Verde nazismo magico

HitlerTratto da: I mostri della ragione / 2, Ed Ares 2005

di Rino Cammilleri

 «Chi vuole uccidere il suo nemico, consideri bene se con ciò non lo renda, dentro di sé, eterno».

Friedrich Nietzsche

«Se riusciremo a produrre il nostro capolavoro il Mago Materialista, l’uomo che, non usi, ma veramente adori

ciò che chiama vagamente “forze” mentre nega l’esistenza degli

“spiriti” allora sarà in vista la fine della guerra».

Lettera del diavolo Berlicche al nipote Malacoda. C.S. Lewis

Fascino discreto 

A tanti anni di distanza dalla seconda guerra mondiale non so se sia un bene continuare a parlare del nazismo, almeno così come se ne è parlato finora.

Tonnellate e tonnellate di carta stampata, biografie, diari veri e falsi, rivelazioni e controrivelazioni, film (anche porno-sado-maso), fumetti, fascicoli settimanali, pièces teatrali sono stati profusi sull’argomento, e tutto con un unico scopo: demonizzare.

Intendiamoci: terrificante realtà fu il nazismo, ma il de­monio, brutto per quanto sia, ha pur sempre un suo perverso fascino e l’esperienza insegna che a furia di parlar male di qualcuno si può ottenere l’effetto opposto, cioè far sorgere prima la curiosità e poi l’interesse. E come dire ai bambini di non toccare la presa di corrente e poi accorgersi che malgrado tutte le nostre raccomandazioni stanno lì come ammaliati, cercando di infilarci le dita. Il sistema migliore rimane quello di mostrare serenamente di che si tratta (e poi comprare un tappo)

Non sarà infatti sfuggito come certi movimenti giovanili spontanei (punk, skinhead) usino simboli nazisti per testimoniare la loro volontà di essere «contro». Nel film The Wall dei Pink Floyd è acerbamente descritto — visto da «dentro» — come in molti giovani disadattati possa nascere una volontà distruttiva contro il «sistema», inteso come fonte unica di ogni insoddisfazione. E uno dei modi più conseguenti di andargli contro è sposare la causa del dichiarato suo peggior nemico (è da ritenersi che l’attrazione di parte del mondo del rock «duro» verso il satanismo abbia la stessa spiegazione). Così, dall’avversione al «sistema» alla simpatia per il nazismo il passo può essere breve, anche perché quel che spesso affascina del nazismo sono le rapide soluzioni «igieniche» e il semplicismo manicheo.

Il libro di Galli

Un noto libro del politologo Giorgio Galli, Hitler e il nazismo magico – Rizzoli, Milano 1989 – (1), venne presentato presso l’Accade­mia Nazionale dell’Ussero a Pisa poco dopo la sua pubblicazione. Nel corso del dibattito con l’autore, lo studioso Marco Tarchi fece notare che la tesi di fondo del libro (cioè, che il nazismo sia stato un fenomeno da poter leggersi anche in chiave esoterica, perché questa era l’inclinazione dei suoi fondatori e dei suoi uomini di punta) poteva provocare in molti giovani, approdati a certa destra estrema per un fenomeno di rifiuto, una simpatia per il nazismo tanto più dannosa perché fondata anche — e ovviamente non solo- sull’irrazionale. Giustamente il Galli replicò in quell’occasione che lo storico non scriverebbe più niente se dovesse curarsi delle conseguenze che certe sue ri­cerche potrebbero avere su alcuni esaltati.

Il numero sette

Ma è proprio vero che il nazismo fu «magico»?

Che Hitler e i suoi consultassero astrologi è cosa risaputa, così come è noto che qualche pezzo grosso del nazismo si considerava la reincarnazione di grandi personaggi del pas­sato. La svastica tibetana, le teorie sulla terra cava, la stessa ossessione ariana avevano senz’altro questa valenza (2).

Qualcuno (e per l’esattezza Rosemberg, un nazista della prima ora) aveva addirittura teorizzato un Ordine nazionalsocialista, da fondare dopo la vittoria finale, con Hitler come gran maestro e le SS come cavalieri. L’idea fu lanciata proprio a Marienburg, l’antica sede dei Cavalieri Teutonici, e provocò il decreto del 15 settembre 1935 che divise i tedeschi in due ranghi: Reichsbürger e Bürger semplici. Solo i primi avevano diritti politici. Non solo, ma forse da questo punto di vista possiamo qui aggiungere qualcosa che è sfuggita al Galli, e cioè l’ossessione del Führer per il numero sette, «magico» per eccellenza.

