{"id":852,"date":"2005-07-10T00:00:00","date_gmt":"2005-07-09T22:00:00","guid":{"rendered":""},"modified":"2016-06-20T09:27:59","modified_gmt":"2016-06-20T07:27:59","slug":"alle-origini-del-conservatorismo-statunitense","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/alle-origini-del-conservatorismo-statunitense\/","title":{"rendered":"Alle origini del conservatorismo statunitense"},"content":{"rendered":"<div style=\"text-align: center;\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignleft wp-image-35104\" src=\"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/wp-content\/uploads\/2005\/07\/Donino_cover.jpg\" alt=\"Donino_cover\" width=\"132\" height=\"200\" \/>Tratto dal sito de <strong>Il Domenicale\u00a0<\/strong>www.ildomenicale.it\/<\/div>\n<div style=\"text-align: center;\">(3 aprile 2004)<\/div>\n<p style=\"text-align: center;\">di<strong> Antonio Donno<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Antonio Donno, dell\u2019Universit\u00e0 di Lecce, pubblica per i tipi della fiorentina Le lettere il primo studio italiano sulle origini della Destra nordamericana contemporanea, <strong>In nome della libert\u00e0. Conservatorismo e guerra fredda<\/strong><em>. Ne anticipiamo alcuni punti focali, che illustrano la realt\u00e0 fusionista di un movimento vasto e profondo, capace di condizionare la vita politica di un Paese. La storia esemplare di \u00a0<\/em>National Review<em> e il pensiero di Felix Morley<\/em><\/p>\n<p><!--more--><\/p>\n<div style=\"text-align: justify;\">Nel suo libro di memorie Henry Regnery, il maggiore editore conservatore del dopoguerra negli Stati Uniti, descrive William Buckley come un individualista piuttosto che come un conservatore. In effetti, nel suo famoso e discusso <em>God and Man at Yale<\/em> il cuore del libro \u00e8 dedicato alla morte dell\u2019individuo nell\u2019Universit\u00e0 di Yale, presa come simbolo del sistema universitario americano.<\/div>\n<p style=\"text-align: justify;\">Scriveva Regnery: \u00abOra sarebbe difficile concepire il movimento conservatore senza Buckley\u00bb, riconoscendo al giornalista e scrittore americano una coerenza intellettuale che aveva rappresentato per molti decenni una guida per il movimento conservatore. In realt\u00e0, bench\u00e9 Buckley sia stato uno scrittore di prodigiosa prolificit\u00e0, il libro che lo rese famoso perch\u00e9 scosse l\u2019<em>establishment<\/em> liberal americano fu proprio <em>God and Man at Yale<\/em> del 1951.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Quando parlava della morte dell\u2019individuo a Yale, Buckley intendeva che il libero pensiero era stato soppresso; dietro il paravento di quella formula magica che era la &#8220;libert\u00e0 accademica&#8221;, in realt\u00e0 si celava il monopolio della cultura e dell\u2019insegnamento da parte dell\u2019ortodossia liberal di ascendenza newdealista.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Per usare un termine odierno, era il trionfo della <em>politicalcorrectness<\/em>. [&#8230;] Cos\u00ec, Yale, da bastione delle tradizioni politiche americane fondate sul &#8220;governo limitato&#8221; e dei principi dell\u2019individualismo e del Cristianesimo, s\u2019era trasformata, dietro la cortina fumogena della &#8220;libert\u00e0 accademica&#8221;, nella punta di diamante della filosofia collettivistica.[&#8230;]<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il caso dell\u2019Universit\u00e0 di Yale rivelava, secondo l\u2019analisi di Buckley, la resa del liberalismo americano nei confronti del comunismo. [&#8230;]<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Tale retroterra era la causa di un confronto debole e contraddittorio verso il totalitarismo comunista. Per risvegliare le coscienze americane, nel novembre del 1955, Buckley fond\u00f2 \u00ab<em>The National Review<\/em>\u00bb, che divenne subito il centro del dibattito conservatore per molti anni. L\u2019opposizione al comunismo interno ed internazionale, le politiche della guerra fredda e l\u2019uso politico dell\u2019anticomunismo furono i temi pi\u00f9 importanti nei primi anni di vita della rivista.