Il segreto del prigioniero 119.104

Victor_FranklIl Giornale 29 marzo 1985

 Compie ottant anni Victor Frankl, lo psicoanalista viennese scampato ai Lager

di Maurizio Blondet

Il giorno in cui, nel ’42, fu internato nel Lager nazista di Theresienstadt, il prigioniero 119.104 strinse un segreto patto con il Cielo: le sofferenze che lo aspettavano, e la stessa sua morte, avrebbero dovuto risparmiare un destino altrettanto orribile alla donna che amava.

Il Cielo non lo esaudì. Quando gli americani lo liberarono nel ’45 da Dachau. il 119.104 era uno scheletro ambulante che nei Lager aveva perduto tutto: la giovane moglie, i genitori, il fratello. Ma dalla via crucis portava un’esperienza fondamentale: aveva visto che, fra i suoi compagni di sventura, quelli che sopportavano con più equilibrio le terribili condizioni carcerarie, quelli che in definitiva avevano maggiori possibilità di sopravvivere, erano coloro che avevano uno scopo nell’esistenza: quelli che vivevano non per se, ma per qualcosa o qualcuno.

L’aveva provato anche su se stesso: quel patto con il Cielo gli aveva consentito di dare ai suoi dolori il senso d’un sacrificio, aveva dato alla sua vita un significato profondo; ciò gli aveva impedito di abbandonarsi al «mortale darsi-per-vinto» che aveva ucciso, più che la fame e il tifo, migliaia di suoi compagni. Come diceva Nietzsche: «Se sai il perché, puoi sopportare quasi ogni come».

Oggi, l’ex-internato 119.104 compie felicemente gli ottanta: è Victor Frankl, ebreo viennese, massimo tra gli psicologi viventi, un protagonista della cultura del nostro secolo. Frankl aveva 16 anni quando cominciò a intrattenere corrispondenza con Sigmund Freud, che gli pubblicò sul suo «Giornale internazionale di psicanalisi» il suo primo saggio sulle espressioni mimiche; ne aveva 21 quando, allievo di Adler, fondò a Vienna i primi centri di consulenza psichiatrica per sostenere, con terapie brevi, persone afflitte da turbe psichiche e morali.

E’ un omino di incantevole humour, che si divide tra l’Università di Vienna e quella di Chicago, dove insegna una sua propria originale teoria psicologica, la «Logoterapia». La sua celebrità negli Stati Uniti è immensa: il suo libro sull’esperienza concentrazionaria, Uno psicologo nei Lager (che è pubblicato in Italia da una minuscola casa editrice, la Ares di Milano) ha raggiunto in America il milione e mezzo di copie. Non stupirà che in Italia la fama di Frankl sia relegata fra gli specialisti: le sue idee sono proprio di quel genere che la nostra cultura «egemone», attardata su posizioni marx-freudiane o addirittura illuministe-positiviste, censura deliberatamente.

Per Frankl, infatti, la molla fondamentale dell’esistenza umana non è, come per Freud, la libido o il principio del piacere, bensì il bisogno di significato: l’esigenza di «trovare un senso e uno scopo nella vita». Per lui, gran parte delle nostre nevrosi, depressioni e angosce hanno origine non già dalla «repressione» dell’istinto sessuale, ma dall’insoddisfatto «bisogno di significato». La nostra società permissiva, dice Frankl, reprime proprio e soltanto questo bisogno: «Un tempo era tabù parlare di sesso, oggi è tabù parlare del significato della vita».

L’abuso di stupefacenti e il dilagare della violenza (magari terroristica, mascherata cioè da motivazioni ideologiche) denunciano appunto questo «vuoto» esistenziale: la droga e l’odio come surrogati maligni della «fame di significato». La stessa impotenza sessuale, l’incapacità di provare piacere che sembra colpire sempre più spesso le giovani generazioni, è dovuta — per Frankl — al fatto che, oggi, nell’amore ciascuno cerca solo se stesso (il proprio piacere) anziché l’altro, la persona amata. Invece l’uomo è felice solo quando si dimentica di sé per una persona o per una causa.

Come psichiatra, Frankl non fornisce ovviamente la formula già confezionata del senso della vita. Ma la sua logoterapia è il metodo che usa per orientare i suoi pazienti a scoprire da sé il significato — unico, irripetibile per ciascuno — della propria esistenza.

E’ una terapia esigente perché, in definitiva, fa leva sulla spiritualità. Per Frankl, l’uomo non è il mero prodotto delle condizioni sociali, né di quelle genetiche, o dei suoi impulsi istintuali: in ogni situazione, gli resta la libertà di «prendere le di­stanze», di sollevarsi al disopra di ciò che lo condiziona, la sua «salute» non è garantita dalla soddisfazione dei bisogni materiali o istintivi, bensì dal dedicarsi a qualcosa che lo superi, e persino dal sacrificarsi per quel qualcosa.

«Lei sopravvaluta l’uomo, pretende troppo da lui» è l’obiezione che Frankl si sente fare spesso da chi si avvicina alla sua dottrina psicoterapeutica. Frankl risponde, invariabilmente, con le parole di Goethe: «Se prendiamo l’uomo com’è, lo peggioriamo. Se lo consideriamo come deve essere, allora facciamo di lui quello che può diventare».

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