Hitler, quando militava come caporale nella prima guerra mondiale, venne ferito il 7 ottobre 1916 e fu ricoverato nell’ospedale di Beelitz, non lontano da Berlino. Qui vide il disfattismo degli imboscati e poté assistere agli scioperi nelle fabbriche di munizioni, organizzati dalle quinte colonne avversarie.

Secondo le sue stesse parole, fu in quella circostanza che la sua vocazione politica prese corpo. A ciò va aggiunto che il suo capitano (Röhm, che poi divenne uno degli uomini di punta delle SA e fu in seguito eliminato nella «notte dei lunghi coltelli»), evidentemente in obbedienza a ordini superiori, gli aveva affidato una missione un po’ particolare: infiltrarsi in quella nuova associazione politica di cui tanto si parlava a Monaco.

Era un gruppetto fondato proprio il 7 marzo 1918 dal fabbro Drexler e si chiamava «Comitato indipendente di operai a favore di una pace onesta». Perduta la guerra, prese il nome di Partito operaio tedesco (e più tardi nazionalsocialista). Il caporale Hitler esegue e riferisce: niente paura, sono pacifisti ma anticomunisti.

Ma qui cominciano i misteri. Hitler ottenne la tessera numero sette (ancora il sette). Ma se l’associazione aveva già quell’importanza che Röhm le dava, come mai la tessera numero sette era ancora disponibile? E se invece si trattava di un gruppo di sole sei persone del quale Hitler avrebbe occupato il settimo posto, perché mai questo partito sarebbe stato tanto notorio e importante da richiedere una missione così riservata e l’infiltrazione?

Indagare tuttavia in questo senso ci porterebbe lontano, in una direzione che tutto sommato esula dallo scopo del presente lavoro. Qui ci basta rilevare la predilezione di Hitler, da quel momento, per il numero sette, predilezione che lo accompagnò tutta la vita. Basti pensare che quasi tutte le sue campagne furono iniziate il settimo giorno e precisamente all’alba di una domenica (3).

Magico?

Comunque, l’incidenza dell’esoterismo e dell’occultismo nel Reich secondo molti va senz’altro ridimensionata. Già si è accennato agli stretti rapporti che intercorrono tra ra­zionalismo e occultismo, tra neopaganesimo ed esoterismo. L’ambiente tedesco — e non solo quello — prima dell’avvento di Hitler era saturo di tutte queste cose. Ancor oggi però assistiamo a inquietanti revival, senza che da noi vi siano totalitarismi, anzi in pieno pluralismo ideologico.

Tutte le grandi imprese tedesche dell’epoca — Siemens, Aeg, Ig Farben, Vereinigte Stahlwerke, Krupp, Schering — avevano sezioni di grafologia e psicometria, e lo stesso Hitler ebbe in alta considerazione l’astrologia finché ne ottenne predizioni favorevoli.

Ma quando, all’inizio del 1941, i pronostici non furono più di suo gradimento, cominciò a prendere le distanze dai maghi. Infine, sparito Hess, dalla freddezza si passò apertamente alla persecuzione.

La verità è che Hitler odiava la scienza accademica e non ne faceva mistero, ma il motivo era da ricercarsi nel fatto che egli non era in possesso di alcun titolo di studio. Da qui il favore per tutto ciò che era «alternativo». Quelli che traevano vantaggio da questa situazione non erano certo personaggi esperti e corretti, bensì i ciarlatani e i piaggiatori. I centri dove le scienze astratte erano studiate seriamente erano tutto sommato pochi in Germania e furono quelli che finirono nelle liste di proscrizione.

Gli «Heilpraktiker»

In omaggio ai gusti del Führer in tutta la Germania pullularono ben presto i praticoni delle medicine alternative. Fu, col sesso, l’unica cosa veramente libera nel Reich. Chiunque poteva scrivere sulla propria porta Heilpraktiker («esperto in guarigioni»), purché di razza ariana e maggiore degli anni ventuno: fu stabilito da un decreto del 12 ottobre 1935, con la sola esclusione per la cura delle malattie veneree e delle vaccinazioni.

Hitler era infatti, come è noto, un salutista (anche se nessuno lo vide mai in maniche di camicia né in costume da bagno), col suo vegetarianismo, la sua avversione agli alcolici e alle sigarette, il suo amore morboso per gli animali e il suo odio viscerale per la medicina universitaria.

