L’eclissi del dossettismo

Giuseppe Dossetti

Giuseppe Dossetti

Studi Cattolici n.564 febbraio 2008

di Giuseppe Baiocchi

A poco più di dieci anni dalla morte non si spegne in Italia il dibattito sulla figura di Giuseppe Dossetti (1913-1996), il «professorino» di diritto, protagonista politico come vicesegretario della Dc della prima e feconda stagione della Repubblica e poi sacerdote e asceta, uditore al Concilio Vaticano II, e infine monaco e fondatore della «Piccola Famiglia dell’Annunziata», ordine contemplativo dell’Abbazia di Monte Sole sul luogo tragico dell’eccidio di Marzabotto.

Non è tuttavia soltanto materia per gli storici: infatti, dalla caduta del Muro di Berlino e in seguito alle vicende di Mani Pulite, la sua tonaca grigia è stata e forse è tuttora strattonata (dopo decenni di completo oblìo) come antesignano e caposcuola sia sul terreno ecclesiale che soprattutto sul terreno della cultura politica.

E se è indubbio il ruolo di «padre nobile» che riemerge quando si viene celebrando, con qualche eccesso retorico e promozionale l’anniversario della Costituzione repubblicana, una arzilla sessantenne non pensionabile, appare però sfuggente e spesso ambiguo il legame con la sua definita architettura politica quando la scomoda cronaca di questi anni propone sfide esplicite sui temi della vita, della famiglia e della libertà educativa, in una parola quei «valori non negoziabili» su cui si va misurando lo spessore e il senso dell’impegno pubblico anche dei credenti.

D’altronde, persino i critici più spietati del pensiero politico e financo della visione ecclesiale di Dossetti non hanno messo mai in dubbio la sincerità della fede e la salda adesione all’etica cristiana. Semmai, cogliendo nella sua inquietudine inesausta quasi un eccesso di intransigenza e la coltivata convinzione di poter comunque riformare nel bene la società e la stessa Chiesa attraverso lo Stato, il diritto, la politica. Basta, pare, il giudizio dell’ultimo dei suoi arcivescovi sulla cattedra di San Petronio: il cardinal Giacomo Biffi (che pure non risparmia nulla delle sue perplessità di ordine teologico e non solo) definisce Dossetti: «Uomo di Dio, asceta esemplare, presbitero fedele… resta un raro esempio di coerenza cristiana, un modello prezioso seppur non facile da imitare…».

Sia permessa una memoria personale. Il padre di chi qui scrive era stato compagno di scuola di Giuseppe Dossetti, dalle elementari fino al liceo classico «Ariosto» di Reggio Emilia e ai comuni studi di giurisprudenza. Un’amicizia forte e affettuosa, che ebbi modo di costatare di persona quando accompagnai mio padre in un incontro con «don Pippo» all’inizio degli anni Settanta. Volevo raccontare di aver trovato tracce di entrambi nelle mie ricerche da laureando di storia.

Avevo infatti consultato all’Archivio Centrale dello Stato i rapporti dei prefetti sia all’Ufficio Affari Riservati che alla Direzione generale Affari del Culto del ministero degli Interni. E nelle settimane appena successive allo scioglimento forzato dell’Azione Cattolica imposto dal regime fascista nel 1931, i prefetti segnalavano le persistenze delle organizzazioni cattoliche.

Spiccava, nel rapporto da Reggio Emilia, la citazione del «Circolo Giovanile San Giovanni», presso la parrocchia di Santo Stefano, guidato da don Torquato lori. Erano elencati, con burocratica precisione, tutti gli aderenti con tutte le generalità. Accanto ai primi due nomi della lista (appunto Giovanni Baiocchi e Giuseppe Dossetti) figurava la notazione «studente universitario», «può essere pericoloso», «da sorvegliare».

