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Feb 18

Cattolici in politica

Giampaolo_Crepaldi

mons. Giampaolo Crepaldi

il Timone n.150 – febbraio 2014

La crisi di rappresentanza dei cattolici in politica diventa evidente proprio nel momento in cui l’offensiva delle leggi anti vita e anti famiglia renderebbe ancor più urgente una testimonianza di fede in Parlamento. Decidere per il bene comune coerentemente con la propria vita cristiana è l’unica strada percorribile. Ma di fronte a dibattiti come quello sulla legge Cirinnà emerge la mancanza di una visione strutturata del pensiero cattolico. Che fare? Monsignor Crepaldi, dell’Osservatorio Van Thuàn, spiega la necessità di una visibilità personale e comunitaria dei cattolici in politica, che nasca da una esperienza integrale di fede. Necessaria una seria formazione per superare i guasti della “scelta religiosa

di Stefano Fontana

Chiesa e mondo, cattolici e politica. Difficile capire la situazione e difficile anche prevedere le prospettive future se non si ha uno sguardo lungo. L’arcivescovo Giampaolo Crepaldi può permettersi questo sguardo lungo. È stato direttore dell’Ufficio nazionale della CEI per i problemi sociali e il lavoro fino al 1994. Erano i tempi dei Vescovi Santo Quadri, Riboldi, Charrier. Erano anche i tempi della fine di un sistema politico. Durante la direzione di mons. Crepaldi, la Commissione episcopale licenziò il Direttorio di pastorale sociale Evangelizzare il sociale e altri importanti documenti come Democrazia economica e bene comune, ma soprattutto avviò le Scuole di formazione all’impegno sociale e politico e progettò la ripresa delle Settimane sociali, nell’intento di ricostruire un nuovo quadro di presenza pubblica dei cattolici.

Alla fine del suo mandato in CEI, mons. Crepaldi è passato Oltretevere, come Sottosegretario prima e poi come Segretario del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace. Ha lavorato con il Cardinale Etchegaray, il cardinale Van Thuàn, il cardinale Martino, lungo le grandi linee del pontificato di Giovanni Paolo II e poi di Benedetto XVI. Tra l’altro ha coordinato i lavori per la stesura del “Compendio della Dottrina sociale della Chiesa” voluto da Giovanni Paolo II e pubblicato nel 2004, e dell’enciclica “Caritas in ventate” di Benedetto XVI. Nel 2004 ha fondato l’Osservatorio di Dottrina sociale della Chiesa Cardinale Van Thuàn di cui è presidente. Attualmente è arcivescovo di Trieste e Presidente della Commissione “Caritas in ventate” del Consiglio delle Conferenze Episcopali d’Europa.

Alla luce di questo sguardo lungo e di questa sapienza accumulata nel tempo, abbiamo posto all’Arcivescovo alcune domande sulla questione urgente dei cattolici e della politica.

Eccellenza, c’è chi dice che i cattolici in politica non ci siano più. È anche lei di questo parere?

Non sono di questo parere, però è vero che, se ci sono, si vedono poco e in modo confuso. La visibilità cattolica in politica può essere di due tipi: personale, quando si sa che quel politico è cattolico, egli stesso lo dichiara e mantiene evidenti rapporti con la Chiesa; comunitaria, quando i cattolici agiscono uniti ed elaborano, nella loro autonomia di laici, strategie politiche che partano da una visione cattolica delle cose.

Prima di chiederle che cosa ne sia di queste due forme di visibilità oggi, vorrei sapere da lei se questa presenza visibile sia importante o no. In fin dei conti – si dice – il cattolico può dare il suo apporto al bene comune, che è una dimensione laica, anche senza dichiararsi cattolico.

So bene che esistono dottrine teologiche secondo le quali il cattolico non deve stare in politica come cattolico, ossia in forma visibile, altrimenti trasformerebbe la sua fede religiosa in una ideologia, ma io non sono di questo parere. Né la fede né la dottrina sono ideologie. Se la fede cristiana ha un ruolo pubblico – ed è indubbio che lo abbia – non capisco perché non si debba vedere, tra le varie forme di questa presenza, anche il ruolo dei fedeli laici nella politica.

Quindi lei non concorda con la cosiddetta “scelta religiosa” che ogni tanto torna alla ribalta…

È vero, ogni tanto torna alla ribalta. Papa Francesco continua a dire che dobbiamo “sporcarci le mani”, ma periodicamente c’è chi dice che dobbiamo dedicarci solo alla formazione perché poi in politica ci deve andare la singola coscienza, senza nessun corredo cattolico alle spalle. In questo modo però non stiamo facendo nemmeno la formazione, la quale, senza sbocco di presenza pubblica, diventa accademica, retorica e politicamente ecumenica. In molte Scuole ecclesiali di formazione all’impegno sociale e politico si propone una visione generica della politica, riducendola a qualche principio etico umaneggiante, per non scontentare nessuna parte in campo. La “scelta religiosa”, anche nelle versioni più recenti, è un modo per negare un rapporto strutturato tra la Chiesa e il mondo, come se la Chiesa non avesse un “corpo” dentro la storia e una “dottrina” per far luce sul mondo.

