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Dic 03

Il giusto ruolo del governo*

liberalistiStoria Libera n.3 anno II – 2016

di Ezra Taft Benson

A cura e traduzione di Maurizio Brunetti

The Proper Role of Government, «Il giusto ruolo del governo», è il titolo del più famoso dei discorsi di Ezra Taft Benson (1899-1994), segretario dell’Agricoltura nel corso dei due mandati presidenziali di Dwight David «Ike» Eisenhower (1890-1969) e, negli ultimi anni della sua vita, presidente della comunità dei mormoni (Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni). Il discorso costituisce una serrata disamina di argomentazioni anti-stataliste nel solco di una tradizione di pensiero inerente al liberalismo classico, per la quale la proprietà privata è intesa come diritto naturale e i rapporti sociali sono il risultato della spontanea coordinazione degli individui.

Agli uomini che vivono sotto i riflettori pubblici viene chiesto in continuazione di esprimere opinioni su una miriade di proposte e di progetti governativi. «Che ne pensa del TVA?» (1), «Come si pone rispetto al Medicare?» (2), «Ci dà un suo parere sull’Urban Renewal?» (3). La lista è senza fine. Troppo spesso, le risposte a questo tipo di domande sembrano dipendere più dalla popolarità dello specifico programma governativo in questione, che da argomenti fondati su solidi principi. Di rado gli uomini che ambiscono a essere popolari – e specialmente ove puntino a ricoprire un incarico pubblico – sono disposti a prendere posizione contro un piano che abbia un certo consenso.

1. L’azione del governo andrebbe fondata su solidi principi

Un accostamento del genere alle questioni politiche vitali del giorno non può che condurre verso lo scompiglio sociale e il caos legislativo. Decisioni di questa portata andrebbero prese, invece, tenendo conto di alcuni principi di base riguardanti il giusto ruolo del governo. Se i principi sono quelli giusti, potranno, allora, essere utilmente impiegati per valutare ogni proposta specifica.

«Semplice o complessa che sia una società, non è forse vero che esistono principi universali, fondativi, appellandosi ai quali si possa trovare una soluzione a ogni questione che la riguardi? Credo che, se sottoponessimo ogni situazione al semplice test “È giusto o è ingiusto?”, ci libereremmo di molte delle perplessità che così tanto ci preoccupano e ci disorientano. Il giusto e l’ingiusto, il bene e il male intesi come principi morali, non mutano, e costituiscono un criterio attendibile e appropriato, comunque complicate siano le questioni da affrontare. La domanda “è bene o è male?” riguarda ogni problema che esige una soluzione da parte nostra» (4).

Al contrario del politico opportunista, il vero uomo di Stato apprezza i principi più della popolarità, e lavora per alimentare il consenso attorno a quei principi politici che ritiene saggi e giusti.

2. Il ruolo che al governo veramente compete

Proverò a indicare per sommi capi, e in termini che siano i più chiari e concisi possibili, i principi politici in cui credo. Essi costituiscono i criteri che determinano ora – e continueranno a farlo in futuro – il mio giudizio e le mie azioni nei confronti di tutti i progetti e proposte di politica interna fatti dal governo.

«[Io credo] che i governi furono istituiti da Dio per il beneficio dell’uomo, e che egli considera gli uomini responsabili dei loro atti relativi ad essi, sia nel fare le leggi che nell’amministrarle per il bene e la sicurezza della società.

[Io credo] che nessun governo possa sussistere in pace a meno che non siano formulate e mantenute inviolate leggi tali da assicurare ad ogni individuo il libero esercizio della propria coscienza, il diritto e il controllo della proprietà e la salvaguardia della vita.

[Io credo] che tutti gli uomini siano vincolati a sostenere e ad appoggiare i rispettivi governi del paese in cui risiedono, finché sono protetti nei loro diritti innati e inalienabili dalle leggi di tali governi, e che la sedizione e la ribellione siano indegne di ogni cittadino così protetto e debbano essere punite di conseguenza; e che tutti i governi abbiano il diritto di promulgare leggi tali che, a loro giudizio, siano meglio formulate per assicurare l’interesse pubblico, considerando tuttavia sacra, allo stesso tempo, la libertà di coscienza» (5).

3. Il ruolo principale del governo

C’è accordo generale sul fatto che, se esiste una funzione del governo più importante delle altre, questa stia nel garantire i diritti e le libertà di ogni singolo cittadino. Ciò nonostante, è improbabile che si riesca a individuare con precisione le modalità con cui un governo può meglio garantirli, se prima non diamo una risposta agli interrogativi che seguono: «quali sarebbero questi diritti? e da dove scaturiscono?».

Ai tempi della Rivoluzione Americana, Thomas Paine (1737-1809) spiegava che

«[…] i diritti non sono doni che un uomo fa a un altro uomo, né che una classe di uomini fa a un’altra classe di uomini […]; per scoprire l’origine di un qualsivoglia diritto, bisogna risalire all’origine dell’uomo; ne consegue che i diritti appartengono all’uomo in virtù della sua esistenza, e devono essere perciò uguali per tutti» (6).

Il grande Thomas Jefferson (1743-1826) si domandava:

«Potranno mai essere garantite le libertà di una nazione, se si rimuove l’unico sostegno saldo su cui esse si reggono, e cioè la convinzione radicata nelle menti della gente che queste libertà sono un dono di Dio? Che esse non andranno violate se non si vorrà incorrere nella sua ira?» (7).

Partiamo dalle fondamenta della piramide e consideriamo innanzitutto l’origine di quelle libertà che, come si è compreso, sono diritti umani. Ci sono solo due possibilità: o i diritti provengono direttamente da Dio, in quanto parte di un disegno divino, oppure sono garantite dal governo, in quanto parte di un programma politico. La ragione, la necessità, la tradizione e le convinzioni religiose: tutto concorre ad ammettere che l’origine di questi diritti sia divina.

Se ammettessimo, invece, la premessa che i diritti umani sono tali in quanto garantiti dal governo, dovremmo essere anche disposti ad ammettere come corollario che esso abbia il diritto di abolirli; quanto a me, non accetterò mai tale premessa. Nel modo mirabilmente sintetico in cui si espresse l’economista francese Frédéric Bastiat (1801-1850), «[…] non è che la vita, la libertà e la proprietà esistano perché degli uomini hanno promulgato delle leggi. Piuttosto, proprio il fatto che prima esistevano la vita, la libertà e la proprietà ha spinto gli uomini a promulgare le prime leggi» (8).

4. Il vero significato del principio di separazione tra Chiesa e Stato

Sono un sostenitore della dottrina riguardante la separazione della Chiesa dallo Stato, purché la si interpreti nel modo tradizionale, cioè in modo tale che la separazione si traduca nel divieto di erigere una delle religioni a religione ufficiale dello Stato. Allo stesso tempo, mi oppongo al modo in cui al giorno d’oggi questa dottrina viene interpretata, e cioè al fatto che il governo dovrebbe astenersi da ogni e qualunque riconoscimento pubblico di Dio.

Questa tendenza odierna mette seriamente in pericolo la tesi dell’origine divina dei nostri diritti e apre uno spiraglio di cui potrà facilmente approfittare per insediarsi una futura tirannia. Immaginiamo che gli americani si convincano, un giorno, che i loro diritti e le loro libertà dipendano dalla decisione positiva di uomini e di burocrati: inevitabilmente, smetteranno di rivendicare con orgoglio il retaggio dei padri fondatori e andranno a prostrarsi dinanzi a quei padroni in cerca di favori e di elemosine, regredendo alla peggiore versione del sistema feudale dei “secoli oscuri”.