Nel 1934 venne inaugurato a Dresda un ospedale naturista, intitolato a Rudolf Hess, delfino di Hitler e come lui fissato per tutte queste cose.

Il centro era destinato a studiare tutti i metodi terapeutici alternativi, come l’idroterapia, il vegetarianismo, la talassoterapia, l’aeroterapia, il nudismo. Non vi erano medici ma solo Heilpraktiker. Da quel momento queste «scienze» ebbero un tale impulso che gli adepti fondarono addirittura un sindacato con tanto di albo professionale, l’Heilpraktiker Bund.

Ci si scagliò anche contro le attività che il decreto del 1935 aveva proibito agli Heilpraktiker. Il Gauleiter di Franconia, Julius Streicher, editore del settimanale Der Stürmer (che faceva propaganda di nudismo) e uno dei pochi che si permettevano di dare del tu al Führer, iniziò una violenta campagna contro i sieri e i vaccini, arrivando a dire che si trattava di invenzioni ebraiche per corrompere il sangue tedesco, poiché Koch e Behring, scopritori dei vaccini, quantunque tedeschi avevano mogli di razza ebraica.

Il nudismo, poi, si diffuse talmente che arrivarono a esistere vere e proprie città di nudisti, con più di diecimila abitanti, come quella di Kladow, presso Berlino.

Si giunse a incoraggiare il nudismo in tutte le circostanze. Non erano pochi i casi in cui anche i ricevimenti ufficiali finivano con uno strip collettivo in omaggio alle nuove tendenze (4).

Il nudismo, quale culto del corpo e della natura, oltre che di ascendenze paganeggianti è anch’esso strettamente collegato al razionalismo. Ne troviamo manifestazioni durante la Rivoluzione francese (5) e in quella sovietica. Nei primissimi anni del colpo di stato bolscevico si potevano vedere nei parchi delle principali città russe uomini e donne nudi prendere il sole tranquillamente. Anzi, il fenomeno raggiunse tali eccessi che si dovette vietarlo.

Sempre per quanto riguarda l’Unione Sovietica, c’è da dire che il regime comunista non aveva nulla da invidiare a quello hitleriano in materia di scienze «alternative». Il Partito infatti spendeva somme consistenti per le ricerche parapsicologiche, per le quali manteneva circa venti istituti sparsi in tutta l’Urss (6).

Guerra al fumo

Nel 1999 è comparso negli Usa un libro, pubblicato dalla Princeton University Press, che ha fatto scalpore:The Nazi War on Cancer, dello storico Robert N. Proctor. In esso si ammette che i nazisti furono i primi a convincersi che additivi, conservanti e coloranti nei cibi provocassero il cancro. Gli scienziati del Reich denunciarono correttamente gli alimenti artificiali, i pesticidi e lo scarso uso di fibre nell’alimentazione. Già abbiamo visto il favore nazista per i rimedi naturali, che vennero rilanciati su larga scala. I nazisti si impegnarono anche contro la vivisezione e per la protezione delle specie minacciate di estinzione, tra cui le balene. Di Hitler, lo sappiamo, è noto il salutismo, l’odio per il tabacco, il vegetarianismo e l’amore sviscerato per gli animali (soprattutto per il suo cane Blondi, che lo seguì nel bunker finale).

Ma il più convinto ecologista fu Heinrich Himmler, capo delle SS e teorico dello sterminio delle «razze inferiori». Aveva sposato un’infermiera, Margarete Boden, da cui era stato contagiato nella passione per le erbe medicinali (che faceva produrre, insieme al miele organico, nel lager di Dachau) e l’omeopatia. Ai suoi sottoposti raccomandava prime colazioni a base di porri crudi e acqua minerale; egli stesso allevava polli «biologici» e finanziava ricerche sulle proprietà delle patate.

I ricercatori nazisti individuarono pure il legame tra nicotina e tumori, denunciando anche i rischi del cosiddetto fumo passivo. La campagna antisigarette che ne seguì fu capillare e vietò il fumo in molti luoghi pubblici, nonché nelle caserme della Luftwaffe. Si arrivò a proibire i manifesti pubblicitari con modelle o modelli che fumavano. Naturalmente, questo vizio fu definito da «razze inferiori» e stigmatizzato come tale. Del resto, tutta la medicina classica era guardata con diffidenza perché «dominata» da ebrei.

