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Dic 10

Hiv in Europa: specie tra i gay è impennata

Gay-AidsLa Croce quotidiano, 1 dicembre 2015

Il dato è scomodissimo, si capisce, per le lobby LGBT

 di Giuseppe Brienza

In Europa non ci sono mai stati così tanti nuovi casi di Hiv come nel 2014. Lo afferma il Rapporto annuale dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms)-Europa e del Centro europeo per il controllo delle malattie (Ecdc), pubblicato in occasione della giornata mondiale sulla malattia che si tiene oggi. La data scelta per l’iniziativa è simbolica perché proprio il 1 dicembre 1981 fu diagnosticato il primo caso di Aids. Ma erano anni che, almeno in Italia, non si parlava più di questo «morbo trasversale, non confinato alle fasce più disagiate della popolazione ma pronto a colpire chiunque, compresi nomi illustri: dalla rockstar Freddy Mercury alla stella del basket Magic Johnson (miracolosamente ancora vivo) fino al pornodivo John Holmes» (Luca La Mantia, Torna l’incubo AIDS, in “In Terris”, 27 novembre 2015).

Lo studio dei due organismi internazionali ci riporta finalmente alla realtà e, per lo scorso anno, parla di 142mila nuove infezioni di Aids nei 53 paesi della regione europea dell’Oms, di cui circa 30mila nella sola Unione Europea, il numero più alto mai visto da quando è iniziato il conteggio negli anni ’80. «Dal 2005 le nuove diagnosi sono più che raddoppiate in alcuni paesi Ue, e diminuite del 25% in altri – sottolinea Andrea Ammon, direttore dell’Ecdc –, ma complessivamente l’epidemia non vede grandi cambiamenti, questo testimonia che la risposta al virus non è stata efficace nell’ultimo decennio» (cit. in Aids: in Europa mai così tanti nuovi casi, politiche fallite, “Ansa.it”, 26 novembre 2015).

Sono in aumento, segnala il Rapporto, le nuove infezioni dovute a rapporti omosessuali, che erano il 30% nel 2005 mentre ora sono il 42%, mentre quelle dovute a rapporti eterosessuali sono il 32%. Quest’ultimo è un dato in totale contraddizione a quanto ci si sta ripetendo compulsivamente nell’ultimo decennio per sdoganare l’ideologia LGBT ed i progetti di indottrinamento gender nelle scuole. E cioè che, lungi dall’essere un pericolo esclusivo per gli omosessuali, l’Aids ormai si starebbe diffondendo sempre più rapidamente anche tra gli eterosessuali facendo sempre più vittime tra donne e bambini.

Non è vero, stando ai dati del Rapporto Oms-Ecdc, che peraltro c’informa che “solo” l’11% delle infezioni avviene nella fascia tra i 15 e i 24 anni e il tasso di infezione tra gli uomini è 3,3 volte superiore rispetto a quello tra le donne.

Non è, quindi, un “preconcetto”, quello che pone in diretta correlazione l’omosessualità, specie quella maschile, e l’Aids. I rapporti omosessuali, dati alla mano, sono sempre più fonti di contagio AIDS. Marginale, invece, è divenuto l’apporto di nuove infezioni da parte di tossicodipendenti che usano droghe iniettabili, appena il 4,1%.

Sia chiaro, qui non vogliamo reiterare nessuna ghettizzazione perché, a provocare l’AIDS, sono le pratiche omosessuali e, quindi, se uno è omosessuale ma vive nella castità non si presta né porta rischi. Il dato più preoccupante di oggi, infatti, riguarda quel 25% circa degli europei infetti che non sa di esserlo e che potrebbe trasmettere il virus inconsapevolmente. Questo, per gli esperti dell’Associazione Microbiologi Clinici Italiani, è un problema grave anche perché arrivare precocemente alla diagnosi di infezione è di fondamentale importanza per potere accedere quanto prima alla terapia antiretrovirale.

Anche noi vogliamo evitare ogni discriminazione della “popolazione omosessuale”, perché in questo modo non faremmo che generalizzare. Ma il messaggio omosessualità=AIDS, come visto, almeno dal punto di vista statistico non è affatto scorretto.

Le fasce d’età più a rischio sono tutte quelle sessualmente attive e in particolare tra 30 e 39 anni e, se in passato la trasmissione era legata soprattutto alla tossicodipendenza, oggi l’84% dei contagi è dovuto a rapporti occasionali. In questo scenario, pertanto, è sempre più cruciale la realizzazione di progetti di informazione, di prevenzione, di diagnosi precoce ma anche di educazione ad una sessualità responsabile e umanamente feconda.

Altro che l’«attività di sperimentazione nell’ambito dell’orientamento sessuale» di cui blatera la “Strategia Nazionale per la prevenzione e il contrasto delle discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere 2013-2015” (a cura del Dipartimento per la pari opportunità-UNAR, Roma 2013, p. 15). Il c.d. orientamento sessuale va educato e corretto secondo la verità della persona anche per difendere le nuove generazioni dalla terribile pandemia dell’Hiv/Aids.

Riporto ad esempio una evidenza, tratta da casi clinici empiricamente osservati, che dimostrano come la predisposizione ai rapporti occasionali che sono all’origine della malattia risale propriamente a «quel tipo di omosessualità compulsiva che viene talvolta indicata come “punto di ingresso” nell’omosessualità» [Lucina Bergamaschi (a cura di), Omosessualità, perversione, attacco di panico. Aspetti teorici e tecniche di cura: il contributo di Franco De Masi, Franco Angeli editore, Milano 2007, p. 47]. Favorire o avviare i giovani alla pratica omosessuale significa condurli sull’orlo del baratro, perché diventano schiavi di quell’omosessualità compulsiva che si consuma unicamente sul versante del sesso.

Negli stessi termini, del resto, si è sempre espresso il Magistero della Chiesa e, da ultimo, lo stesso Papa Francesco che, nel messaggio inviato ai partecipanti all’8 conferenza su patogenesi, trattamento e prevenzione dell’HIV, ha raccomandato: «tutti i progressi della farmacologia, il trattamento e la ricerca siano accompagnati da un fermo impegno a promuovere lo sviluppo integrale di ogni persona come un figlio amato da Dio» (cit. in Il Papa: “Se siamo uniti, potremo sconfiggere l’AIDS”, “Zenit”, 24 luglio 2015).

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