Per favore, finiamola con Darwin

Giuseppe Sermonti

Giuseppe Sermonti

Settimanale Gente

Giuseppe Sermonti, lo scienziato di fama internazionale che contesta l’evoluzionismo, spiega perché oggi la teoria di Darwin non è più sostenibile – «La presunta scientificità dell’evoluzione è tutta nel suo ateismo di partenza» – «Ci si attacca a Darwin per non ammettere l’esistenza di un Dio creatore» – «La scienza ha dimostrato che non è possibile la generazione spontanea della vita» – «Il mondo è intessuto con la stoffa del mistero: un mistero che noi dobbiamo accettare.

di Giuseppe Grieco

Roma, giugno

A colloquio con Giuseppe Sermonti, il biologo che contesta uno dei grandi miti del nostro tempo: quello della scienza che assolutizza se stessa come forma di conoscenza. Nella “Prefazione” al suo libro Il crepuscolo dello scientismo, egli scrive: “Assegnare dei limiti alla scienza non significa screditarla. Ogni cosa ha i suoi limiti entro i quali si muove, si identifica e si riconosce. Se mai bisogna fare una critica alla scienza moderna, essa riguarda la sua pretesa di non avere limiti, cioè di comprendere entro i propri confini tutto l’universo. Un simile atteggiamento sarà definito… col termine di scientismo”. E quali sono le conseguenze negative dello scientismo? La “fabbrica” di “scienziati assolutisti” che trasformano la scienza in ideologia, diventando così gli ideologi di “una sorta di clericalismo scientista che in fin dei conti piace più ai politici e ai filosofi che agli scienziati”.

“IL PROGRESSISMO”

Sempre nella citata “Prefazione”, Sermonti scrive ancora: “… ho cercato di trovare delle posizioni erronee non tra le opinioni che incontrano generale riprovazione, ma proprio tra quelle che appaiono maggiormente difendibili, o addirittura così completamente pacifiche che nel loro contrario non sembra possa trovarsi neppure una traccia di verità da cui organizzare una controffensiva. Poiché mi oppongo a ideologie che sono nate rivoluzionarie (come il materialismo ingenuo, il progressismo, il positivismo scientifico, ecc.), correrò il rischio di passare per reazionario. Ma debbo dire che, a mio avviso, si tratta di rivoluzioni del tutto particolari, che, arrivate al potere, si sono imposte come tiranni più intolleranti e assolutisti dello stesso monarca decapitato”.

Tra queste “rivoluzioni” arrivate al potere e diventate via via sempre più tiranniche e intolleranti, Giuseppe Sermonti ne ha scelta una in modo particolare e contro di essa ha ingaggiato una battaglia che Io vede impegnato proprio come un “cavaliere antico”. Il “nemico” che egli cerca di abbattere, attaccandolo da tutti i lati e senza esclusioni di colpi, è l’evoluzionismo. Su di esso, in collaborazione con il paleontologo Roberto Fondi, ha pubblicato un libro (Dopo Darwin – Critica dell’evoluzionismo) che ha suscitato e suscita discussioni e polemiche a ogni livello.

«Il suo attacco all’evoluzionismo», domando a Giuseppe Sermonti «è dettato solo da motivi scientifici o è collegato anche al problema di Dio?».

«Quello di Darwin », risponde il biologo « è un mondo senza Dio. E’ ovvio, quindi, che Dio rispunta all’orizzonte appena si dimostra la inconsistenza della teoria evoluzionistica. In definitiva, la presunta scientificità dell’evoluzionismo è tutta nel suo ateismo, che è poi la premessa, non la conclusione di una ricerca».

RAZZISMO E CINISMO

«Cioè?».

«Darwin è insieme figlio e padre di miti e ideologie che ancora oggi, nonostante gli scossoni che hanno ricevuto, non si decidono a sgombrare il campo. Tra essi, basta citare, per esempio, l’economicismo, il dominio sulla natura, l’ottimismo progressista, la morte di Dio. Non a caso il suo pensiero maturò nel filone borghese capitalista ed egli sostenne la lotta tra gli uomini, lo sterminio delle razze inferiori, il peggiore colonialismo. Tanto per non lasciar dubbi in proposito, ecco cosa egli scriveva: “Tra tutti gli uomini ci deve essere lotta aperta; e non si deve impedire con leggi e costumi ai migliori di aver successo e di allevare il maggior numero di figli. Tra qualche tempo a venire, non molto lontano se misurato nei secoli, è quasi certo che le razze umane più civili stermineranno e si sostituiranno in tutto il mondo a quelle selvagge”».

«Una prospettiva davvero allucinante».