Infine, la guerra alla vivisezione, il cui campione era Hermann Goering: un manifesto dell’epoca mostrava centinaia di cani e gatti che facevano il saluto nazista all’indirizzo del loro principale benefattore (7).

Hitler e le donne

Se vogliamo, una delle poche cose che mancavano a Hitler per essere veramente “moderno” era il femminismo. Incoraggiava, sì, il libero amore: le procreazioni extraconiugali erano legalmente parificate alle altre e fu creato un clima teso allo svuotamento culturale della famiglia; anzi, essendo la famiglia un duro scoglio per ogni totalitarismo, non era nascosta la predilezione per le nascite illegittime, perché tali creature appartenevano allo Stato più di quelle nate all’interno di un nucleo familiare costituito. Pare che si sia arrivati persino a ordinare che si facessero invisibili perforazioni nei preservativi affinché il Reich potesse avere più figli (ma il fatto non è confermato).

Ma che cosa pensasse effettivamente Hitler delle donne gli scappò detto di fronte a ventimila rappresentanti del gentil sesso riunite in congresso a Norimberga nel 1937: «Che cosa ho dato a tutte voialtre? Che cosa vi ha dato il nazio­nalsocialismo? L’uomo!» (8).

E c’è una famosa donna, tra i precursori di tutto quel che abbiamo visto fin qui, Elisabeth Nietzsche, sorella del celebre filosofo tanto amato dai nazisti (e non solo). Nel 1883 quattordici famiglie di contadini tedeschi sbarcarono in Paraguay per fondarvi una colonia di «ariani» puri e rigorosamente vegetariani. Alla loro guida c’era Bernard Foerster, che nel 1881 aveva fatto pervenire al cancelliere Bismarck una petizione, firmata da quasi trecentomila persone, contro lo «strapotere» degli ebrei in Germania. Al suo fianco c’era la moglie, Elisabeth Nietzsche. Questa nel 1890 fece ritorno in patria per prendersi cura del fratello, ormai sprofondato nella follia. Fu lei a pubblicare gli appunti inediti del filosofo, pare aggiungendovi sue personali opinioni in tema di razze (9).

La verità è geopolitica

Tuttavia, il sottolineare gli aspetti «occulti» di Hitler rischia di portare acqua alla tesi della paranoia e non contribuisce a spiegare un fenomeno in realtà molto lucido che ha i suoi fondamenti nella geopolitica, scienza trascurata nelle epoche fortemente ideologizzate ma che non ha mai cessato di dettare direttrici di politica estera (e, di conseguenza, interna), come gli studiosi più avveduti non mancano di mostrare, infastiditi in questo da interessi di partito e di moda.

Tra gli istituti-laboratori del Terzo Reich posizione centrale aveva proprio l’Istituto di Geopolitica, diretto dal professor Karl Haushofer a Monaco. Nei suoi schedari trovava posto il mondo intero. Si proponeva di classificare tutto: istituzioni, imprese, individui — specialmente quelli che emergevano a qualsiasi titolo, con tutti i dati possibili e immaginabili, fisici e psichici, con le ambizioni inespresse e perfino le tare morali e familiari.

Perché tutta questa importanza alla geopolitica, pianificata fino alle minuzie? Perché Hitler voleva dividere il mondo con l’Inghilterra, «sorella» ariana. Ad essa i mari, a lui la terra. Per questo motivo (cui si aggiungeva, pare, quello «magico») avrebbe cercato di evitare fino all’ultimo lo scontro con l’Inghilterra. Ma era davvero così? Risulta che, dopo l’incontro di Hitler e Chamberlain a Monaco il 15 settembre 1938 e a Godesberg il 22 dello stesso mese, il Führer passò un breve ordine, scritto di suo pugno e firmato, all’Oberkommando des Heeres. C’era scritto: «Voglio far la guerra all’Inghilterra. Si proceda a prepararla. Si diano disposizioni senza perdita di tempo. Dobbiamo essere pronti entro un anno. Adolf Hitler» (10).

Evidentemente Hitler aveva capito che la pazienza degli inglesi cominciava a esaurirsi e che se ancora non gli avevano dichiarato guerra era perché non si sentivano pronti. Bi­sognava precipitare gli eventi prima che l’Inghilterra potesse impedire la realizzazione dei piani germanici in Oriente. Infatti, il vero obiettivo era La Russia e le sue vaste risorse (che nella mente dei tedeschi dell’epoca erano diventate quasi leggendarie). Questa era l’idea fissa di Hitler: o lui soggiogava la Russia o la Russia avrebbe soggiogato la Germania. E questo per puri, quanto ineluttabili, imperativi geopolitici.

