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Gen 01

“Gladio rossa”: l’apparato paramilitare del PCI

Turri_coverIl Corriere del Sud n. 9 – anno XXIII, 31 dicembre 2015

Appunti per una storia. Seconda parte

di Gianluca Agostini

Il primo studio organico sull’argomento della “Gladio rossa”, struttura paramilitare di natura clandestina organizzata dal Pci nel 1945 e sciolta nel 1974, è quello di Gian Paolo Pellizzaro che, nella sua pubblicazione Gladio Rossa (ed. Settimo Sigillo, Roma 1997), ha riportato il cd. “Dossier SIFAR”, dall’acronimo dell’allora servizio segreto militare, datato 28 febbraio 1950.

Tale “Dossier” è rimasto segreto fino al 26 giugno 1991, quando fu declassificato e intitolato “L’apparato paramilitare comunista”. Descrive nel dettaglio la struttura di comando dell’organizzazione, suddividendola per regioni. Nel documento sono riportati inoltre i nomi dei quadri dirigenti e gli obiettivi da colpire, la dislocazione delle forze in campo regione per regione, le strutture d’appoggio.

I capi politici che sovraintendevano all’apparato militare erano Luigi Longo (per le formazioni garibaldine), Sandro Pertini (per le brigate “Matteotti”), Emilio Lussu (per le formazioni “Giustizia e Libertà”), Ettore Troilo (per gli indipendenti), Arnaldo Azzi (per le formazioni all’estero). I capi militari erano indicati in Arrigo Boldrini, Ilio Barontini, Gisella Floreanini, Fausto Nitti e Mario Roveda.

Secondo il SIFAR, nel dopoguerra il PCI poteva contare su un esercito “occulto” di 250 mila unità, che si sarebbero quadruplicate in caso di invasione da Est da parte delle forze del Patto di Varsavia.

Una differente prospettiva è offerta dalle pubblicazioni di Rocco Turi Gladio Rossa (ed. Marsilio 2004) e Storia segreta del PCI dai partigiani al caso Moro (ed. Rubbettino nel 2013), che legano la struttura paramilitare alla già ricordata Politická škola soudruha Synka, attiva in Cecoslovacchia fin dagli anni cinquanta e organizzata dai responsabili della “Volante Rossa” che imperversò nel Nord Italia tra il 1945 e il 1949 (in particolare a Milano) con attentati e azioni di sabotaggio, dei quali il PCI favorì l’espatrio oltrecortina per sottrarli al giudizio dei Tribunali italiani.

In Cecoslovacchia diedero vita a “scuole di sabotaggio e addestramento” (in particolare Karlovy Vary) rivolte ad altri “emigrati” italiani per ragioni politiche, alcuni dei quali (in particolare Alberto Franceschini e Giangiacomo Feltrinelli) avrebbero ingrossato “l’album di famiglia” del terrorismo comunista degli anni Settanta-Ottanta.

La stessa relazione di maggioranza della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla strage di Via Fani, sul sequestro e l’assassinio di Aldo Moro, pur respingendo l’ipotesi di una “pista cecoslovacca” (Donno riporta come tale “pista” sia stata all’attenzione dei servizi d’informazione già dal 1952), confermava però che Franceschini e Feltrinelli ed altri esponenti del terrorismo comunista soggiornarono in Cecoslovacchia ed entrarono in contatto con ambienti dell’emigrazione comunista (in particolare Radio Praga) e che campi di addestramento militare erano frequentati da libici che erano entrati in contatto con giovani che si esprimevano in lingua italiana (il ruolo “cecoslovacco” nel supporto al terrorismo brigatista fu confermato anche da Walter Laquer, direttore del Centro studi strategici internazionali di Washington).

Per quel che concerne l’informazione, le prime notizie sull’apparato paramilitare sono quelle riportate negli articoli del settimanale L’Europeo del 31 maggio 1991. “Di Gladio ne esisteva un’altra: quella rossa”: è a partire da quest’articolo, firmato da Romano Cantore e Vittorio Scutti, che l’espressione sarà utilizzata con riferimento all’apparato paramilitare del PCI. Poi è possibile menzionare un altro importante pezzo giornalistico, intitolato “La lunga notte della Gladio rossa”, apparso nel successivo numero della rivista allora diretta da Vittorio Feltri, del 7 giugno 1991. Entrambi gli articoli rivestono ancora interesse perché in conseguenza delle rivelazioni in essi contenute, la Procura della Repubblica di Roma avviò un’inchiesta, che si è protratta dal 1991 al 1994.

I PM Luigi de Ficchy e Franco Ionta hanno potuto indagare solo su fonti di tipo indiretto, in cui l’organizzazione è descritta nella sua articolazione generale. Da esse non è stato possibile individuare reati attribuibili a singole persone. Eventuali richieste di rinvio a giudizio per banda armata si sarebbero comunque scontrate con i tempi di prescrizione, già ampiamente scaduti. L’indagine si è conclusa nel maggio 1994 con la proposta di archiviazione.

Nel dispositivo con cui il giudice Claudio D’Angelo ha accolto la richiesta di archiviazione, a conferma del ruolo svolto dalla struttura paramilitare comunista, è riportato: «Ritenuto che, a parte gli inquietanti molteplici e gravi riferimenti nella documentazione acquisita, a corsi di addestramento al sabotaggio; all’uso di armi e di esplosivi; a tecniche di travisamento e di comunicazione radio in forma clandestina, presupponenti la creazione in Italia di strutture paramilitari e spionistiche, realizzate anche con la fattiva collaborazione del KGB e grazie a un notevole flusso di danaro proveniente dal PCUS e dalle facilitazioni commerciali a ditte import – export che, vicine al PCI e/o da questo sponsorizzate, hanno tranquillamente ed esclusivamente operato, in epoca antecedente e susseguente all’invasione dell’Ungheria e della Cecoslovacchia ad opera dell’URSS; non appare processualmente possibile dimostrare, a distanza di tanti, troppi anni, che l’interesse dell’URSS nei confronti dei militanti comunisti italiani si sia tramutato in una vera e propria corruzione del cittadino italiano per interessi contrari allo Stato italiano, né che l’accertata predisposizione da parte del PCI di meccanismi difensivi in vista del temuto cambiamento del clima politico in Italia abbia assunto dimensioni tali da costituire un serio concreto pericolo per lo Stato, per le sue democratiche istituzioni, per la collettività nazionale, per i singoli appartenenti» (il decreto di archiviazione 77/94 Tribunale di Roma è riportato anche in Victor Zaslavsky  – Lo stalinismo e la sinistra italiana, op. cit., p. 48).

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