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Non tutti i collaboratori avevano le stesse idee di Buckley, il quale sosteneva l\u2019impoliticit\u00e0 del nuclear first strike e del rifiuto di qualsiasi negoziato con Mosca che invece Frank Meyer [\u2026] e L. Brent Bozell caldeggiavano. Dal canto suo, Whittaker Chambers, l\u2019autore del famoso <em>Witness<\/em> (1952), affermava che l\u2019uso della forza contro l\u2019Unione Sovietica era inappropriato e considerava \u00ab[&#8230;] la lotta tra l\u2019Est e l\u2019Ovest fondamentalmente spirituale\u00bb, tanto che la superiorit\u00e0 del comunismo egli la ravvisava, appunto, sul piano spirituale ed ideologico piuttosto che su quello strettamente militare.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Come si vede da questi brevi esempi, se l\u2019anticomunismo era senz\u2019altro un forte terreno comune d\u2019analisi del ruolo internazionale degli Stati Uniti, le opinioni divergevano su quale dovesse essere la migliore politica di contrasto dell\u2019espansionismo comunista. Da questo punto di vista, \u00ab<em>The National Review<\/em>\u00bb fu un prezioso strumento di confronto tra i conservatori tradizionalisti e i liberali classici, gli esponenti del <em>Old Right<\/em> e i <em>libertarians<\/em>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">[Russell] Kirk, [Richard M. Weaver] e altri esponenti della tradizione conservatrice dettero il loro contributo fin dall\u2019inizio; accanto a loro, John Chamberlain, [Frank] Chodorov, [Wilhelm] R\u00f6pke, Max Eastman e Frank Meyer. Un nutrito gruppo di ex comunisti ed ex trotskisti partecip\u00f2 molto attivamente alla battaglia della rivista: lo stesso Meyer, James Burnham, Willmoore Kendall, William Schlamm, ed altri. In sostanza, la rivista rappresent\u00f2 quel momento di incontro e di confronto tra le varie anime del conservatorismo americano che il clima politico e culturale del decennio di Eisenhower favoriva. [&#8230;]<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Sulle riviste del conservatorismo americano del tempo, in particolare \u00ab<em>Faith and Freedom<\/em>\u00bb e \u00ab<em>The Freedom<\/em>\u00bb, la polemica era molto vivace. Sia [Murray N.] Rothbard che Chodorov, da posizioni <em>libertarian<\/em> e isolazioniste, insistevano che Mosca non rappresentava un pericolo, che la sua espansione nell\u2019Europa orientale era un segno di debolezza e che la politica di contrasto e di riarmo di Washington mascherava la volont\u00e0 di ingigantire i poteri dello Stato: \u00abIl reale nemico, essi dichiaravano strenuamente, era lo Stato, di cui il comunismo era soltanto una variante\u00bb. Da parte loro, interventisti come Schlamm e William Henry Chamberlin sostenevano che \u00abil comunismo era inerentemente espansionista, totalitario, inaffidabile e &#8220;incurabilmente aggressivo&#8221;: il fine sovietico era la conquista del mondo\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Contro il perfettismo<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">[&#8230;] Secondo Buckley, questi erano i caratteri distintivi della filosofia dei <em>liberals<\/em>: \u00abSono uomini e donne che tendono a credere che l\u2019essere umano sia perfettibile e che si possa prevedere il progresso sociale, e che lo strumento per raggiungere ambedue gli obiettivi sia la ragione; che le verit\u00e0 siano transitorie e determinate empiricamente; che l\u2019eguaglianza sia desiderabile ed ottenibile per mezzo dell\u2019azione dello Stato; che le differenze sociali ed individuali, se non sono razionali, sono reprensibili e dovrebbero essere eliminate scientificamente; che tutti i popoli e le societ\u00e0 dovrebbero impegnarsi ad organizzarsi sulla base di paradigmi razionali e scientifici\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il messaggio <em>liberal<\/em> aveva una carica pedagogica tipica dell\u2019indottrinamento, sosteneva Buckley [&#8230;]. L\u2019atteggiamento <em>liberal<\/em> verso il conservatorismo era un atteggiamento di negazione dell\u2019esistenza stessa o della consistenza intellettuale del conservatorismo, o, in alternativa, di valutazione del conservatorismo stesso come di una patologia o di una forza politica oscurantista. Buckley riproponeva i principi basilari del pensiero conservatore: \u00abLibert\u00e0, individualismo, senso della comunit\u00e0, santit\u00e0 della famiglia, supremazia della coscienza, visione spirituale della vita\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Felix Morley e i valori USA<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Giornalista e saggista, Felix Morley dedic\u00f2 la sua attivit\u00e0 al problema del federalismo come decentramento di poteri e, conseguentemente, come migliore difesa delle libert\u00e0 individuali. Da questo punto di vista, egli appunt\u00f2 la sua riflessione sul processo di concentrazione dei poteri durante gli anni del <em>New Deal<\/em>, intesa come sostanziale violazione dei principi della tradizione politica liberale americana e delle sue radici nella filosofia giudaico-cristiana.