Stalin era dello stesso avviso. Il generale Krivisky, capo del controspionaggio militare sovietico nell’Europa occidentale fino al 1939, scriveva: «La politica internazionale di Stalin durante questi ultimi sei anni non è stata altro che una serie di manovre destinate a metterlo in posizione favorevole per trattare con Hitler. Quando aderì alla Società delle Nazioni, quando propose il sistema di sicurezza collettiva, quando cercò l’amicizia della Francia e fece la corte all’Inghilterra, quando flirtò con la Polonia e quando intervenne in Spagna, misurò i suoi movimenti con gli occhi fissi a Berlino» (11).

Quando Hitler capì che l’Inghilterra gli avrebbe messo i bastoni fra le ruote, si mosse immediatamente. Non intendeva distruggerla ma solo sconfiggerla. E se non la invase fu perché non vi riuscì. Ne fu distolto dai suoi uomini. L’ammiraglio Raeder lo dissuase da un’operazione navale (e Hitler, che si sentiva male solo a metter piede su una nave, si lasciò facilmente convincere), appoggiato anche da von Ribbentrop, ministro degli Esteri ed esperto di questioni inglesi. D’altro canto, Goering assicurava che con i bombardamenti dall’aria si sarebbe ottenuto lo stesso effetto.

A ciò si aggiunga l’opinione diffusa dell’invincibilità dell’Inghilterra sul mare, complesso di inferiorità di cui non era esente nemmeno la nostra marina. Ma anche su questo argomento rischiamo di spingerci troppo lontano.

I cattolici e il nazismo

Al neopaganesimo nazista non potevano non opporsi i cattolici, che costituirono praticamente — anche in virtù del loro riferimento transnazionale — l’unico movimento di opposizione al nazismo fin dal suo inizio.

Il concordato del 20 giugno 1933 non fu una resa al regime da parte del Vaticano — questo è ormai universalmente assodato— bensì una chance da cogliere per assicurare la libertà religiosa in Germania, dove il nazismo non faceva mistero delle sue idee in materia.

La violazione degli accordi iniziò ben presto. Nell’estate del 1935 cominciò la campagna anticattolica. Si «scoperse», grazie alle «rivelazioni» di un aderente alla gioventù hitleriana, che i religiosi di un convento si dedicavano a corrompere i fanciulli della scuola da loro tenuta. Seguirono immediatamente altre «rivelazioni» (del tipo di quelle dei romanzi di Diderot) sui conventi di Fulda, Padeborn, Münster. Si venne ad arresti e clamorosi processi, con la stampa di regime che soffiava sul fuoco. Si chiusero le scuole cattoliche, si soppressero le pubblicazioni religiose, si sciolsero le organizzazioni confessionali e se ne incamerarono i beni. Aboliti i conventi (con annesse brutalità da parte delle SS), si convertirono gli edifici religiosi in case del partito e birrerie. La persecuzione si estese ai Paesi occupati. Quasi tutto il clero polacco finì a Dachau.

Per il resto il copione fu quello tipico dei totalitarismi: la Hitlerjugend organizzava le attività domenicali in modo che i ragazzi non potessero mai assistere agli uffici religiosi; lo stesso avveniva nell’esercito e nell’amministrazione. Chi reclamava si ritrovava a pulire latrine tutte le domeniche e subiva ogni sorta di vessazioni.

L’enciclica Mit brennender Sorge del 1937 proclamò al mondo che cos’era il nazismo. Il seguito è noto.

Nazismo, ecologismo e pluralismo

Le manie ecologiste del nazismo sono tornate di moda –è sotto gli occhi di tutti- anche se spacciate per novità. Naturalmente non sono più (solo) nere, ma verdi, rosso-verdi, bianco-rosse. A uno a uno parecchi cedono, come i rinoceronti di Ionesco, al nuovo credo del duemila che reclama a gran voce molte di quelle «libertà» (eugenetica, eutanasia). Le cure «alternative» e i rispettivi praticoni, l’alimentazione «naturale», il nudismo, il sesso vissuto e usato come tonificante psicofisico, l’attenzione morbosa per i mammiferi e i volatili (meno per gli insetti e gli animali «schifosi»), il volgersi a pratiche e credenze orientali e orientaleggianti, il ritorno in grande stile dell’occultismo e dell’esoterismo, per non parlare dello spiritismo -ma anche del satanismo- come fenomeni di largo seguito, l’eugenetica li ritroviamo oggi sotto i nostri occhi. Una cosa è brutta se ideata dai nazisti ma diventa bella quando ricompare nelle democrazie avanzate?