Torniamo alla distinzione iniziale tra visibilità individuale e visibilità comunitaria.

Una volta stabilito che i cattolici impegnati in politica devono vedersi, perché altrimenti la loro non sarebbe testimonianza di fede, bisogna riconoscere che senza una visibilità comunitaria anche quella individuale tende a ridursi solo a coerenza morale personale. Abbiamo così politici che, pur coerenti con la loro morale personale, fanno scelte politiche che contrastano con la dottrina della Chiesa e, non di rado, con la stessa legge morale naturale. Il bene comune lo si fa in comune, ossia strettamente uniti sui principi fondamentali dell’impegno politico che la Chiesa ha sempre insegnato, soprattutto da quando ha cominciato ad elaborare una organica Dottrina sociale.

Molti suoi confratelli vescovi si dicono contrari a forme di lotta in piazza connotate cattolicamente. Le considerano “prove muscolari” non solo inutili ma che anche manifestano un atteggiamento non di dialogo ma di confronto e di forza.

Credo che le forme e i luoghi della presenza cattolica possano e debbano essere molteplici. Può esserci il momento della discussione, quello del confronto, quello della manifestazione in piazza, quello di forme anche collettive di obiezione di coscienza, di raccolta firme per petizioni o proposte di legge e così via. Tra queste forme c’è anche l’azione parlamentare tramite i partiti e la mobilitazione pacifica per influenzare l’azione parlamentare dei partiti. Non tutto può essere sempre dialogo. Il fatto è, credo, che in questa assolutizzazione del dialogo si cela una visione dei rapporti dei cattolici con la politica per la quale è comunque violenza o almeno arroganza portare, in proprio, una verità e lottare per essa.

Molti hanno rimproverato la cosiddetta “Era Ruini” di eccessivo clericalismo. In questi casi ci si riferisce in particolare al Family Day, alla Nota pastorale sulle unioni di fatto del 2007, all’invito a disertare il referendum sulla legge 40. Cosa ne pensa?

Il clericalismo è da evitare, come più volte ci ha ricordato Papa Francesco. Durante la presidenza del cardinale Ruini, i vescovi svolgevano il loro ruolo di vescovi, ossia insegnavano, come è successo con la Nota del 2007. Il Family Day fu opera laica, seppure in sintonia con le indicazioni pastorali dei Vescovi. Se si impedisce o si frena la mobilitazione dei laici cattolici, anche in forma organizzata, può finire sì con un nuovo clericalismo, perché in questo caso i rapporti con il potere politico vengono tenuti direttamente dalla gerarchia ecclesiastica. Senza laici organizzati in campo, questa tentazione diventa più forte, perché i problemi premono e chiedono risposte.

A proposito dei cattolici presenti in Parlamento, si è pensato a lungo che essi potessero militare in tutti i partiti, per poi convergere uniti su leggi ad alta rilevanza etica, come quelle riguardanti la famiglia e la vita. Ritiene ancora valido questo schema?

Credo che questo schema, se mai sia esistito come paradigma strategico piuttosto che come adeguamento non voluto alla realtà dei fatti, non sia oggi più agibile. Non perché quella convergenza non sia auspicabile, ma perché i fatti ci dimostrano che non viene mai attuata. Le recenti prese di posizione sul disegno di legge Cirinnà lo hanno ulteriormente dimostrato. Questa legge sembrava essere, a detta di molti degli stessi parlamentari sedicenti cattolici, il limite non oltrepassabile ed invece è stato oltrepassato.

Si tratta solo di tattica politica o anche di carenza di visione?

I numeri in politica contano molto. Deputati dichiaratamente cattolici ce ne sono pochi in questo Parlamento e, tra costoro, molti dicono di esserlo ma si riservano poi un’ampia discrezionalità di scelte senza troppo farsi condizionare dalle indicazioni della morale cattolica o della dottrina sociale della Chiesa o degli appelli del magistero. Una piccola pattuglia può fare certamente ben poco. Però credo che il problema non sia solo quantitativo. C’è una buona dose di confusione di pensiero. Certi cedimenti alla legge Cirinnà, anche su punti profondamente in contrasto con la dignità della persona umana, hanno evidenziato una carenza di pensiero e, soprattutto, l’idea che la fede cattolica non possa – pena diventare ideologia – produrre una visione organica e coerente, una vera e propria cultura sociale e politica. Essa produrrebbe solo istanze moraleggianti, spinte verso una testimonianza di carità non ben precisata, ma non un sistema di pensiero e una coerente visione dei nostri doveri verso il bene comune. Si pensa che Dio dia solo consigli o proponga solo ideali.

