Cattolici di Dio e quelli delle poltrone

politico-poltronada “Libero” 16 febbraio 2007

di Antonio Socci

Il ministro Rosy Bindi, già vicepresidente dell’Azione Cattolica, oggi chiamata “Rosy nel pugno”, per difendere i suoi Dico ha sparato così contro Benedetto XVI e il cardinale Ruini: «Io amo pensare alla Chiesa che si occupa delle cose di Dio». Padre Livio Fanzaga, dai microfoni di Radio Maria, ha risposto: «noi ameremmo che i politici non si occupassero solo delle proprie poltrone».

Ormai siamo alla resa dei conti dentro al mondo cattolico. Da una parte i cattolici del popolo come Savino Pezzotta che conosce le difficoltà delle famiglie a tirare avanti e far crescere i figli (anche per colpa delle politiche del governo). Pezzotta ieri ha sparato a zero – da Avvenire – sui Dico e in difesa della libertà di parola della Chiesa.

Dall’altra parte ci sono i cattolici del potere, culturalmente subalterni alla Sinistra, come Oscar Luigi Scalfaro che ieri – sulla Repubblica – si è lanciato anche lui all’attacco del Papa e del cardinal Ruini. Il peggior presidente della nostra storia repubblicana vuole insegnare a Benedetto XVI a fare il papa e a Ruini a fare il presidente della Cei.

Scalfaro evoca Giovanni XXIII per contrapporlo al pontefice vivente e intima alla Cei di non fare «una imposizione» (si riferisce alla “nota” sui Dico che è stata annunciata da Ruini), ma di comportarsi come papa Roncalli con l’enciclica “Mater et Magistra”. Scalfaro – come al solito superficiale – neanche l’ha letta quella enciclica giovannea. Altrimenti avrebbe trovato lì esattamente le stesse posizioni della Chiesa di oggi. Anzi, sembra quasi il “manifesto” a cui si attengono Benedetto XVI e Ruini. Con buona pace dei professori Alberigo, Melloni e compagni che si dichiarano “roncalliani” e hanno appena lanciato un appello perché la Chiesa si auto-imbavagli sui Dico.

Innanzitutto Giovanni XXIII afferma che «la Chiesa è portatrice e banditrice di una concezione sempre attuale della convivenza» e «il sommo Pontefice ribadisce il diritto e il dovere della Chiesa di portare il suo insostituibile contributo alla felice soluzione degli urgenti, gravissimi problemi sociali che angustiano la famiglia umana». Quindi c’è la denuncia del «processo di disintegrazione della famiglia».

Papa Giovanni – con Pio XII – «rivendica alla Chiesa la inoppugnabile competenza di giudicare se le basi di un dato ordinamento sociale siano in accordo con l’ordine immutabile che Dio creatore e redentore ha manifestato per mezzo del diritto naturale e della rivelazione (…) e coglie l’occasione per dare ulteriori principi direttivi morali» sui «valori fondamentali della vita sociale» fra cui c’è «la famiglia». A proposito della quale, il papa afferma: «dobbiamo proclamare solennemente che la vita umana va trasmessa attraverso la famiglia, fondata sul matrimonio uno e indissolubile, elevato, per i cristiani, alla dignità di sacramento».

Non manca un altro “a fondo” di Roncalli che oggi, i sedicenti “roncalliani”, definerebbero integralista: «La vita umana è sacra: fin dal suo affiorare impegna direttamente l’azione creatrice di Dio. Violando le sue leggi, si offende la sua divina maestà, si degrada se stessi e l’umanità e si svigorisce altresì la stessa comunità di cui si è membri». E, con toni “ruiniani”, aggiunge: «l’ordine morale non si regge che in Dio: scisso da Dio si disintegra. L’uomo infatti non è solo un organismo materiale, ma è anche spirito dotato di pensiero e di libertà. Esige quindi un ordine etico-religioso, il quale incide più di ogni valore materiale sugli indirizzi e le soluzioni da dare ai problemi della vita individuale ed associata».