La verità è che, senza un aggancio metafisico comune (in soldoni: abbandonato l’ordine naturale e cristiano), si finisce nel pluralismo; ma, si badi: non in quello sociale che sarebbe auspicabile, bensì in quello ideologico. Che, per ovviare al caos, scivola fatalmente nel relativismo. Infatti, il secolarismo e il conseguente edonismo individualista hanno avuto come esito che il termine «pluralismo» è stato precipitato nella stessa confusione semantica che ha coinvolto parole come «democrazia» e «liberalismo».

Tutti e tre i termini sono diventati di fatto sinonimi e hanno finito per significare, nel linguaggio dell’uomo della strada, che ognuno è libero di fare quel che gli pare. E’ tuttavia curioso che in un mondo dove ognuno è libero di fare e pensare quel che vuole quasi tutti si finisca per fare e pensare le stesse cose. Naturalmente, chi non si accoda al conformismo del politicamente corretto (anzi, chi non dimostra sufficiente entusiasmo) viene accusato di essere nemico della libertà ed emarginato con l’intolleranza tipica dei totalitarismi (12). Infatti, è possibile che il totalitarismo e l’intolleranza ritornino — anche se in modo subdolo — servendosi del caos ideologico, che ne è l’opposto solo in apparenza. Ci può essere un totalitarismo relativista.

Al di là degli sforzi di quanti cercano di conciliare l’inconciliabile, i più lontani dal modo di vita del neopaganesimo contemporaneo sono i cristiani. E proprio parlando dei cristiani nel mondo contemporaneo Eliot diceva che può forse rivelarsi più intollerabile essere «tollerati» che perseguitati. Oggi in effetti sono tanti — e aumentano — gli argomenti di divisione tra i cristiani e gli altri (ovviamente qui non ci si riferisce ai semplici battezzati, ma a coloro che prendono sul serio la loro fede).

Sempre più il cristiano è costretto a tacere, sul luogo di lavoro o altrove, per non scontrarsi continuamente con le idee di moda. I più non possono reggere a lungo una situazione di conflittualità (e conseguente emarginazione) quotidiana, per cui finiscono con l’arretrare sui «valori comuni», il cui spazio si fa però sempre più esiguo. Così che quel che divide diventa talmente esteso da rendere assolutamente insignificante ciò su cui si può essere d’accordo.

È l’esito di quel che si intende oggi per «pluralismo» (che, ripetiamo, non è sociale, che sarebbe una bella cosa, ma ideologico). Ormai il regno dell’opinione investe istanze così vaste e globali che l’unico terreno comune finisce per essere quello fornito dagli slogan di volta in volta lanciati dai mass media e da chi li controlla. Questo pluralismo non si limita a dividere ma atomizza, disarmando completamente l’individuo — e al livello del pensiero— nei confronti del Grande Fratello orwelliano.

Nemmeno il clero è indenne dal fenomeno. La Congregazione per la dottrina della fede, per esempio, ha dovuto metterlo in guardia sulle pratiche yoga e simili applicate alla preghiera cristiana. Ed è dovuto intervenire anche sulle manie New Age.

Generalmente, quando la Chiesa decide di prendere posizione aperta su certi fenomeni è perché essi sono arrivati a livelli preoccupanti. È difficile tuttavia che abitudini acquisite possano essere dismesse volentieri.

Ecologismo radicale, pacifismo (ricordiamo che il partito di Hitler iniziò proprio come movimento pacifista), animalismo, naturismo, salutismo, esoterismo, occultismo, eugenetica. E tutte le varianti. L’Occidente del Terzo Millennio sta scoprendo che un nazismo senza dittatura, razzismo e pangermanesimo, nonchè elementi folklorici quali divise, svastiche e adunate, non è poi da buttare? O meglio: il neopaganesimo è bello solo quando è liberaldemocratico?

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Note cap. 25

1) Cfr anche G. Galli, Occidente misterioso, Rizzoli, Milano 1987.