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In bilico tra l\u2019individualismo liberale e il comunitarismo conservatore, Morley ha lasciato una serie di pregevoli contributi su queste tematiche fondamentali, intrecciandole spesso con i problemi contingenti della politica estera americana, della lotta al comunismo e della guerra fredda, e del futuro del federalismo americano in un\u2019epoca di statalismo, nella forma del totalitarismo comunista come in quella delle cosiddette economie &#8220;miste&#8221; dell\u2019Europa occidentale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Come molti degli scrittori della tradizione liberale e conservatrice americana, anche Morley si impegn\u00f2 a ricostruire e riattualizzare le &#8220;radici dell\u2019ordine americano&#8221;, per usare il titolo del famoso libro di Kirk, eredit\u00e0 della <em>Dichiarazione d\u2019Indipendenza<\/em> e del processo formativo della Costituzione americana.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">I primi anni della guerra fredda, in cui lo statalismo del <em>New Deal<\/em> rappresentava il pericolo del radicamento di una filosofia pubblica contraria alla tradizione individualistica americana, videro la pubblicazione di numerose opere che tendevano a riportare in primo piano i valori del liberalismo individualistico americano come indicazione della possibile, auspicabile ripresa di un cammino interrotto. Cos\u00ec, nel 1949, Morley pubblic\u00f2 un ampio studio sulla storia della Repubblica americana come repubblica liberale fondata sui diritti naturali dell\u2019individuo e, nello stesso tempo, sui principi religiosi giudaico-cristiani.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La libert\u00e0 economica, cio\u00e8 lo sviluppo del capitalismo, fu il cardine, nell\u2019analisi di Morley, della libert\u00e0 americana; ma il <em>New Deal<\/em> rappresent\u00f2 una svolta drammatica nella storia della libert\u00e0 americana: \u00abImmediatamente, durante la sua prima amministrazione, Roosevelt mostr\u00f2 tacitamente la sua intenzione di distruggere la libert\u00e0 economica negli Stati Uniti, sostenendo allo stesso modo di Karl Marx, sebbene pi\u00f9 obliquamente, che questa condizione era pi\u00f9 un male che un bene\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nella tradizione liberale americana, aggiungeva Morley, la vita dell\u2019individuo \u00e8 affidata per la gran parte alla sua discrezione, \u00abrelativamente poco \u00e8 <em>verboten<\/em>, [&#8230;] con il risultato che l\u2019individuo in America ha la libert\u00e0 di sviluppare la propria filosofia della vita in un modo che appare addirittura temerario a coloro che sono educati nella tradizione statalistica, cio\u00e8, in sostanza, agli europei.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Morley \u00e8 chiaro al proposito: \u00abLa lezione fondamentale delle rivoluzioni necessita d\u2019essere appresa nuovamente. \u00c8 la concentrazione del potere politico, che ha per scopo di liberare gli uomini dall\u2019oppressione, che quasi invariabilmente finisce in un\u2019oppressione grande quanto quella che \u00e8 stata eliminata, o persino pi\u00f9 grande\u00bb. [&#8230;]<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La sua originalit\u00e0, rispetto all\u2019impianto tradizionale delle idee della <em>Old Right<\/em>, consiste nell\u2019aver coniugato con una certa efficacia la centralit\u00e0 della tradizione individualistica americana con la conduzione della politica estera lungo tutto l\u2019arco della storia degli Stati Uniti; e, di conseguenza, nell\u2019aver evidenziato il riflesso negativo che le politiche statalistiche del <em>New Deal<\/em> avevano avuto sull\u2019atteggiamento americano durante la guerra e nel dopoguerra.