Le ispirate parole di Thomas Jefferson che troviamo nella Dichiarazione di indipendenza non andrebbero mai dimenticate:

«Noi riteniamo che sono per se stesse evidenti queste verità: che tutti gli uomini sono creati eguali; che essi sono dal Creatore dotati di certi diritti inalienabili, che tra questi diritti sono la Vita, la Libertà, e il perseguimento della Felicità; che per garantire questi diritti sono istituiti tra gli uomini governi che derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati».

Poiché Dio ha creato l’uomo con certi diritti inalienabili, e l’uomo, dal canto suo, ha creato il governo perché lo aiuti a tutelare questi diritti, ne consegue, poiché l’uomo è superiore a una propria creatura, che egli è superiore al governo e che dovrà continuare a esercitare una signoria su di esso; non vale certo il viceversa. Anche un non credente può comprendere e ammettere la logica di questa relazione.

5. L’origine del potere di governare

Lasciando da parte, per il momento, la questione dell’origine divina dei diritti, è ovvio che, grossomodo, il governo non sia altro che un gruppo relativamente piccolo di cittadini ingaggiati, per così dire, da tutti gli altri per accollarsi determinate responsabilità comuni e per assolvere funzioni per le quali vengono espressamente autorizzati. È facile convincersi, allora, che, di per sé, il governo non abbia, in realtà, alcun potere o privilegio connaturato.

La sola fonte dell’autorità e del potere che esso esercita proviene dal popolo che lo ha creato. Ciò viene detto chiaramente proprio nel Preambolo alla Costituzione degli Stati Uniti, che recita: «NOI, IL POPOLO […] decretiamo e stabiliamo questa Costituzione per gli Stati Uniti d’America» (9). La cosa importante da tener presente è che il popolo, quando crea il proprio organo di governo, può cedergli solo quei poteri che lui stesso, in primo luogo, possiede. Sicché tutta la questione si riduce a questo: quali poteri appartengono propriamente al singolo in assenza o in precedenza dell’istituzione di una qualche forma organizzata di governo? È questa una domanda solo teorica? Può darsi! Tuttavia, rispondervi è fondamentale per la comprensione di quali principi individuino le funzioni proprie di un governo.

Naturalmente, come disse James Madison (1751- 1836), talvolta definito “il padre della Costituzione”: «Se gli uomini fossero angeli non occorrerebbe alcun governo. Se fossero gli angeli a governare gli uomini, ogni controllo esterno o interno sul governo diverrebbe superfluo» (10).

6. I diritti di natura

In uno stato primitivo, non c’è dubbio che ogni uomo sarebbe giustificato se ricorresse, ove necessario, all’uso della forza per difendere se stesso da un’aggressione fisica, da un ladro che voglia portar via i frutti del suo lavoro, o da qualcuno che intenda ridurlo in schiavitù. Bastiat ha spiegato bene questo concetto:

«Ciascuno di noi ha un diritto naturale, dato da Dio, di difendere la sua persona, la sua libertà, la sua proprietà, poiché questi sono i tre elementi costitutivi della vita, e la salvaguardia di uno di essi dipende completamente da quella delle altre due. Infatti, cosa sono le nostre facoltà se non un’estensione della nostra personalità? E che cos’è la proprietà se non un’estensione delle nostre facoltà?» (11).

E, infatti, i primi pionieri si ritrovarono a impiegare una buona quantità del loro tempo e delle loro energie su tutti e tre questi fronti – difendere se stessi, i propri beni e la propria libertà – vivendo in quello che, giustamente, veniva chiamato l’“Ovest senza legge”. Se voleva fare fortuna, però, un uomo non poteva certo passare ogni attimo della giornata a proteggere la propria famiglia, il suo campo e la sua proprietà dalle aggressioni e dai furti. Ecco perché ci si mise presto d’accordo con i propri vicini nell’assumere uno sceriffo. È in questo preciso istante che l’organo di governo nasce. Il singolo cittadino delega allo sceriffo il sacrosanto diritto di proteggere lui stesso e i propri beni. Lo sceriffo, a questo punto, si limita a fare, per quelli che lo hanno assunto, solo quanto costoro avevano già loro stessi il diritto di fare, nulla di più.

Citando nuovamente Bastiat:

«Se ogni uomo ha il diritto di difendere, anche con la forza, la sua persona, la sua libertà e la sua proprietà, un gruppo di uomini ha il diritto di stipulare intese, di organizzare una forza comune per difendere questi diritti in ogni istante. Così, il principio del diritto collettivo trova la sua ragion d’essere e la sua legittimità nel diritto individuale» (12).

Fin qui, tutti d’accordo. Ma ci avviciniamo al punto decisivo. Supponiamo che il pioniere “A” desideri un altro cavallo per trainare il suo carro. Non ha il denaro per acquistarlo, tuttavia, poiché il pioniere “B” ne ha uno in più, si convince di avere il diritto di approfittare della migliore fortuna del suo prossimo. Ha forse il diritto di prendersi il cavallo del suo prossimo? Ovviamente no! Se questi volesse donarglielo, o anche solo prestarglielo, sarebbe un altro paio di maniche. Ma, nella misura in cui il pioniere “B” voglia tenersi ciò che gli appartiene, il pioniere “A” non ha alcun diritto di reclamarlo. Se, dunque, “A” non ha il potere di prendersi ciò che appartiene a “B”, potrà mai delegare allo sceriffo un tale potere? No.

Se pure l’intera comunità desiderasse che “B” ceda il cavallo che ha in più ad “A”, essi non hanno alcun potere, né individuale né collettivo per obbligarlo a rinunciarvi. Né potrebbero delegare ad altri un potere che loro stessi non posseggono.

John Locke (1632-1704) aveva capito e spiegato questo principio circa trecento anni or sono: «nessuno può trasferire ad un altro più potere di quanto non abbia per sé; e nessuno ha un potere assoluto e arbitrario su se stesso o su altri, tale da distruggere la sua vita o portar via ad altri la vita o la proprietà» (13).

7. Gli ambiti propri del governo

Per ciò che si è appena detto, il governo rispetta il suo ruolo solo quando si mantiene entro quelle sfere di attività nelle quali il singolo cittadino ha il diritto di agire. Se i suoi giusti poteri gli derivano dai governati, il governo diventa primariamente un apparato per la difesa contro le aggressioni fisiche, il furto e l’asservimento non volontario. Quindi esso non può rivendicare per sé il diritto di ridistribuire la ricchezza o imporre con la forza al cittadino riluttante di compiere atti di carità se questi non lo vuole. Il potere di governare è creato dall’uomo.

Nessun uomo possiede un tale potere da poterlo delegare. La creatura non è superiore al proprio creatore. In termini generali, dunque, gli ambiti propri del governo includono attività di carattere difensivo come il provvedere al mantenimento di una forza militare nazionale e di forze di polizia locale che compiono, infatti, operazioni di tutela contro la perdita della vita, la perdita della proprietà e la perdita della libertà minacciata da despoti stranieri o da criminali entro i confini della patria.

8. I poteri di un governo che rispetti la propria natura

Negli ambiti propri del governo troviamo, di conseguenza, anche quei poteri che sono accessori alle funzioni di carattere protettivo, come

  • il mantenimento di corti dove possano essere processati coloro che vengono incolpati di aver commesso reati e dove le controversie tra cittadini possano essere imparzialmente risolte;
  • l’istituzione di un sistema monetario e di uno standard di pesi e misure in modo che le corti stesse possano emettere sanzioni di carattere pecuniario, le autorità tributarie possano imporre tasse, e i cittadini possano avere standard condivisi da usare per i propri scambi commerciali.