2) Pare che a Berlino ci fosse anche una Loggia del Vril. Cos’era questo «vril»? Una forma misteriosa di energia capace di rendere «superiore» una razza. Solo che questa storia l’aveva inventata il romanziere (e occultista) inglese Edward G. Bulwer-Lytton (1803-1873), che ne aveva parlato nella sua opera utopistico-fantascientifica The Coming Race («La razza futura»). Tra l’altro, Bulwer-Lytton è anche responsabile di quell’incipit-tormentone «Era una notte buia e tempestosa…», prime parole del suo romanzo Paul Clifford del 1830. Cfr Harry Foster Kane, Incredibile ma vero, Piemme, Casale Monferrato 2004, p. 141.

3) Cfr M. Penella De Silva, Il numero sette. Superstizione di Hitler, Mondadori, Milano 1946.

4) Ibidem, p. 156. L’autore, all’epoca giornalista a Berlino, ne dà testimonianza diretta ricordando i banchetti offerti dal Ministero per gli affari esteri alla stampa internazionale, nel club della Fasanenstrasse.

5) Basta pensare ai cosiddetti «balli angelici», ricordati da F.M. Agnoli ne Gli Insorgenti (Reverdito, Trento 1988), in cui uomini e donne, nudi, si davano a pubbliche danze preferibilmente davanti alle chiese o addirittura dentro.

6) R. Wurmbrand, L’altra faccia di Carlo Marx, Eun, Varese 1986, p. 77.

Il cardinale Ratzinger, Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, parlando a proposito dei teologi cosiddetti del dissenso, ebbe a osservare che se religione e ragione non riescono a trovarsi nel giusto rapporto allora la vita spirituale dell’uomo si disgrega da una parte in un razionalismo piatto e dall’altra in un oscuro irrazionalismo. Se a questo aggiungiamo l’ecologismo radicale, ecco che abbiamo il perfetto ritratto dell’uomo moderno. Forse il più tipico rappresentante di questa «mutazione antropologica» fu Arthur Conan Doyle, ex cattolico e inventore del razionalissimo Sherlock Holmes (che, altra coincidenza singolarmente «moderna», si drogava). Com’è noto, Conan Doyle fu accanito propagandista dello spiritismo e dell’esistenza delle fate. Un po’ meno noto è il suo aspetto ecologista, che però gli fu ben presente. Nel 1927 scrisse infatti un racconto, When the world screamed («Quando il mondo urlò»), in cui il protagonista, professor Challenger, trivellando la crosta terrestre dimostrava che la terra è un colossale essere vivente su cui l’umanità vive da parassita.

Quella dell’uomo parassita della terra (e «cancro del pianeta») è un’idea (di sapore panteistico) che ha trovato in seguito non pochi consensi.

7) Qualcuno ha osservato che dei famosi Quattro Cavalieri del libro dell’Apocalisse l’ultimo è di colore verde (gli altri sono bianco, rosso e nero). Qualcun altro ha fatto tuttavia notare che il verde è anche il colore dell’islam.

8) M. Penella De Silva, op. cit., p. 123.

9) Cfr Ben MacIntyre, Sulle tracce di Elisabeth Nietzsche, Rizzoli, Milano 1992. Anche Stalin amava Nietzsche, «del quale portò in tasca un volumetto per tutta la durata della guerra civile» (cfr Massimo Caprara, Il ghigno di Stalin, l’uomo più segreto della storia, in «Il Giornale» del 13 febbraio 2005).

10) Ibidem, pp. 218-219. Il Penella De Silva non ha visto il documento ma ne ha avuto notizia da un ufficiale tedesco che trovò l’ordine durante il trasferimento dell’archivio dell’Oberkommando dalla Kurfürstenstrasse a Muskau nella Slesia. L’archivio è probabilmente caduto nelle mani dei sovietici. Dell’ufficiale non fa il nome. Dà però informazioni sufficienti a una sua identificazione, in quanto l’ufficiale in questione era stato appena liberato dal campo di concentramento di Braunweiler, dove aveva occupato la stessa cella di Conrad Adenauer, allora sindaco di Colonia.

11) Ibidem, p. 222.

12) Mentre scrivo, l’Occidente si sta misurando contro un totalitarismo anche peggiore: l’integralismo terrorista islamico. Va da sé che, pur con i difetti elencati, questo Occidente è ancora la cosa migliore che il mondo abbia espresso.

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