Davanti a questa debolezza politica si presentano però scelte drammatiche, che contrastano con essa: tanto sono rilevanti queste, tanto è debole la risposta. Come fare?

Nel nostro Paese ci sono molti settori del mondo cattolico che ancora non hanno accettato una visione “nuda” della fede cattolica e che danno vita a processi nuovi di presenza pubblica coerenti con la fede, non ridotta a solo strumento di dialogo o a sola occasione per porsi e porre domande. Nel 2014 l’Osservatorio Cardinale Van Thuàn che presiedo si è rivolto a questo variegato mondo con un Appello politico agli Italiani dal titolo “Un Paese smarrito e la speranza di un popolo”, nel tentativo di offrire una prospettiva programmatica unitaria. La manifestazione “Difendiamo i nostri figli” del 20 giugno 2015, organizzata in breve tempo e senza mezzi, ha evidenziato che questo mondo c’è. A questo mondo si è rivolta e si rivolge la Scuola di Dottrina sociale della Chiesa organizzata dal nostro Osservatorio. Insomma, il terreno su cui lavorare per la ripresa esiste.

Sembra che lei stia dicendo che bisogna ripartire da lontano…

Che la presenza politica dei cattolici debba essere ripensata dal profondo credo sia evidente a tutti. In linea generale bisognerà superare un certo “pastoralismo” oggi piuttosto diffuso. Un pastoralismo anche generoso dal punto di vista dei soggetti che lo praticano, ma di corto respiro perché destrutturato culturalmente. Un pastoralismo che non affronta più il problema delle leggi, delle istituzioni, delle dinamiche sociali, del lavoro, della scuola e così via e spesso si accontenta di frasi-slogan, che sul momento possono dare calore a chi vuole sinceramente impegnarsi, ma che non possono reggere una presenza organizzata, articolata e veramente incisiva.

Oggi, la dottrina sociale della Chiesa che momento sta vivendo nella nostra Chiesa e nel nostro Paese?

Il pastoralismo a cui ho accennato e che avrebbe bisogno di ben altri approfondimenti, la mette in difficoltà. Perché per esso tutto ciò che sa di dottrinale, di culturale, di teorico impedisce l’incontro pastorale col bisognoso. Come se la fede fosse solo un agire e non anche un pensare. Mi chiedo, però: come discernere i bisogni veri da quelli falsi, senza una visione delle cose che nasce dalla fede e dalla ragione? Con buone intenzioni spesso i cattolici, nell’ansia pastorale di incontrare i bisognosi, operano per cause sbagliate e fanno danni, creando nuovi disagi. Inoltre vengono distolti dai problemi di struttura e di buona organizzazione della vita pubblica per concentrarsi solo su forme corte di solidarietà. Si fa del bene anche impegnandosi per leggi giuste o politiche adeguate, ma come farlo senza una visione complessiva delle cose che la dottrina sociale della Chiesa offre?

CHE COS’E’ L’OSSERVATORIO CARDINALE VAN THUAN 

L’Osservatorio Cardinale Van Thuàn sulla Dottrina sociale della Chiesa (Trieste), fondato nel 2004 e presieduto dall’Arcivescovo Giampaolo Crepaldi:

  • Pubblica ogni anno un Rapporto sulla Dottrina sociale della Chiesa nel Mondo;
  • Pubblica la rivista monografica trimestrale “Bollettino di Dottrina sociale della Chiesa”;
  • Cura presso l’editore Cantagalli una Collana di testi di Dottrina sociale della Chiesa;
  • Gestisce un portale web in italiano, inglese e spagnolo;
  • Realizza una Scuola di Dottrina sociale della Chiesa ed altre attività di formazione.

Visita il portale dell’Osservatorio e iscriviti gratuitamente alla Newsletter www.vanthuanobservatory.org;

Chiedi una copia in saggio o abbonati al “Bollettino di Dottrina sociale della Chiesa”: bollettino@edizionicantagalli.com;

Chiedi informazioni sulle attività dell’Osservatorio: info@vanthuanobservatory.org; Segui l’attività dell’Osservatorio anche su Facebook;

Se vuoi organizzare una Scuola di Dottrina sociale della Chiesa dove abiti contatta l’Osservatorio.

Per saperne di più

Giampaolo Crepaldi Il cattolico in politica, manuale per la ripresa, Cantagalli 2012

Crepaldi-S. Fontana La dottrina sociale della Chiesa. Una verifica a dieci anni dal Compendio (2004-2014), Cantagalli 2015

Giampaolo Crepaldi A compromesso alcuno. Fede e politica dei principi non negoziabili, Cantagalli 2015

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