La Costituzione dell’Alabama, nell’articolo che segue, descrive in sintesi e con esattezza il mio atteggiamento e il mio modo di pensare circa l’organo di governo: «l’unico oggetto e il solo fine legittimo del governo consiste nel proteggere il cittadino nel godimento dei beni della vita, della libertà e della proprietà, ogni altra funzione assunta dal governo si traduce sempre in usurpazione e oppressione» (14).

Un criterio importante che mi aiuta spesso a formulare giudizi su un determinato atto del governo è il seguente: se dipendesse da me come individuo punire il mio prossimo per aver violato una certa legge, il farlo andrebbe forse contro la mia coscienza? Se questo è il caso, dato che la mia coscienza non mi autorizzerebbe mai a punire fisicamente il tizio in questione, a meno che questi non abbia fatto qualcosa di male, oppure abbia omesso di fare qualcosa che avevo il diritto morale di pretendere da lui, non darò mai intenzionalmente al mio agente, il governo, il mandato di farlo. Io sono ben consapevole del fatto che, dando il mio consenso all’approvazione di una legge, io do istruzioni specifiche alla polizia – cioè al governo – perché si prenda o la vita, o la libertà o la proprietà di chi non rispetterà quella legge.

Di più, do anche loro mandato di usare ogni mezzo necessario per vincere l’eventuale resistenza all’applicazione di quella legge, non esclusi quelli di giustiziare il trasgressore o di mandarlo in prigione. Sono misure estreme, senza dubbio, ma l’alternativa al non far rispettare le leggi è l’anarchia.

Lo spiegò John Locke molti anni fa:

«Il fine della legge non è di sopprimere o limitare la libertà, ma di conservarla e ampliarla; infatti in tutte le condizioni in cui possono trovarsi gli esseri creati capaci di legge, dove non c’è legge, non c’è libertà. Libertà significa infatti essere liberi dal vincolo e dalla violenza degli altri, ciò che non può darsi laddove non c’è legge; ma la libertà non è, come si è detto, la libertà per ciascuno di fare ciò che gli pare (chi potrebbe essere libero, se il capriccio di chiunque potesse dominarlo?) bensì la libertà di disporre e regolare, come gli pare, la sua persona, le sue azioni, i suoi possessi e la sua intera proprietà entro i limiti consentiti dalle leggi cui è soggetto e in cui non sottostà alla volontà arbitraria di un altro ma segue liberamente la propria» (15).

Sono convinto che noi americani, prima di dare il nostro appoggio al piano di intervento governativo di turno, dovremmo procedere con estrema cautela. Rendiamoci pienamente conto che il governo non è un giocattolo. Ammoniva George Washington (1732-1799): «il governo non è ragione, non è eloquenza, è soprattutto costrizione! Come il fuoco, è un servitore pericoloso e un padrone di cui aver paura» (16). Si tratta di uno strumento di costrizione e, a meno che la nostra coscienza non sia tranquilla al punto che non esiteremmo a mettere un uomo che non ha rispettato una determinata legge a morte, o a mandarlo in prigione, o a privarlo forzosamente di ciò che possiede, a quella legge noi dovremmo opporci.

9. La Costituzione degli Stati Uniti

Un altro metro di giudizio che mi è utile per giudicare quale legge sia buona e quale sia cattiva è la Costituzione degli Stati Uniti. Dal mio punto di vista, questo documento ispirato è un accordo solenne fra i cittadini di questa nazione cui ogni uomo con mansioni di governo ha il sacro dovere di sottostare. Washington lo espose in maniera veramente chiara nel suo imperituro “Discorso di addio”:

«Il diritto del popolo di emanare e di alterare le costituzioni del loro governo è il fondamento dei nostri sistemi politici. Tuttavia la costituzione cui fare sempre riferimento, fino a quando non verrà cambiata tramite un atto esplicito e autentico dell’intero popolo, ha un carattere sacro e vincolante sopra tutto. Nel suo senso autentico, l’idea di un potere e di un diritto del popolo di istituire un governo, presuppone l’obbligo di ogni individuo di ubbidire al governo da lui istituito» (17).

Il fatto che gran parte delle attività legittime di governo si svolga a livello locale o quantomeno del singolo Stato dell’Unione è una verità prevista dalla Costituzione e che ritengo particolarmente importante. Del resto, è il solo modo, questo, per rendere effettivo il principio di “auto-governo”.

Prima che la Costituzione venisse ratificata, James Madison disse: «tutti i nostri esperimenti politici [si baseranno] sulla capacità di autogoverno dell’umanità» (18). È interessante l’osservazione di Thomas Jefferson che segue: «si dice talora che non si può aver fiducia di un uomo che si governi da solo. Forse che si può aver fiducia di lui quando siano altri a governarlo? O abbiamo scoperto che a governarlo siano angeli che hanno assunto la forma di sovrani? Lasciamo che sia la storia a rispondere» (19).

10. Il valore del governo locale

Che ogni compito debba essere intrapreso al minimo dei livelli possibili è un principio irrinunciabile. Viene prima la comunità locale o la città. Se la città non riesce a risolvere il problema, ci pensi la regione. Altrimenti intervenga lo Stato locale. Lo Stato federale, che si trova a un livello superiore a tutti quelli precedentemente nominati, dovrà prendere provvedimenti solo quando nessuna delle unità di livello inferiore riesce a venirne a capo.

Si tratta di una mera applicazione al campo della politica di un principio saggio e collaudato nel tempo: non chiedere mai a un gruppo di fare qualcosa se ve n’è un altro più piccolo che possa farlo al suo posto. E, in materia di decisioni di governo, più piccola è l’unità decisionale, più questa è vicina al popolo, più è facile fargli da guida e riscuotere da lui quanto è dovuto, più è facile preservare la libertà di ognuno. Thomas Jefferson, che aveva capito bene questo principio, lo spiegava così:

«Il mezzo per avere un governo buono e fidato non sta nell’affidare ad un nuovo organo tutto il potere, ma nel dividerlo fra molti, distribuendo a ciascuno esattamente le funzioni che è in grado di assolvere. Che al governo nazionale siano affidate la difesa della nazione e le relazioni estere e federali; ai governi degli Stati le leggi, i diritti politici, la polizia e l’amministrazione di quanto concerne lo Stato nel suo complesso; alle contee le materie di interesse locale al livello della contea ed a ciascuno comunità minore gli affari che la interessano direttamente. È dividendo e suddividendo i problemi della cosa pubblica, partendo dall’ambito nazionale e arrivando, gradino dopo gradino, alle sue articolazioni più locali, finché si giunga all’amministrazione da parte di ciascun individuo della propria fattoria, attribuendo ad ognuno la direzione di ciò che il suo occhio riesce a sorvegliare direttamente. Che cosa è stato a distruggere la libertà e i diritti dell’uomo in ogni forma di governo esistita sotto il sole? L’estendere ed il concentrare tutti i poteri e tutte le attribuzioni in un solo corpo» (20).

Sarà opportuno ricordare sempre che sono gli Stati di questa Repubblica ad aver creato lo Stato federale. Non è stato, al contrario, lo Stato federale ad aver creato gli Stati locali.

