità di adozione. Nel Paese, da tempo, le statistiche fanno registrare una progressiva diminuzione dei matrimoni (fra uomini e donne), la crescita costante del numero dei divorzi, e una vessazione costante, a livello fiscale ed economico, delle famiglie naturali da parte dello Stato.

Eppure come ha rilevato Philippe Ariño, autore del libro “Omosessualità Controcorrente. Vivere secondo la Chiesa ed essere felici” (Effatà Editrice 2014), «il disagio che viviamo non è causato solo dal mondo esterno, ma soprattutto dalla nostra pratica omosessuale e da ciò che viviamo». Secondo il giovane giornalista, omosessuale dichiarato ma che vive la propria condizione nello spirito della Fede, le numerose difficoltà di vita che sperimentano le persone con attrazione dello stesso sesso sono figlie del loro «rifiuto della differenza sessuale, che è la fonte della nostra esistenza e della nostra umanità» (cit. in Anche nella Svezia gay-friendly, il tasso di suicidi omosessuali è tre volte maggiore, in “UCCR on line”, 24 maggio 2016).

Queste “gravi conseguenze” sono puntualmente certificate da decine di studi scientifici, tanto che addirittura l’agenzia di pianificazione familiare delle Nazioni Unite (UNFPA) ha riconosciuto la «significativa prevalenza di violenza domestica tra gli uomini che hanno rapporti sessuali con gli uomini», rilevando altissimo tasso di promiscuità e il fatto che «sono più propensi a utilizzare alcol e droghe rispetto alla media della popolazione generale», soprattutto per mantenere ad «alto livello» le compulsive prestazioni sessuali.

Quasi sempre le associazioni Lgbt giustificano questi dati accusando la società di “omofobia”: le generalizzate discriminazioni nei loro confronti porterebbero le persone omosessuali a soffrire di questi disturbi. Una spiegazione che tuttavia è stata ancora una volta smentita da una ricerca pubblicata recentemente sull’EJPH, in cui i ricercatori hanno valutato il tasso di suicidio in Svezia, confrontando coppie omosessuali sposate a coppie eterosessuali sposate.

Va premesso che la Svezia è generalmente considerata uno dei paesi più “gay-friendly” d’Europa. Il matrimonio e le adozioni gay sono completamente legali e le persone omosessuali sono protette da leggi “anti-discriminazione” nel lavoro e nell’ambito dei servizi pubblici. Non solo la c.d. omofobia non esiste praticamente, ma se anche se ve ne emergessero manifestazioni, verrebbero immediatamente punite da apposite norme “dedicate”.

Eppure, i risultati sui disagi vissuti dalle persone omosessuali sono gli stessi che vengono verificati in tutto il resto d’Europa tanto che, in Svezia, secondo l’EJPH «il rischio di suicidio è più elevato tra gli individui dello stesso sesso sposati rispetto agli individui sposati di sesso diverso». In particolare per quanto riguarda quelle di uomini, nelle unioni omosessuali si rileva «un rischio di suicidio quasi tre volte maggiore rispetto agli uomini coniugati con un partner del sesso opposto».

Questo ha portato, quindi, a concludere che «anche in un Paese con un clima relativamente tollerante per quanto riguarda l’omosessualità, come la Svezia, gli individui sposati dello stesso sesso evidenziano un elevato rischio di suicidio rispetto agli altri individui sposati». Lo stesso accade in altri Paesi ampiamente gay-friendly, come ad esempio la Gran Bretagna, dove recentemente si è verificato un suicidio per impiccagione di una donna unita in matrimonio con un’altra donna, a causa della violenza domestica subita dalla partner lesbica (e non certo per l’omofobia della società).

«Inutile negare la realtà», ha commentato Philippe Ariño, che in passato è stato anche un convinto attivista gay, «viviamo un malessere, ma spesso non ne parliamo direttamente. La vera libertà è quella di riconoscere l’attrazione omosessuale per quella che è, cioè il sintomo di profonde ferite dell’identità affettiva». Per questo bisognerebbe far presente alle persone con tendenze omosessuali che è possibile risolvere i propri problemi con una riscoperta della loro più profonda e reale identità. C’è questo e altro da sapere, ma gli europei non lo sanno…

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