«II cinismo di Darwin è la conseguenza logica di una concezione della vita in cui tutto è ricondotto al gioco delle forze cieche della natura, al meccanismo della selezione naturale che favorisce, ovviamente, sempre il più forte. Infatti, se la vita si sviluppa per germinazione spontanea non ha senso porsi il problema della sua origine e dei suoi eventuali fini: in assoluto, essa avrebbe potuto “costituirsi” in qualsiasi altro modo o non cominciare addirittura il suo ciclo. L’evoluzionismo, ridotto a moneta spicciola sul piano morale, corrisponde al famoso “tutto è permesso” di Ivan Karamazov. Del resto, questo lo aveva capito benissimo George Bernard Shaw quando identificava la sua fortuna con l’esplosione del più aggressivo capitalismo».

Le parole con cui Shaw identifica evoluzionismo e capitalismo sono citate all’inizio del volume Dopo Darwin. Eccole: “Mai nella storia, per quanto ne sappiamo, c’è stato un tentativo così determinato, riccamente sovvenzionato, politicamente organizzato di persuadere il genere umano che tutto il progresso, tutta la prosperità, tutta la salvezza, individuale e sociale, dipende da un conflitto indiscriminato per il cibo e il denaro, dalla soppressione ed eliminazione del debole da parte del forte, dal Libero Commercio, dal Libero Contratto, dalla Libera Competizione, dalla Libertà Naturale, dal Laisserfaire : in breve, dall’abbattere il nostro simile impunemente”.

«Da scienziato», domando a Giuseppe Sermonti «lei dunque fa sue le critiche all’evoluzionismo avanzate dal commediografo anticonformista George Bertrand Shaw?».

«In un certo senso, sì. Con questa differenza, però: che Shaw conduceva la sua battaglia sul piano morale, mentre io attacco l’evoluzionismo sul piano scientifico».

SEGUITO SILENZIOSO

«E come è accolta la sua battaglia?».

«La mia è una posizione di rottura. In genere, sono accolto come un guastafeste che viene a turbare il dominante conformismo degli ambienti accademici».

«Così è un isolato?».

«Diciamo che, almeno in Italia, ho un seguito silenzioso di moltissimi scienziati che sono costretti a seguire la corrente che ancora oggi prevale, e cioè quella che si ispira a un generico materialismo».

«Questa corrente è così forte da mettere il bavaglio anche a chi non è d’accordo con le sue posizioni?».

«Per me, è più potente oggi che ieri, quando nelle università imperavano i cosiddetti “baroni”. Il fatto è che si è politicizzata l’università e che questa politicizzazione è stata attuata tutta a vantaggio della sinistra. E il dominio della sinistra significa un generale laicismo che equivale a un generale ateismo».

«Però anche lei è un cattedratico, essendo ordinario di Genetica all’università di Perugia».

«E’ vero che insegno a Perugia, dove tra l’altro mi trovo benissimo», risponde Giuseppe Sermonti «ma è anche vero che ho tentato inutilmente, io che sono romano, di avere una cattedra alla università di Roma. A questo proposito, ho fatto anzi ben due tentativi, tutti e due andati a vuoto: una volta di venire a Roma per trasferimento, un’altra volta per concorso. Ho partecipato al concorso quando già ero in cattedra da otto anni ed ero già stato presidente dell’Associazione Genetica Italiana. Ebbene, sono stato dichiarato “non idoneo” da due commissioni: una cosa che fece un certo scalpore perché a molti sembrò assurdo che un cattedratico venisse bocciato dai suoi colleghi».

«Così la sua fu una bocciatura “politica”».

«Diciamo che fu una bocciatura “ideologica”. Insomma, fui respinto a causa delle mie posizioni contro lo scientismo e contro l’evoluzionismo».

«A proposito dell’evoluzione, lei è proprio convinto che non esiste?».

«L’evoluzione è come la favolosa Araba Fenice: che ci sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa. La prima critica che io faccio alla teoria evoluzionistica è che nessuno l’ha mai veramente definita. Cioè: non esiste di essa una definizione scientifica. Cosi accade che, contraddetta in alcune sue affermazioni, ricompare in altre come se niente fosse successo. Ma ormai siamo al punto che una sua riedizione non è più possibile perché troppe delle sue “leggi” fondamentali sono state smentite dalle stesse ricerche scientifiche».

«E allora?».

«Oggi come oggi siamo in questi termini: non è che ci sia stata una teoria che qualcuno abbia poi confutato. Al contrario: c’è una formulazione generica con tante affermazioni che sono cadute una per una. Il risultato ultimo è che siamo arrivati in sala di rianimazione, con gli uomini politici che tentano con tutti i mezzi di tenere in vita una teoria scientifica che è irrimediabilmente decaduta al rango di un’ideologia».