11. Le cose che il governo NON dovrebbe fare

Vi è tutta una categoria di attività compiute dal governo che non solo necessita di essere esaminata minuziosamente, ma che, addirittura, è in grado di mettere in grave pericolo la libertà di cui abbiamo goduto finora: è il genere di attività che NON rientra nella sfera propria del governo. Programmi di tipo assistenziale, direttive per ridistribuire la ricchezza e prassi che obblighino le persone ad agire in accordo a un codice prestabilito di pianificazione sociale: tutte cose che, per essere messe in atto, presuppongono poteri che nessuno può mai aver concesso al governo.

Anche in questo caso, esiste un semplice test. Ho personalmente il diritto di usare la forza col mio prossimo per ottenere questo risultato? Se posseggo un tale diritto, allora potrei, eventualmente, delegare tale potere al governo che lo eserciti su mio mandato. Se invece non ho quel diritto come individuo, a maggior ragione non posso delegarlo al governo e non posso chiedere al governo che agisca per mio conto.

Di sicuro vi sono casi in cui il principio secondo il quale il governo non debba operare oltre i limiti propri del suo ruolo dà luogo a inconvenienti assai spiacevoli. Magari io potessi solo un poco forzare l’ignorante a istruirsi e il ricco egoista a essere generoso! Se, però, in concreto, permetto al governo di fabbricarsi da solo l’autorità che esercita e di auto-munirsi di poteri che il popolo non gli ha delegato, allora la creatura supererà il creatore e ne diventerà il padrone. Oltre quel punto, dove andrà tracciata la linea da non superare? Chi potrà dire “fin qui, bene, ma non oltre”? Quale chiaro principio terrà a bada la mano del governo, impedendogli di intromettersi e invadere ogni giorno di più la sfera della nostra vita quotidiana?

Non dovremmo dimenticare mai le sagge parole del presidente Grover Cleveland (1837-1908) secondo cui «[…] sebbene il popolo mantenga il governo, mai il governo dovrebbe mantenere il popolo» (21). Dovremmo, poi, anche tener presente, ce l’ha ricordato Frédéric Bastiat, che nulla «[…] entra nel tesoro pubblico in favore di un cittadino o di una classe, se non ciò che gli altri cittadini e le altre classi sono costretti a mettervi» (22).

12. Il confine tra un governo che opera entro i propri limiti e uno che non lo fa

Più di un secolo fa, Bastiat notava che vi è una linea di confine, superata la quale il governo diventa uno strumento al servizio di ciò che lui chiamava, molto a proposito, spoliazione legale: ciò avviene quando, non limitandosi più a un ruolo solo protettivo e, per quanto possibile, “di assenza”, il governo si assume anche il compito prevaricatore di ridistribuire la ricchezza e di fornire benefits ad alcune categorie di cittadini.

In questo caso, il governo diviene una leva di accesso a un potere senza limiti cui ambiscono individui senza scrupoli e gruppi di pressione, ognuno desideroso di impadronirsi del controllo della macchina per gonfiare il proprio portafogli o per favorire – col denaro degli altri, si intende – i propri enti di beneficenza prediletti.

13. La natura della spoliazione legale

Ecco, con le parole di Bastiat, le caratteristiche di questa “spoliazione legale”:

«Quando una porzione di ricchezza passa, senza consenso né risarcimento, da chi la detiene a colui che non la possedeva – che ciò avvenga con la forza o avvenga con l’inganno – io dico che vi è un attentato alla proprietà, che vi è spoliazione» (23).

«Come riconoscere la spoliazione legale? Semplice: occorre esaminare se la legge prende agli uni ciò che loro appartiene per dare agli altri ciò che loro non appartiene. Occorre esaminare se la legge compie a profitto di un cittadino e a detrimento di un altro un atto che quel cittadino non potrebbe compiere egli stesso senza delitto» (24).

Come dunque Bastiat osservava, e la storia ha dimostrato, ogni singolo gruppo di interesse e ogni classe entra in competizione con gli altri gruppi e con le altre classi al fine di spostare la leva del potere di governo a proprio vantaggio o, quantomeno, per difendersi dalle conseguenze di una mossa precedente. Se gli operai ottengono il salario minimo garantito, l’agricoltura chiede una politica di supporto ai prezzi. Se i consumatori chiedono il controllo dei prezzi, l’industria chiede barriere protezionistiche. Alla fine nessuno ne risulta granché avvantaggiato, e tutti patiscono il carico di un gigantesco apparato burocratico nonché la perdita della libertà personale. Alla fine, ogni gruppo preme per avere la sua fetta del malloppo e i governi – è storia – si trovano completamente trasformati in Stati assistenziali.

Una volta che il processo sia iniziato, una volta che il principio secondo cui un governo deve limitarsi alle funzioni protettive ceda il passo dinanzi a velleità redistributive e aggressive, si mette in moto una macchina che conduce la nazione verso il totalitarismo. «Infatti», osserva correttamente Bastiat, «non si potrebbe immaginare di introdurre nel seno della società un male più grande di questo: trasformare la legge in uno strumento di spoliazione» (25).

14. Il governo non può produrre la ricchezza

Chi ha studiato la storia sa che nessun governo, nella storia dell’umanità, è mai riuscito a produrre alcuna ricchezza. A riuscirci sono le persone, lavorando. James R. Evans, nel suo ispirato volume The Glorious Quest, illustrava la spoliazione legalizzata con il semplice esempio che segue:

«Supponiamo, per esempio, di essere agricoltori e di ricevere una lettera del governo che ci annunci l’arrivo per quest’anno di un contributo di mille dollari per aver arato i campi. Immaginiamo, però, anche che, in questa lettera, ci sia scritto che il denaro non ci arriverà nel modo consueto: bisognerà presentarsi con questa lettera a casa di Bill Brown, all’indirizzo riportato, e farsi dare da lui 69,71 dollari, poi farsene dare 82,47 da Henry Jones, 59,80 da Bill Smith e così via fino in fondo alla lista; supponiamo, insomma, che ad alcuni uomini particolari tocchi pagare il sussidio che ci spetta per la fattoria. Né voi, né io, né il 99% degli agricoltori andremmo mai a bussare alla porta delle persone, a tendere loro la mano, per poi dire: “io non ho guadagnato ancora niente. Dammi, allora, parte di quello che hai già guadagnato tu”. Semplicemente, non lo faremmo perché sarebbe una violazione bella e buona di una legge morale: “tu non ruberai”. In breve, sentiremmo la responsabilità e il peso delle nostre azioni» (26).

L’energia creativa di questa nazione eletta, lasciata libera, «[…] è arrivata a creare, nell’arco di soli 160 anni, più del 50% dei prodotti e dei beni di tutto il mondo. L’unica imperfezione del sistema è l’imperfezione che è insita nell’uomo stesso» (27).

L’ultimo paragrafo di questo libro – che io raccomando a tutti – recita: «nessuno storico del futuro potrà mai sostenere che le idee di libertà individuale messe in pratica negli Stati Uniti d’America abbiano fatto fiasco. Al massimo, potrebbe, eventualmente, trovare materia per dimostrare che noi non ne siamo stati all’altezza» (28).

15. L’errore fondamentale del marxismo

Secondo la dottrina marxista, per un essere umano è l’aspetto economico a venire prima di tutto. In altre parole è il suo benessere materiale la cosa più importante; mentre la vita privata e la sua libertà hanno una rilevanza certamente secondaria. La Costituzione sovietica fa trapelare la filosofia soggiacente nell’enfasi posta sulla sicurezza: il cibo, il vestiario, l’alloggio, l’assistenza medica – quasi si trattasse di amministrare una prigione. Il concetto base è che il governo sia responsabile in maniera assoluta del benessere delle persone. Per assolvere questo dovere, deve assumere il pieno controllo di ogni loro attività.