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">The Foreign Policy of the United States, del 1951, poneva in risalto queste contraddizioni e legava le considerazioni sulla politica estera americana ai principi costituzionali ed alla tradizione politica americani. La prima, importante notazione di Morley riguardava la conduzione <em>bipartisan<\/em> della politica estera americana, giudicata \u00ab[&#8230;] fallace, dannosa per l\u2019economia e l\u2019efficienza produttiva, contraria ad ogni principio di base della forma americana di governo, e direttamente responsabile di tutti i pi\u00f9 gravi errori commessi nel campo della politica estera\u00bb. [&#8230;]<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Non solo. Morley condannava senza mezzi termini l\u2019entrata in guerra degli Stati Uniti ed ogni impegno internazionale americano nel dopoguerra. La ratifica del Patto Atlantico da parte del Senato, il 21 luglio 1949, aveva segnato, per Morley, \u00abil completo rovesciamento della politica estera tradizionale americana\u00bb, che s\u2019era sempre fondata \u00ab[sul] non-intervento e [sull\u2019] automatico riconoscimento di ogni governo stabile\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Questa politica s\u2019era poi definita nel tempo come una politica di neutralit\u00e0. Ora, il ribaltamento di questa consolidata politica estera aveva condotto a delle gravi conseguenze che Morley riassumeva in sette punti:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">1) la caduta di qualsiasi precauzione contro i disegni espansivi del Cremlino;<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">2) l\u2019insistenza sulla resa incondizionata della Germania, che aveva creato un vuoto politico al centro dell\u2019Europa a vantaggio dei sovietici;<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">3) l\u2019accondiscendenza verso l\u2019espansione dell\u2019Unione Sovietica nel centro dell\u2019Europa pi\u00f9 ricca e produttiva;<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">4) la decisione di isolare Berlino e Vienna da ogni contatto con le zone controllate dagli occidentali;<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">5) il varo del Piano Morgenthau che intendeva ridurre la Germania ad uno Stato agricolo;<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">6) la frammentazione dell\u2019economia giapponese, al fine di ridurne la capacit\u00e0 di ripresa produttiva;<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">7) il &#8220;permesso&#8221; concesso a Mosca di occupare e comunistizzare la Corea al di sotto del 38\u00b0 parallelo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">A ci\u00f2 si doveva aggiungere la stolta politica di condanna di alcuni regimi decisamente anti-comunisti, come quello di Franco in Spagna, sbrigativamente definiti fascisti prima da Marshall, poi da Acheson. [&#8230;]<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Con la critica al concetto di &#8220;volont\u00e0 generale&#8221; di Rousseau Morley giungeva al cuore del problema: \u00abLa minaccia fondamentale, dal punto di vista individualistico, \u00e8 la teoria della volont\u00e0 generale\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Per Morley, come per altri scrittori di quegli anni, la promozione del benessere individuale era la base del benessere generale, \u00abma la teoria della volont\u00e0 generale era completamente rigettata e ripudiata, non solo con l\u2019istituzione di un governo con i poteri esecutivo, legislativo e giudiziario ben bilanciati tra di loro, come sosteneva Montesquieu, ma anche con l\u2019attribuzione di poteri ben delimitati ed elencati da affidare al governo centrale in quanto tale\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00c8 questo il tema centrale dell\u2019opera pi\u00f9 importante di Morley, <em>Freedom and Federalism<\/em> (1959), in cui l\u2019autore parte dalla considerazione delle radici cristiane della nazione americana per poi esaminare i principi-cardine dell\u2019ordine americano, tutti fondati su una struttura politica bilanciata, \u00ab[&#8230;] volta a proteggere le minoranze contro la maggioranza, fino all\u2019estrema minoranza, quella costituita da un solo uomo, l\u2019individuo\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L\u2019insieme degli individui in quanto tali d\u00e0 vita al governo, locale e nazionale, attribuendo ad esso ben precisi e delimitati compiti: \u00abGli uomini che scrissero la Costituzione erano pienamente consapevoli che in questo tentativo di conciliare Ordine e Libert\u00e0 essi stavano manovrando tra Scilla e Cariddi\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Morley si muoveva tra il pensiero di Kirk e l\u2019individualismo <em>libertarian<\/em>, ma comunque contro il trionfo dello &#8220;Stato onnipotente&#8221; fondato sulla cosiddetta volont\u00e0 generale, il