L’inizio delle prove

Fu allora impagabile assistere alla virile dolcezza con cui due uomini più che maturi, altrimenti contenuti e severi, si lasciarono andare a rievocare quell’epoca quando, non ancora ventenni, venivano seguiti ogni sera per diversi mesi da agenti della Milizia fascista, per controllo ed evidente pressione psicologica; inizio delle tribolazioni e delle prove che quella generazione si sarebbe poi trovata ad affrontare.

Mi restò di quell’unico incontro una benedizione sacerdotale, un incoraggiamento al rigore negli studi e il caldo invito a formare presto una bella famiglia umana e cristiana. Se la memoria privata qui finisce, resta tuttavia sempre aperto (e oggi più che mai) l’interrogativo: perché nei più svariati ambiti di riflessione culturale e di esplicito impegno pubblico, i discepoli e continuatori che tali si proclamano — e spesso con un certo geloso sussiego – lasciano intiepidire, smussare, edulcorare fino al comodo silenzio la diritta acutezza di una ben riconoscibile ispirazione, mettendo in campo a intermittenza la necessità improrogabile della «mediazione», categoria davvero sconosciuta al pensiero e all’azione politica dossettiana.

È davvero, per esempio, rispettabile la passione civile con la quale si difende a gran voce l’intangibilità, se non la «sacralità» della Costituzione, che ebbe sicuramente sul terreno dei princìpi la forte manuductio di Dossetti: tra questi princìpi tuttavia figura senza incertezze la «famiglia come società naturale fondata sul matrimonio».

E in attesa che la Repubblica si decida davvero (come sta scritto da sessant’anni) a «riconoscerla» e a «promuoverla», dove sta la coerenza (anche costituzionale) nell’intorbidarla e relativizzarla a colpi di Dico, di Cus, di Pacs o di qualsiasi altro marchingegno inventato per venire incontro alla cultura dominante del puro desiderio, se non del capriccio?

Così pure si è notato, se non l’assordante silenzio, certo il palpabile imbarazzo sui temi di frontiera della vita: come se, tra l’aborto e l’eutanasia, e la tentazione sempre più praticabile dei «pasticci genetici» e della manipolazione tecnologica, fosse più utile ritrarsi nel terreno neutro dell’«incontro di culture» e delle necessità di coalizione, evitando di ricorrere alle pagine lucide e inequivocabili che proprio Dossetti aveva a suo tempo e più volte dedicato alla sacralità della vita e all’indifferibile tutela, laica e umana, dell’embrione.

Se, infine, è possibile, verrebbe da porre anche questa domanda: come si fa a rilanciare la necessità tutta dossettiana di mostrare e far vincere «il volto virile della democrazia e della Repubblica», quando si sorvola e non si contrasta dall’interno quel filone culturale europeo del «politicamente corretto» che per ogni dove intravede e agita inenarrabili fantasmi di «emofobia» di perseguire comunque con la mano pesante della legge, fino al punto di limitare la libertà di parola e di opinione e addirittura sanzionare chi dal pulpito (come è accaduto nella civilissima Svezia a un pastore luterano) si permette di leggere le pagine sui sodomiti dell’Antico o del Nuovo Testamento?

Pensiero omogeneo e completo

In realtà, sta emergendo insanabile e ormai incattivita la contraddizione irrisolta dei discepoli e continuatori. Quella cioè di aver «pescato» come fior da fiore gli aspetti utilmente contingenti di un pensiero omogeneo e completo, pur se maturato in un tempo storicamente definito, e averne di conseguenza sbiadito sia l’afflato etico che la dimensione rigoristica. Per questo suscita qualche evidente preoccupazione (come si è visto nello scorso dicembre nelle anticipazioni comparse su un quotidiano) la prevista uscita dei lavori di padre Giovanni Sale sulla base della documentazione inedita vaticana e de La Civiltà Cattolica sugli anni della Costituente.