Papa Giovanni spiega pure «l’uomo staccato da Dio diventa disumano con se stesso e con i suoi simili, perché l’ordinato rapporto di convivenza presuppone l’ordinato rapporto della coscienza personale con Dio, fonte di verità, di giustizia e di amore». Sembrano parole di Ratzinger e Ruini, ma è papa Giovanni: «resta sempre che l’aspetto più sinistramente tipico dell’epoca moderna sta nell’assurdo tentativo di voler ricomporre un ordine temporale solido e fecondo prescindendo da Dio, unico fondamento sul quale soltanto può reggere».

Come se non bastasse, sempre nella “Mater et Magistra”, Giovanni XXIII ribadisce che «tra comunismo e cristianesimo l’opposizione è radicale, e non è da ammettersi in alcun modo che i cattolici aderiscano al socialismo moderato». Diranno – Scalfaro, la Bindi, Alberigo e compagni – che tuttavia questi pronunciamenti non sono come «l’annunciato intervento della Cei» che – a loro dire – «imporrebbe ai parlamentari cattolici di rifiutare» i Dico. In realtà non c’è proprio nessuna imposizione, ma solo il giudizio della Chiesa che è impegnativo per chi vuole dirsi – davanti agli elettori – cattolico.

D’altronde lo stesso Giovanni XXIII – che Scalfaro, Alberigo e compagni additano ad esempio – fece un intervento sulla politica ben più pesante di quello annunciato da Ruini. Gli storici hanno rimosso questo fatto. La disinformazione ha fatto il resto, come appariva chiaro ieri sulla Stampa dove Lietta Tornabuoni evocava la «scomunica verso i comunisti» del 1949 e aggiungeva: «ben presto la scomunica venne dimenticata».

Le cose non andarono affatto così perché, dieci anni dopo, proprio papa Giovanni aggravò e di molto quella scomunica. Ecco i fatti. Con un “Decretum contra communismum”, approvato da Pio XII, il S. Uffizio, nel luglio 1949, dichiarava che non era lecito a un cattolico «iscriversi al partito comunista o sostenerlo». Con un giudizio particolarmente attuale il S. Uffizio affermava: «i capi comunisti, sebbene a volte sostengano a parole di non essere contrari alla Religione, di fatto sia nella dottrina sia nelle azioni si dimostrano ostili a Dio, alla vera Religione e alla Chiesa di Cristo».

Dunque ai cattolici che li sostengono fu negato l’accesso ai sacramenti: «i cristiani che professano la dottrina comunista materialista e anticristiana, e soprattutto coloro che la difendono e la propagano, incorrono ipso facto nella scomunica riservata alla Sede Apostolica, in quanto apostati della fede cattolica».

Dieci anni più tardi – nell’aprile 1959, era papa Giovanni XXIII – lo stesso S.Uffizio aggravò questo pronunciamento: «Non è lecito ai cittadini cattolici dare il proprio voto durante le elezioni a quei partiti o candidati che, pur non professando princìpi contrari alla dottrina cattolica o anzi assumendo il nome cristiano, tuttavia nei fatti si associano ai comunisti e con il proprio comportamento li aiutano».

In data 2 aprile Giovanni XXIII approvò tale pronunciamento e ne dispose la pubblicazione. Siccome non risulta che questi pronunciamenti siano stati rinnegati, sarebbe interessante sapere se non rientrino in questa fattispecie anche coloro che hanno votato partiti oggi alleati di partiti comunisti (fra i quali spiccano diversi vescovi).

Lo stesso progetto del “Partito democratico” – con cui la sinistra dc si suiciderebbe definitivamente, sciogliendosi nell’ex Pci – uscirebbe a pezzi da un tale giudizio dottrinale. Se si rispettano queste direttive di papa Giovanni i cattolici non possono che contrapporsi ai partiti comunisti e pure ai partiti che vi si alleano. In ogni caso è evidente che l’ “anatema” di papa Giovanni fu ben più forte e solenne della “Nota” annunciata da Ruini.

Peraltro oggi la Chiesa, nel contestare i Dico, non fa che richiamare l’articolo 29 della Costituzione (che riconosce «i diritti famiglia come società naturale fondata sul matrimonio») e così mette in scacco non solo la Sinistra, ma tutti quei cattolici dossettiani (e pure Scalfaro) che negli anni passati – in polemica col centrodestra – hanno sacralizzato la Costituzione, dichiarandola perfetta e immodificabile. Mentre oggi la cestinano.

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