È significativo che, ai giorni nostri, il popolo russo, di tutti i diritti “garantiti” dalla Costituzione, ne goda in realtà pochissimi; al contrario, il popolo americano ne gode in misura abbondante, anche se la Costituzione non li garantisce. La ragione di ciò sta nel fatto che, nella realtà, nessun governo potrà mai garantire né vantaggi materiali né la sicurezza economica che sono, invece, il risultato e il premio del duro lavoro, come pure di una produzione efficiente e laboriosa.

Se delle persone non infornano almeno una pagnotta per ogni cittadino, il governo non potrà mai garantire che ciascuno abbia una pagnotta da mangiare. Si potranno, certo, ratificare costituzioni, approvare leggi ed emanare sovrani decreti, ma il pane potrà essere distribuito solo a patto che qualcuno lo produca.

16. La vera causa della prosperità americana

Si può sapere, allora, come mai gli americani infornano più pane, fabbricano più scarpe e costruiscono più televisori di quanto riescano a fare i russi? Semplice: ci riescono esattamente perché il nostro governo non garantisce che vengano fatte tutte queste cose. Se lo facesse, ci sarebbero tante di quelle imposte aggiuntive, e controlli, e regolamenti, e maneggi politici che quel genio produttivo che è l’America scenderebbe ben presto allo stato malconcio di inefficienza e di spreco che si riscontra al di là della Cortina di Ferro.

Come spiegava Henry David Thoreau (1817-1869):

«Questo governo non ha mai favorito di sua iniziativa alcuna attività, se non decidendo di togliersi di torno il più rapidamente possibile. Non è lui che mantiene il paese libero. Non è lui che insedia i coloni nel West. Non è lui che educa. È stato il carattere insito nel popolo americano a compiere tutto ciò che è stato realizzato; e ancor di più sarebbe stato fatto, se il governo non si fosse talvolta messo in mezzo. Perché il governo è solo una trovata per far sì che gli individui riescano più facilmente a non importunarsi l’un l’altro; e, come è stato detto, il governo raggiungerà tanto meglio questo obiettivo quanto più i governati siano lasciati liberi e indisturbati» (29).

Nel 1801, il presidente Thomas Jefferson, nel suo primo discorso inaugurale, disse:

«Con tutte queste benedizioni, che cos’altro ci manca per essere un popolo felice e prospero? Una cosa ancora – o concittadini – un governo saggio e frugale, che impedisca agli uomini di arrecarsi danno l’un l’altro, che li lasci per il resto liberi di regolare la loro attività e la loro ricerca di progresso e che non tolga al lavoratore il pane che si è guadagnato» (30).

17. Una formula per la prosperità

Il principio dietro questo modo americano di pensare può essere ridotto a una formula piuttosto semplice che riportiamo di seguito.

  1. L’agiatezza economica per tutti è possibile solo se l’abbondanza è diffusa.
  2. L’abbondanza è impossibile senza una produzione efficiente e operosa.
  3. Una tale produzione è impossibile senza un lavoro che sia energico, volitivo e appassionato.
  4. Questo tipo di lavoro si ottiene solamente tramite incentivi.
  5. Di tutte le forme di incentivi, quello che sprona in maniera più efficace la maggior parte delle persone è la libertà di conseguire una ricompensa per il proprio lavoro; chiamato talvolta il motore del profitto, esso consiste semplicemente nel diritto di poter prefissare, guadagnare e, infine, godere i frutti del proprio lavoro.
  6. Il motore del profitto diminuisce il suo potenziale nella misura in cui controlli governativi, regolamenti e tasse aumentano e negano a quelli che producono i frutti del loro successo.
  7. Ecco perché ogni tentativo di ridistribuire i guadagni materiali del lavoro tramite interventi da parte del governo non può, alla fine, che portare alla distruzione della base produttiva della società, senza la quale un’abbondanza e un’agiatezza che non sia ristretta alla classe dirigente è pressoché impossibile.

18. Che cosa può comportare il non tener conto di questi principi

Abbiamo dinanzi a noi un triste esempio di ciò che accade a una nazione che non tenga conto di questi principi. Dan Smoot (1913-2003), un ex-agente del Federal Bureau of Investigation (FBI), ne parlò succintamente nel suo programma radiofonico, la trasmissione no. 649 in onda il 29 gennaio 1968:

«L’Inghilterra è stata assassinata da un’idea: l’idea che l’indolente, il debole e il dissoluto possano vivere alle spalle del forte, dell’industrioso e del parsimonioso – al punto che coloro che le tasse le consumano abbiano standard di vita paragonabili a quelli di coloro che le tasse le pagano; l’idea che il governo esista al fine di sottrarre a coloro che lavorano il frutto delle loro fatiche per darlo a coloro che non lavorano. Il cannibalismo sociale ed economico che scaturisce da questa idea social-comunista distruggerà ogni società che vorrà adottarla e aggrapparsi ad essa come a un pilastro fondamentale. Ripeto: ogni società».

19. Il potere della vera libertà contro l’interferenza di un governo non limitato

Il pensiero che segue è tratto dal libro La ricchezza delle nazioni, scritto circa duecento anni fa da Adam Smith (1723- 1790), scozzese, che aveva molto bene compreso questi principi:

«Lo sforzo naturale di ogni individuo per migliorare la sua condizione, quando lo si lascia agire con libertà e sicurezza, è un principio così potente che da solo, e senza nessun aiuto, è non solo capace di condurre la società alla ricchezza e alla prosperità, ma anche di superare i cento inconsulti ostacoli con cui la follia della leggi umane troppo spesso intralcia la sua azione; anche se l’effetto di questi ostacoli è sempre, in misura più o meno grande, quello di incidere sulla sua libertà o di diminuire la sua sicurezza» (31).

20. Ma, allora, che fare per i bisognosi?

A primo acchito, questo approccio potrebbe sembrare spietato e insensibile ai bisogni degli individui meno fortunati che esistono in ogni società, non importa quanto opulenta. “Come ci comportiamo, allora, nei confronti del disabile, del malato e dell’indigente?” è un quesito che si sente spesso formulare. Gran parte degli altri Paesi nel mondo hanno provato a usare il potere del governo per venire incontro a quei bisogni. Eppure, in ogni caso, il miglioramento, quando c’è stato, è risultato marginale e, alla lunga, ha finito per creare più indigenza, più povertà e, certamente, meno libertà di quanto ne esisteva prima dell’intervento del governo.

Come scrisse Henry Grady Weaver (1889-1949) nel suo eccellente The Mainspring of Human Progress, «La molla principale del progresso umano»:

«Molti dei peggiori mali nel mondo sono causati da persone che, pur bene intenzionate, non valorizzano il principio della libertà individuale, a meno che non sia applicato a loro stesse; persone zelanti fino all’ossessione col pallino di elevare l’umanità delle masse applicando teorie tutte personali. […] Il male fatto da criminali comuni, assassini, gangster e ladri è trascurabile rispetto alla sofferenza estrema inflitta agli esseri umani da questi “buoni di professione” che, neanche fossero divinità sulla terra, ambiscono a porsi sull’alto di piedistalli da cui imporre spietatamente la loro visione del mondo agli altri, forti della granitica convinzione che il fine giustifica i mezzi» (32).

21 Una via migliore

Per contro, l’America ha tradizionalmente accolto il suggerimento di Jefferson di fare affidamento, piuttosto, sulla carità e sull’azione individuale. Il risultato premia questa scelta: gli Stati Uniti sono il paese col il minor numero di casi di effettiva indigenza rispetto a quelli del mondo intero, nel presente come nel passato. Persino ai tempi della Grande Depressione degli anni 1930, gli americani mangiavano e vivevano meglio di quanto sia concesso alla maggior parte dei popoli al giorno d’oggi.