Quasi che il riaffiorare nella prosaica semplicità della storia di un quadro di naturale se non ovvio rapporto con i vertici della Chiesa all’insegna di una limpida intransigenza valoriale vulnerasse l’immagine di un misterioso, superno e invitto «spirito della Costituzione», che solo la cerchia dei custodi potrebbe interpretare e di volta in volta distillare a seconda delle momentanee convenienze politiche e addirittura di schieramento, se non di «corrente».

Semmai, se si osserva con distacco lo scenario di questi mesi, si nota che della lezione e della prassi politica di Dossetti si è applicato, e in fortissima misura, l’aspetto certamente più datato e forse più caduco: e cioè lo statalismo. Ovvero la presunzione che soltanto la sfera pubblica (adeguatamente riformata e almeno allora innervata da un’anima di disinteressato servizio) potesse far crescere il Paese in giustizia, benessere sociale e democrazia.

Certo, all’epoca c’era la vicina esperienza negativa del fascismo, c’era il lecito dubbio Sulle asprezze della libertà economica, c’era la diffidenza per l’Occidente danaroso e consumista. Ma tutte queste giustificazioni cadono oggi di fronte al fallimento del sistema socialista, alle impossibilità delle «terze vie», ai costi spaventosi e insopprimibili di un welfare pubblico sempre più obeso e altrettanto inefficiente.

L’ambizione di fare dello Stato lo strumento coercitivo della bontà si è consunta nel diluvio di moltiplicazione burocratica, a colpi di Authorities, Commissioni, Osservatori, Comitati e Tavoli, e nella logica difensiva di un potere che esclude l’autonomo proporsi della società e che si giustifica solamente nell’esserci per evitare che «altri» possano governare.

Difficile oggi contestare il fatto che lo Stato sia venuto assumendo i caratteri, per una pletora di corporazioni chiassose e potenti, di una vera e propria «greppia». Quella «greppia» che proprio Dossetti si preoccupava, in molti passi dei suoi scritti e discorsi, di evitare in tutti i modi. Sconfitto nella sua illusione di animare cristianamente tutta la politica (e contestato duramente proprio da quella sinistra che oggi si esercita volentieri nel turismo funerario sulla sua tomba), scelse con coerenza interiore la via del convento.

Non così i suoi epigoni che, sordi al principio di sussidiarietà, vero caposaldo della dottrina sociale cristiana, hanno costruito un sistema di potere all’insegna dello statalismo senza virtù. Andando addirittura al di là di Granisci che, almeno sul tema della libertà educativa, era del tutto contrario alla scuola statale, preferendo invece affidare l’educazione alle comunità. Già… Granisci: lo stesso che lucidamente salutava come forza importante e utile il «cattolicesimo democratico, perché organizza, amalgama, vivifica e si suicida…».

Resta aperto il dubbio che, a comunismo ormai definitivamente sepolto, l’ultimo verbo di quella antica profezia non manifesti nel tempo presente la sua drammatica validità. Perché, nella irenica nostalgia della Costituente (con un’immagine volutamente impallidita dei conflitti e dei contenziosi anche culturali che furono invece allora caldissimi e forti) si viene accreditando in tutti i modi una odierna confluenza di culture, proprio quando si è definitivamente perduta e comunque separata una moralità popolare allora bene o male sostanzialmente condivisa.

Se incontro politico (e non soltanto sintesi di apparatchnik ) ci deve essere, quale etica di fondo diventa comune? Sui valori non negoziabili la divaricazione è marciata a passi così grandi da far ritenere impresentabile preistoria quell’ Enrico Berlinguer che proponeva ai giovani di sinistra, come modello di vita e di virtù, santa Maria Goretti.

Forse, dopo proprio aver studiato la vicenda di Dossetti, non aveva torto quel vero maestro di storia che era Giorgio Rumi: nell’ultimo decennio, ogni volta che si parlava di questa prospettiva politica, rispondeva così: «Non si mettono insieme le pere con le mele». E come ben sa ogni contadino (non il nobile professor Rumi, ma certamente anche chi scrive), non si mettono mai insieme le mele con le pere perché, fatalmente, le une fanno marcire le altre.

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