LA VERA ALTERNATIVA

«Ma se scartiamo l’evoluzionismo, abbiamo una teoria alternativa da proporre?».

«L’evoluzionismo esclude la divinità del creato. Se mi si chiede un’altra teoria basata sull’ateismo rispondo che la cosa non mi interessa. La vera alternativa è, a mio avviso, il riconoscimento di un fondamentale mistero della realtà vivente: una realtà entro la quale l’uomo può cercare le sue leggi, l’armonia, l’ordine, ma non come una semplice teoria che riduca tutta la realtà stessa nei termini dell’immediatamente verificabile, del razionalmente esprimibile. In questo senso, si può infatti anche dire che l’evoluzionismo ha impoverito la realtà. L’alternativa consiste quindi nell’accettare la grande ricchezza della realtà, anche se non sappiamo darle una spiegazione».

«Questo significa che lei, mentre respinge l’evoluzionismo, non crede nemmeno al “finalismo” per cui tutto ciò che vive tende a realizzare un fine stabilito da Dio?».

«Il finalismo è un’altra forma di riduzionismo che consente di interpretare alcuni aspetti della realtà biologica, ma ne oscura infiniti altri. Certe bellezze, certe armonie, certe regolarità che si osservano in natura non sono spiegabili col finalismo ma possono in termini di creazione»

«Così Dio sarebbe innanzitutto un artista?».

«A questa domanda rispondo con le parole di una scrittrice che amo, la straordinaria Karen Blixen. In quello stupendo racconto che è Ehrengard, essa scrive: “I fiori del castagno si tengono diritti come i ceri degli altari, i fiori del lillà sembrano erompere in tutte le direzioni dal tronco e dai rami, dando a tutto l’arbusto l’aspetto di un lussureggiante bouquet, e i fiori del citiso si inchinano penduli come dorati ghiaccioli estivi nell’aria di un pallido azzurro. Ma i fiori del biancospino si spandono lungo i rami come fragili strati di neve bianca e rosa. Non è possibile che una varietà così infinita sia necessaria all’economia della Natura, dev’essere per forza la manifestazione di uno spirito universale inventivo, ottimista e giocondo all’estremo, incapace di trattenere i suoi scherzosi torrenti di felicità. E davvero, davvero: “Domine, non sum dignus”. Ecco, io faccio mio il “Domine, noit sum  dignus” della Blixen».

NESSUN CATECHISMO

«Allora, in pratica, lei si arrende al mistero?».

«Diciamo che riconosco i miei limiti d’uomo. La verità è che il mondo, nonostante le pretese dello scientismo, rimarrà sostanzialmente intessuto con la stoffa del mistero: un mistero che nemmeno la religione riesce a scalfire. Le faccio un esempio: la Rivelazione cristiana non esclude affatto il mistero. Infatti, una volta che si è annunciata la Trinità, ecco che si impone alle coscienze proprio il mistero della Trinità, che non si può certo risolvere razionalmente. Io non sono un teologo. Io non voglio addentrarmi in un terreno che non è mio e che non mi è ovviamente congeniale. Come biologo sento però il dovere di dire che se la scienza non deve fare di se stessa un catechismo per risolvere l’enigma dei viventi, così la religione non deve fare un catechismo opposto da imporre ai fedeli come la chiave che spiega l’universo».

«Lei è un credente?».

«Mi pare che a questo punto la risposta sia ovvia: si».

«E mi dica: se a un certo punto delle sue ricerche si venisse a trovare di fronte a un qualcosa che rischierebbe perlomeno di mettere in crisi la sua fede, accetterebbe di fermarsi come fece Galilei, o proseguirebbe?».

«Io penso che non mi fermerei, anche se non credo che lo scienziato sia un uomo esente da quei doveri civici cui si sottopongono, o vengono sottoposti, i suoi simili. Del resto, e proprio come biologo, io non posso ignorare che oggi l’uomo corre un serio pericolo di essere manipolato, e quindi condizionato, sia chimicamente che psicologicamente.

«A proposito: c’è davvero il pericolo che la cosiddetta “ingegneria genetica” intervenga sull’uomo fino al punto di trasformarlo praticamente in un robot?».

«Questa è fantascienza». risponde Giuseppe Sermonti. «Se c’è un campo in cui l’uomo è sicuro da ogni tipo di manipolazione esterna, questo campo è proprio la genetica. La struttura genetica dell’uomo, infatti, è così complessa che ogni intervento su di essa risulterebbe vano. Si può fare del razzismo, ma non si può modificare la biologia molecolare. La tecnica, in questi ultimi decenni, ha realizzato l’imprevedibile, come per esempio l’isolamento del gene, la fissione dell’atomo, ma questo non significa affatto, come alcuni pensano, che una cosa sia di prossima attuazione perché imprevedibile. Un simile modo di pensare vuol dire schizofrenia, follia».