22. Che cosa c’è di sbagliato nel socialismo “morbido”

In risposta a chi sostiene che un po’ di socialismo non guasti a patto che non si spinga troppo in là, si sarebbe tentati di dire che, alla stessa maniera, subire un furto o avere un cancro, a patto che siano di piccole dimensioni, non faccia che bene! La storia dimostra che è difficile stimare esattamente il tasso di crescita dello Stato assistenziale fino a quando non si manifesti nella sua completa fioritura, cioè come Stato totalitario.

Speriamo comunque che, al presente stato di cose, questo processo possa essere fermato e la sua direzione invertita. In caso contrario, l’avvento del socialismo nel nostro Paese sarà inevitabile e accadrà entro questa generazione.

23. Tre ragioni per cui non è detto che l’America abbocchi all’esca del socialismo

Tre fattori potrebbero fare la differenza. Primo, da noi esiste un’adeguata conoscenza storica dei fallimenti del socialismo e degli errori passati delle società che l’hanno adottato. Secondo, i mezzi di comunicazione sono oggi sufficientemente veloci per trasmettere queste lezioni della storia a una parte cospicua e non illetterata di popolo. Terzo, il numero di uomini e donne che alacremente lavorano, a costo di personali sacrifici, perché questi concetti vengano sempre meglio compresi e diffusi, è in aumento. Col tempo, l’operare congiunto di questi tre fattori ci permetterà di invertire questo processo

24. Come far cambiare direzione all’attuale tendenza verso il socialismo

Questo ci porta a ulteriori domande: come sarà possibile eliminare i non pochi connotati da Stato assistenziale che il nostro Stato ha assunto e che, come cellule cancerogene, hanno attecchito nel corpo sociale? Non sarà già necessaria una drastica operazione chirurgica? E potrà questa essere eseguita senza mettere in pericolo la vita del paziente?

Rispondendo sinceramente; è scontato che misure drastiche non potranno essere evitate. Compromessi e mezze misure non basteranno. Come per ogni altra operazione chirurgica, non mancheranno disagi e, forse, anche cicatrici destinate a perdurare. Ma si dovrà agire al più presto se si vuole salvare il paziente e senza rischi eccessivi. È ovvio che l’eliminare in un colpo solo tutti i programmi assistenziali attualmente in vigore causerebbe un tremendo sconvolgimento economico e sociale. Se si provasse a farlo sarebbe come se, assumendo il controllo di un aereo dirottato, si volesse farlo tornare indietro semplicemente spegnendo i motori. L’aereo va fatto virare, l’altitudine di volo diminuita, la velocità progressivamente ridotta, per poi tentare un atterraggio morbido.

Tradotto in pratica, questo significa che il primo passo verso il ripristino di un governo limitato consiste nel congelare al loro livello attuale tutti i programmi assistenziali in atto, stando attenti che non se ne aggiungano di nuovi. Il passo successivo è attendere la scadenza di ognuno di essi, impedendo, senza eccezioni, un loro rinnovo. Il terzo passo corrisponde alla graduale eliminazione di quei programmi per i quali non era prevista una durata a termine.

Secondo me, basterebbero dieci anni per avviare gran parte del processo di transizione e venti per portarlo a termine. Questo programma di fuoriuscita graduale dovrebbe innanzitutto essere proposto e approvato dal Congresso, e il presidente agirebbe di conseguenza in quanto capo del potere esecutivo in accordo con le tradizionali procedure costituzionali.

25. Ricapitolando

Un modo per riassumere ciò che ho cercato di esporre, consiste nel mettere a fuoco la relazione strutturale che esiste fra i sei concetti cardine che hanno fatto dell’America una nazione invidiata in tutto il mondo. Ho fatto riferimento all’origine divina dei diritti; al governo limitato; ai pilastri della libertà economica e alla libertà personale, che portano con sé l’abbondanza; seguita dalla sicurezza e dal perseguimento della felicità.

L’America è stata costruita su solide fondamenta ed è sorta in un arco di molti anni dal basso verso l’alto. Altre nazioni, impazienti di procurarsi un’eguale abbondanza, sicurezza e perseguimento della felicità, puntano in maniera precipitosa alla fase finale della costruzione senza munirsi di fondamenta o di pilastri di supporto adeguati. Sono sforzi inutili. Anche nel nostro paese, vi sono quelli che pensano che, siccome siamo riusciti a conseguire tutti i successi materiali che nella vita si possono desiderare, ci possiamo ormai permettere di fare a meno delle fondamenta che li hanno resi possibili. E, così, vogliono rimuovere dalle istituzioni di governo ogni riconoscimento pubblico di Dio. Vogliono espandere oltre ogni limite la portata e il raggio d’azione del governo, la qual cosa minerà, corrodendole, la libertà personale e quella economica. La nostra abbondanza, l’esistenza libera da preoccupazioni, di cui godiamo come se fosse una cosa scontata, rischiano seriamente di venire annientate da questi sperimentatori insensati e da uomini a caccia di potere.

Per grazia di Dio e col Suo aiuto, innalzeremo attorno alle fondamenta della nostra libertà bastioni che costoro non potranno oltrepassare; dopodiché sarà nostro compito porre finalmente mano al restauro e alla ricostruzione.

In conclusione, presenterò, ora, una dichiarazione di principi come è stata di recente stilata da alcuni americani – veri amanti della patria – e che io con tutto il cuore sottoscrivo.

26 Quindici principi per un governo virtuoso che rispetti il suo vero ruolo

Come “americano indipendente” (33) favorevole a un governo rispettoso della Costituzione, dichiaro quanto segue:

1. Io credo che nessun popolo possa preservare la propria libertà, a meno che le sue istituzioni non siano fondate sulla fede in Dio e nell’esistenza di una legge morale.

2. Io credo che Dio, come è anche scritto nella Dichiarazione di Indipendenza, abbia investito l’uomo di alcuni diritti inalienabili che nessuna assemblea legislativa né alcuna maggioranza, per quanto grande, potrà di fatto sminuire o annientare; altresì credo che la sola funzione del governo consista nel proteggere la vita, la libertà e la proprietà; il di più si traduce in usurpazione e oppressione.

3. Io credo che la Costituzione degli Stati Uniti sia stata pensata e approvata da uomini che hanno agito ispirati da Dio Onnipotente; che essa sia un patto solenne tra i popoli degli Stati di questa nazione, cui tutti i rappresentanti del governo debbano rispetto e obbedienza; che la libertà individuale è destinata a perire se non si rimarrà fedeli alle eterni leggi morali ivi espresse.

4. Io credo che ogni volta che il governo privi un individuo o della vita, o della libertà, o della proprietà la Costituzione venga violata, a meno che non lo si faccia al fine:

a. di punire un crimine o provvedere all’amministrazione della giustizia;

b. di proteggere il diritto o il possesso della proprietà privata;

c. di condurre una campagna militare difensiva o, comunque, di provvedere alla difesa della nazione;

d. di esigere la giusta contropartita – perché si possa adempiere alle funzioni sopra elencate – da chiunque usufruisca della protezione del governo.

5. Io sostengo che la Costituzione neghi al governo il potere di sottrarre all’individuo la vita, la sua libertà, o la sua proprietà, se non quando ciò non sia in accordo con la legge morale; che la stessa legge morale che obbliga l’uomo quando agisce da solo sia allo stesso modo applicabile quando egli agisce in concerto con altri; che nessun cittadino – o gruppo di cittadini – abbia alcun diritto di comandare a chi agisce per suo conto, il governo, di compiere atti che sarebbero cattivi, o semplicemente offensivi per la coscienza, se compiuti individualmente al di fuori dell’iniziativa di governo.