concetto roussoviano che trov\u00f2 la sua massima realizzazione teorica in Marx; ecco perch\u00e9 Morley sosteneva che gli Stati Uniti non fossero una democrazia politica nel senso statalista inteso dalla nozione di &#8220;volont\u00e0 generale&#8221; di Rousseau:\u00a0\u00abL\u2019essenza della Costituzione \u00e8, naturalmente, il sistema federale che vi \u00e8 incardinato. Ogni provvedimento di legge \u00e8 basato sul concetto di questi Stati Uniti. Essi non possono fondersi in un singolo Stato finch\u00e9 vige la Costituzione. E cos\u00ec, per tutti coloro che rispettano la Costituzione, i Diritti degli Stati sono un dato fondamentale, mentre la democrazia politica non lo \u00e8 affatto\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Promesse per il futuro<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Con la vittoria di Ronald Reagan nelle elezioni presidenziali del 1980 il movimento conservatore americano giungeva al suo primo grande successo politico dopo pi\u00f9 di trent\u2019anni di impegno e di lotta.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In Reagan gli elettori conservatori videro finalmente l\u2019incarnazione delle loro aspirazioni e dei loro programmi, anche se \u00e8 difficile dire se \u00abessi sapessero o meno che le idee politiche di Reagan avevano le loro radici nell\u2019ideologia degli anni \u201940 e \u201950 [&#8230;]\u00bb1. Che essi ne fossero o meno consapevoli, \u00e8 una questione di non grande rilevanza: il trionfo di Reagan riportava il conservatorismo americano sugli scudi, dopo anni di dure battaglie per emergere sulla scena politica, vincere l\u2019apatia degli elettori e sconfiggere l\u2019arroganza <em>liberal<\/em>. [&#8230;]<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Al di l\u00e0 delle divisioni filosofiche che sono state messe in rilievo in questo lavoro, \u00e8 indiscutibile che il collante che un\u00ec nei decenni del dopoguerra le varie anime del conservatorismo americano fu l\u2019anti-statalismo. [&#8230;] Per quanto il Partito Repubblicano, ai tempi di Eisenhower, non rappresentasse compiutamente le idee conservatrici (anzi Eisenhower prosegu\u00ec in buona parte le politiche del <em>Welfare<\/em> <em>State<\/em>), i conservatori americani non avevano che nel <em>Grand Old Party<\/em> il loro punto di riferimento politico-elettorale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il <em>turning point <\/em>fu la candidatura di Barry Goldwater alle elezioni presidenziali del 1964. Nonostante la secca sconfitta, si verific\u00f2 un caso abbastanza raro nella storia dei partiti politici dell\u2019Occidente: innervato da una forte militanza conservatrice, il Partito Repubblicano inizi\u00f2 una formidabile rimonta che port\u00f2 prima all\u2019elezione di Nixon e poi, soprattutto, a quella di Reagan nel 1980. E, se Nixon non rappresent\u00f2 le istanze conservatrici se non in minima misura, Reagan, al contrario, fu l\u2019uomo vincente dei conservatori. [&#8230;]<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Quando il Cremlino mostr\u00f2 il suo vero volto, il &#8220;progressismo&#8221; comunista apparve ai <em>liberals<\/em> ed all\u2019opinione pubblica americana come un inganno. E lo statalismo comunista si pales\u00f2 per ci\u00f2 che era sempre stato, lo &#8220;Stato onnipotente&#8221;, totalitario, esattamente ci\u00f2 che i conservatori avevano sempre sostenuto. Cos\u00ec, lo statalismo <em>liberal<\/em> non fu pi\u00f9 una coperta ideologica sufficiente per giustificare lo statalismo &#8220;progressista&#8221; sovietico.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Fu questo il punto di partenza della rimonta conservatrice. La vittoria schiacciante di Eisenhower e il declino del Partito Democratico ebbero un effetto tonificante per il movimento conservatore: la ripresa fu lenta e, in taluni momenti, contraddittoria, ma efficace nel lungo periodo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L\u2019elezione di George W. Bush conferma, per ora, questa tendenza.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Tratto dal sito de Il Domenicale\u00a0www.ildomenicale.it\/ (3 aprile 2004) di Antonio Donno Antonio Donno, dell\u2019Universit\u00e0 di Lecce, pubblica per i tipi della fiorentina Le lettere il primo studio italiano sulle origini della Destra nordamericana contemporanea, In nome della libert\u00e0. Conservatorismo e guerra fredda. 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