DIO CREATORE

«Perché?».

«Ma perché, intanto, la tecnica che ha realizzato l’imprevedibile non ha poi realizzato proprio quello che era invece prevedibilissimo, come per esempio la cura del raffreddore e del mal di denti. La verità è che la scienza non incontra mai quello che aspetta, mentre incontra sempre quello che non aspetta, salvo poi, per salvare la faccia, a dire all’uomo che ha incontrato proprio quello che cercava, vedi la penicillina o l’energia atomica. Il fatto è che anche l’orgogliosa scienza moderna ha dei limiti che non può valicare. Non è un caso che noi non siamo riusciti a realizzare una nuova specie di animali o di piante coltivate».

«E così?».

«Ci dobbiamo tenere gli animali che abbiamo “ereditato” dal neolitico. E non è tutto. Proprio uno scienziato ateo, Jacques Monod, nel suo fin troppo famoso libro Caso e necessità ci avverte che le conoscenze moderne della vita escludono quella nascita spontanea che pure costituisce uno dei princìpi fondamentali dell’evoluzionismo».

«E allora?».

«Mi consenta di passare la parola a un poeta, Rainer Maria Rilke. In uno dei racconti riuniti nel volume Storie del buon Dio, e precisamente nel racconto // mendicante e l’orgogliosa donzella, Rilke scrive: “I bimbi hanno risaputo anche questa storia. E pretendono (a marcio dispetto del signor maestro) che vi figuri il buon Dio. Io stesso, ne sono un po’ sorpreso. Perché avevo assicurato al signor maestro di raccontargli una storia senza Dio. Ma che farci? I bimbi, le sanno meglio di noi, certe cose”».

«Ma chi è Dio per lei?».

Per me, Dio è essenzialmente il creatore dell’universo. Ecco perché, se proprio voglio opporre una teoria all’evoluzionismo, mi riporto al “fissismo” sostenuto dalla religione, e cioè all’immobilità del creato. Per la religione, infatti, la natura è nata perfetta, si spiega in vista delle sue finalità ed è espressione di un disegno divino. Di conseguenza, non ci sono “nascite spontanee”, ma solo esseri creati da Dio».

«Lei è cattolico?».

«Io sono credente e veramente non ho altra maniera di essere credente che attraverso il cattolicesimo. Per me, le due cose coincidono».

«E’ praticante?».

«No».

«Da bambino ha avuto una educazione religiosa?».

«Sono stato educato nella religione cattolica, ma senza bigotterie. Mia madre era una cattolica praticante; mio padre non lo era anche se coltivava una sua profonda religiosità. In qualche modo io ho preso da lui. Del catto­licesimo, per esempio, mi affascina molto la figura di San Francesco: il santo della povertà e dell’amore per gli animali e per la natura».

«Crede nella sopravvivenza dopo la morte?».

«Io credo che non morirò. Credo, cioè, che il momento della mia dipartita sia un momento di trasformazione, di trapasso, non di scomparsa. Gli altri, certo, mi vedranno morire, ma io non conoscerò l’esperienza della morte. Voglio dire: della “mia” morte».

«Ne è propio sicuro?».

«Questa è la mia convinzione. La morte è un assurdo. Io credo fermamente nella continuità della vita personale nell’aldilà: un aldilà che, ovviamente, è un mistero».

«Su che cosa basa questa sua convinzione?».

«Diciamo che essa deriva da un sentimento vitale che è in me. Certo non si tratta di una enunciazione teologica».

Come uomo e come scienziato, al di là della sua battaglia contro lo scientismo e l’evoluzionismo, c’è una meta che si prefigge di raggiungere?».

«Certo che c’è», risponde Giuseppe Sermonti. «Con tutte le mie forze, io mi oppongo a quello che Max Weber ha chiamato il “disincantamento” del mondo. Tra le accuse che faccio allo scientismo, c’è anche quella di aver tolto all’uomo il senso del mistero e di averlo fatto sprofondare nel più arido cinismo. Se vogliamo veramente uscire dal vicolo cieco in cui ci siamo cacciati, dobbiamo infatti ritrovare a ogni costo l’incanto della vita, la poesia della vita. C’è un rapporto tra la scienza e la favola che troppi hanno dimenticato o dimenticano. Proprio questo rapporto, che è ben lontano dall’invenzione gratuita e dalla ciarlataneria di certa fantascienza oggi di moda, mi ha suggerito l’idea di scrivere un libro di favole che ho pubblicato qualche anno fa. Il libro si intitola Il ragno, il filo e la vespa e, mi creda, è l’opera mia a cui, in assoluto, tengo di più».

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