6. Affermo risolutamente che in nessuna circostanza si potranno calpestare le libertà garantite dal Bill of Rights (34). In particolare, mi opporrò a ogni tentativo da parte del governo federale di negare ai cittadini il loro diritto di portare armi, di pregare e di rendere culto dove e quando lo ritengano più opportuno, e di essere titolari e avere il pieno controllo della proprietà privata.

7. Ritengo che sia in corso una guerra che ci vede schierati contro il comunismo internazionale, il quale si adopera per distruggere il nostro governo, il nostro diritto di proprietà e la nostra libertà; inoltre ritengo che prestare soccorso e assistenza a questo nemico implacabile sia, nel senso definito dalla Costituzione, tradimento.

8. Mi oppongo e mi opporrò sempre a ogni forma, parziale o totale, di socialismo; inoltre, giudico un’usurpazione incostituzionale del potere e una negazione del diritto di proprietà privata ogni tentativo, da parte del governo, di detenere e controllare risorse per la produzione o la distribuzione di beni o servizi in competizione con l’iniziativa privata, o anche solo di assoggettare i proprietari a un uso “legittimo” della proprietà.

9. È mia convinzione che ogni persona la cui vita, libertà e proprietà viene tutelata debba sostenere, nella sua giusta parte, i costi cui il governo fa fronte per attuare quella protezione; inoltre, che gli elementari principi di giustizia enunciati nella Costituzione richiedano che non vi sia difformità nell’imposizione delle tasse e che la proprietà o il reddito di ognuno siano tassati nella medesima percentuale.

10. Io credo nell’honest money, cioè nella necessità di battere moneta in oro e in argento come stabilito nella Costituzione, e di emettere denaro circolante convertibile senza perdita in quel tipo di moneta. Considero una flagrante violazione delle disposizioni della Costituzione circa il governo federale, sanzionare l’uso di monete d’oro e d’argento come valuta corrente o costringere il popolo a usare banconote di carta non convertibili (35).

11. Io credo che ogni Stato sia sovrano nell’esercitare quelle funzioni che la Costituzione gli conferisce; e credo, inoltre, che ogniqualvolta il governo federale prova a orientare o a controllare gli Stati locali nell’esercizio di quelle funzioni – o, addirittura, cerca di esercitarle lui stesso – contribuisca a demolire il nostro sistema federale e il diritto di autogoverno degli Stati locali sancito dalla Costituzione.

12. Ritengo vi sia una violazione della Costituzione ogniqualvolta che il governo federale imponga tasse al fine di finanziare il governo locale o del singolo Stato locale; d’altra parte, nessuno Stato o autorità locale potrebbe accettare finanziamenti dal governo federale e rimanere indipendente nell’esercizio delle sue funzioni, né, sotto queste condizioni, i cittadini potrebbero esercitare i propri diritti di autogoverno.

13. Il diritto alla proprietà privata garantito dalla Costituzione viene, a mio parere, violato ogniqualvolta il governo federale sottrae, mediante tassazione o altre modalità, la proprietà ai cittadini di questa nazione e ne fa dono a governi stranieri e ai loro cittadini.

14. Io credo che nessun accordo o trattato con altre nazioni dovrebbe poter privare i nostri cittadini dei diritti loro garantiti dalla Costituzione.

15. Giudico che il governo federale agisca in contrasto ai doveri imposti dalla Costituzione quando intende smantellare o solo indebolire il nostro apparato militare in modo da non essere più in grado di proteggere gli Stati da un’eventuale invasione, o quando cede o semplicemente affida i nostri uomini, le nostre armi o il nostro denaro a organizzazioni governative straniere o sovranazionali.

Questi quindici punti descrivono bene quello che io credo sia il giusto ruolo del governo. Ce ne siamo allontanati fin troppo. Dobbiamo assolutamente ritornare ai concetti di base e ai principi, alle verità eterne. Non c’è altra via. Si intravedono fin troppi segnali di burrasca all’orizzonte. Sono chiari e di cattivo auspicio.

Come americani – cittadini della nazione più grande e bella che si sia vista sotto questo cielo – ci aspettano giorni difficili. È dai tempi della guerra civile – e sono passati più di cento anni – che questa nazione eletta non si trovava a fronteggiare una tale crisi. In conclusione, mi si permetta di rammentare le parole del patriota Thomas Paine, i cui scritti, ai tempi della Rivoluzione Americana, furono così efficaci da riattizzare un patriottismo fumigante sotto le ceneri e trasformarlo in uno spirito ardente:

«Ci sono tempi che mettono alla prova gli animi degli uomini. Il soldato e il patriota che si battono solo in tempi propizi, in questa crisi si dilegueranno; al contrario, colui che adesso non si tirerà indietro meriterà l’affetto e la gratitudine di ogni uomo e di ogni donna. La tirannia, come il male assoluto, non è facile da sconfiggere; e, tuttavia, c’è una cosa che ci consola: più arduo sarà il conflitto, più glorioso sarà il trionfo nella vittoria. Poca stima va alle cose che si ottengono troppo facilmente. A tutt’altra sorte è destinato un bene acquistato a caro prezzo. Il Cielo sa come proporre i suoi beni al giusto importo; e sarebbe, invero, assai strano, se un articolo così divino come la LIBERTÀ avesse un costo meno elevato» (36).

È mia intenzione continuare a combattere. È più conforme alla mia indole l’essere risoluto che l’essere rassegnato. Io ho fiducia nel popolo americano. Prego affinché nessuno di noi faccia qualcosa che metta in alcun modo a repentaglio la nostra inestimabile eredità. Vivendo e lavorando in modo da godere dell’approvazione della Divina Provvidenza, noi non potremo fallire. Senza quell’aiuto, al contrario, non potremo resistere a lungo.

27. Tutti i veri americani dovrebbero prendere una posizione, ora!

Perciò, esorto tutti gli americani ad affrontare questa prova con coraggio. Siate saldi nella convinzione che la nostra causa è giusta. Riaffermate la fede in tutti i valori in cui ogni vero americano ha sempre creduto. Io esorto tutti gli americani a destarsi e a rimanere svegli. Non dobbiamo fare più alcuna concessione al comunismo, né in patria, né all’estero. Non ce n’è alcuna ragione. Dobbiamo opporci al comunismo dalla nostra posizione di forza, poiché non siamo affatto più deboli di lui. Molto è il lavoro da fare e il tempo è poco. Mettiamoci subito e sul serio all’opera. Umilmente prego che Dio benedica la nostra impresa.

Note

* Discorso pronunciato per la prima volta il 29 febbraio 1968 a Salt Lake City dinanzi ai membri dell’associazione The Utah Forum for the American Idea. Il testo integrale si trova nel volume EZRA TAFT BENSON, An Enemy Hath Done This, Parliament Publishers, Salt Lake City (Utah) 1969, p. 125-148

1) Il Tennessee Valley Authority (TVA) è un ente pubblico federale creato nel 1933 che ha giurisdizione in quell’area degli Stati Uniti che fu maggiormente colpita dalla Grande Depressione. Inizialmente operante soprattutto come fornitore di energia elettrica, si trasformò in un’agenzia di servizi con l’obiettivo di accelerare la ripresa economica di quelle regioni. Ronald Wilson Reagan (1911-2004) ne denunciò gli sprechi nello storico discorso A time for choosing pronunciato in appoggio al candidato presidenziale Barry Goldwater (1909-1998) e mandato in onda il 27 ottobre 1964. Cfr. RONALD WILSON REAGAN, Tempo di scegliere, trad. it., in «Cristianità, Organo ufficiale di Alleanza Cattolica», 29 (2011), n. 359 (gennaio-marzo 2011), p. 63-75.

2) Si tratta di un programma di assicurazione sanitaria amministrato dal governo degli Stati Uniti, riguardante le persone dai 65 anni in su e altre tipologie sociali, istituita il 30 luglio 1965 con una legge firmata dal presidente Lyndon Baines Johnson (1908-1973).

3) L’espressione Urban Renewal, «rinnovamento urbano», fu usato negli Stati Uniti a partire dall’approvazione, avvenuta nel 1949, dell’Housing Act, in base al quale, per riqualificare gli slums, i quartieri identificati come bassifondi, il governo federale metteva a disposizione dei comuni i due terzi del prezzo di acquisizione dei siti su cui costruire nuovi fabbricati o far passare autostrade.

4) Cit. in JERRELD NEWQUIST, Prophets, Principles and National Survival, Publisher’s Press, Salt Lake City (Utah) 1964, p. 21-22. La frase è di Albert E.[rnest] Bowen (1875-1953) è stato membro del Quorum dei Dodici Apostoli della Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni. Anche Newquist fu membro della medesima comunità religiosa.

5) Dottrina e Alleanze, 134, 1-2,5. Disponibile alla pagina web https://www.lds.org/scriptures/dc-testament/dc/134?lang=ita (visitata il 27 giugno 2015). Nel testo, che fa parte delle Scritture ufficiali della Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni, ogni capoverso inizia con “Noi crediamo”.

6) THOMAS PAINE, Dissertations on the First Principles of a Government, cit. in J. NEWQUIST, Prophets, Principles and National Survival, cit., p. 134.

7) THOMAS JEFFERSON, Notes on the State of Virginia (1787), in MERRILL D. PETERSON (edited by), Jefferson: Writings, Library of America, New York 1984, p. 123-326 (p. 289). La prima parte di questo passo si ritrova scolpita all’interno del monumentale Jefferson Memorial di Washington D.C.

8) FRÉDÉRIC BASTIAT, The Law (1850), trad. ing., Foundation for Economic Education, Irvington-on-Hudson (New York) 2007, p. 2. Una trad. it. dell’opera – che è diversa da quella da noi proposta – è presente nel volume IDEM, Ciò che si vede, ciò che non si vede e altri scritti, Rubbettino, Soveria Mannelli (Catanzaro) 2005, p. 105-154.

9) Una traduzione italiana degli articoli della Costituzione degli Stati Uniti e dei suoi emendamenti è contenuta in ALEXANDER HAMILTON, JAMES MADISON, JOHN JAY, Il federalista, trad. it., il Mulino, Bologna 1997, p. 725- 746.

10) J. MADISON, The Federalist n. 51, in A. HAMILTON, J. MADISON, J. JAY, Il federalista, cit., p. 458.

11) F. BASTIAT, The Law, cit., p. 2.

12) Ibidem.

13) JOHN LOCKE, Il secondo trattato sul governo, trad. it. con testo inglese a fronte e con Introduzione di Tito Magri, Rizzoli, Milano 2004, p. 243.

14) Costituzione dello Stato dell’Alabama del 1901, art. 1, sez. 35. Il testo completo si trova suddiviso in varie sezioni consultabili a partire dalla pagina web http://alisondb.legislature.state.al.us/acas/ACASLoginie.asp (visitata il 26 giugno 2015).

15) J. LOCKE, Il secondo trattato sul governo, cit., p. 133-135.

16) Tra le fonti reperite in cui si attribuisce la frase a Washington – senza, però, ulteriori rimandi – la prima in ordine di pubblicazione è un articolo – firmato con le soli iniziali W. M. – dal titolo Liberty and Government apparso su «The Christian Science Journal», November 1902, p. 465.

17) GEORGE WASHINGTON, Farewell Address, cit. in J. NEWQUIST, Prophets, Principles and National Survival, cit., p. 542.

18) J. MADISON The Federalist n. 39, in A. HAMILTON, J. MADISON, J. JAY, Il federalista, cit., p. 370-371.

19) T. JEFFERSON, Primo messaggio di insediamento alla presidenza (4 marzo 1801), in ALBERTO AQUARONE (a cura di), Antologia degli scritti politici di Thomas Jefferson, il Mulino, Bologna 1961, p. 75-80 (p. 77), trad. variata.

20) T. JEFFERSON, Lettera a Joseph C. Cabell (2 febbraio 1816), in A. AQUARONE (a cura di), Antologia degli scritti politici di Thomas Jefferson, cit., p. 109-110 (p. 109).

21) Cfr. J. NEWQUIST, Prophets, Principles and National Survival, cit., p. 345.

22) F. BASTIAT, The Law, cit., p. 21.

23) Ibidem, p. 17.

24) Ibidem, p. 13.

25) Ibidem, p. 7.

26) JAMES R. EVANS, The Glorious Quest. Reflections on American Political Philosophy, Charles Hallberg and Co., Chicago (Illinois) 1967, p. 35.

27) Il testo è tratto da un’intervista radiofonica rilasciata nel 1968 da James R. Evans al “preside” Clarence E. Manion (1896-1979) per la trasmissione The Manion Forum.

28) J. R. EVANS, The Glorious Quest. Reflections on American Political Philosophy, cit., p. 118.

29) HENRY DAVID THOREAU, On the Duty of Civil Disobedience (1848), cit. in J. NEWQUIST, Prophets, Principles and National Survival, cit., p. 171.

30) T. JEFFERSON, Primo messaggio di insediamento alla presidenza, cit., p. 78.

31) ADAM SMITH, La ricchezza delle nazioni, 2a ed., trad. it., Newton Compton Editori, Roma 2008, p. 457.

32) HENRY GRADY WEAVER, The Mainspring of Human Progress, Talbot Books, Denver (Colorado) 1947, p. 40-41, cit. in J. NEWQUIST, Prophets, Principles and National Survival, cit., p. 313.

33) Il riferimento è all’American Independent Party fondato nel 1967. Tale partito sostenne nel 1968 la candidatura presidenziale di George Corley Wallace jr. (1919-1998), governatore dell’Alabama nel quadriennio 1963-1967 e anche in seguito. Esiste negli Stati Uniti anche un National Independent American Party, fondato nel 1998, che riconosce come piattaforma proprio i quindici punti di Benson qui elencati e che, a sua volta ha le sue radici, nello Utah Independent American Party. Si consulti il sito web http://www.independentamericanparty.org/about-the-iap/platform (visitato il 26 giugno 2015). Ezra Taft Benson, tuttavia, negò ogni tipo di affiliazione con tale gruppo partitico. Cfr. Ezra Taft Benson: Will Mormons go political?, in The Modesto Bee, Modesto (California), 4.4.1976.

34) Si tratta dei primi dieci emendamenti alla Costituzione, ratificati nel 1791.

35) All’art. 1, sez. 10, della Costituzione americana si legge: «Nessuno Stato potrà […] consentire che il pagamento dei debiti avvenga in altra forma che mediante monete d’oro e d’argento».

36) THOMAS PAINE, The Crisis (23 dicembre 1776). Il testo completo è disponibile alla pagina web http://www.ushistory.org/paine/crisis/c-01.htm (visitata il 27 giugno 2015).

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