{"id":834,"date":"2005-06-30T17:30:52","date_gmt":"2005-06-30T15:30:52","guid":{"rendered":""},"modified":"2016-02-04T17:07:47","modified_gmt":"2016-02-04T16:07:47","slug":"quale-solidariet-con-i-popoli-africani","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/quale-solidariet-con-i-popoli-africani\/","title":{"rendered":"Quale solidariet&agrave; con i popoli africani ?"},"content":{"rendered":"<div style=\"text-align: center;\"><a href=\"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/wp-content\/uploads\/2005\/06\/mission_Africa.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignright wp-image-30333\" src=\"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/wp-content\/uploads\/2005\/06\/mission_Africa.jpg\" alt=\"mission_Africa\" width=\"250\" height=\"168\" \/><\/a>Da<strong> &#8220;La Rivista del Clero Italiano&#8221;, <\/strong>febbraio 2001<\/div>\n<p style=\"text-align: center;\">[per gentile concessione dell\u2019editrice Vita e Pensiero e dell\u2019Universit\u00e0 Cattolica]<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>Le tragedie dell\u2019Africa nera sono conosciute: guerre, colpi di stato, decadenza economica, carestie, servizi pubblici a volte quasi inesistenti&#8230; Molti si chiedono, governi ed enti internazionali, ma anche associazioni e privati cittadini: cosa fare per aiutare i popoli africani? Risposta difficile perch\u00e8 i problemi sono complessi e non esiste una risposta univoca.<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: center;\">di <strong>Piero Gheddo<\/strong><\/p>\n<p><!--more--><\/p>\n<div style=\"text-align: justify;\" align=\"justify\"><strong><strong>L\u2019Africa nera al limite della sopravvivenza<\/strong><\/strong><\/div>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il 22 ottobre 1992 si \u00e8 celebrata al Palazzo dell\u2019ONU la Giornata per l\u2019Africa, che ha proposto alcuni dati che fanno riflettere: dal 1980 al 1990 il prodotto nazionale lordo dell\u2019Africa nera \u00e8 diminuito da 225 a 190 miliardi di dollari, ma intanto gli africani sono aumentati del 25%; la produzione di cibo nel 1990 \u00e8 stata inferiore del 15% rispetto al 1970, ma nel frattempo la popolazione \u00e8 aumentata del 50% (2,5% l\u2019anno): l\u2019importazione di cibo, donato o acquistato, \u00e8 oggi la maggior preoccupazione di molti governi africani.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">I 450 milioni di persone che vivono sotto il Sahara (sempre escluso il Sud Africa) hanno complessivamente un reddito globale inferiore a quello della Svizzera, che per\u00f2 ha 8 milioni di abitanti. Nel 1980 l\u2019Africa partecipava al commercio mondiale per il 3%, ma solo per l\u20191,3% nel 1990; il debito estero africano \u00e8 passato dagli 8 miliardi di dollari del 1970 ai 221 nel 1990 (e ai pi\u00f9 di 600 nel 1999). All\u2019inizio degli anni novanta il quotidiano francese Le Monde scriveva: &#8220;L\u2019Africa potrebbe scomparire negli oceani e il mondo quasi non se ne accorgerebbe&#8221;.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>&#8220;Afro-pessimismo&#8221; o semplice realismo?<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La tragedia dell\u2019Africa oggi non \u00e8 di essere sfruttata, ma marginalizzata, lasciata andare alla deriva. Dopo il crollo del comunismo, i paesi ricchi, le loro aziende e i loro capitali si sono orientati verso l\u2019Europa dell\u2019Est, l\u2019Asia orientale (la Cina), il Medio Oriente. I missionari della Consolata in Tanzania mi dicevano pochi anni fa che gli occidentali stanno abbandonando il paese, dove tutto il possibile \u00e8 acquistato con i soldi dei paesi arabi del petrolio, che non investono in opere produttive, ma usano l\u2019economia come strumento per la diffusione dell\u2019Islam.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nel maggio 1995, il ministro degli esteri del Burkina Faso lamentava a Parigi che dal 1885 gli investimenti e gli aiuti internazionali ricevuti dal suo paese sono quasi dimezzati: &#8220;Gli sforzi che abbiamo fatto per uscire dal sottosviluppo e inserirci nell\u2019economia moderna vengono mortificati e quasi ridotti a zero. L\u2019Europa ci ricaccia indietro all\u2019economia del baratto&#8221;.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00c8 triste ricordare questi fatti. Di fronte ai quali mi pare diversivo e illusorio dire: &#8220;\u00c8 colpa della Francia, \u00e8 colpa dell\u2019America, \u00e8 colpa delle multinazionali&#8230;&#8221;. Il fatto concreto di cui prendere coscienza \u00e8 che buona parte dell\u2019Africa non \u00e8 incamminata verso lo sviluppo, anzi regredisce. Lo dicono i dati dell\u2019Onu e le persone che vivono sul posto.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Se passate a distanza di 10-20 anni dallo stesso paese (l\u2019ho sperimentato in Tanzania, Mozambico, Zimbabwe, Guinea Bissau, Congo, Ruanda, Burundi, Etiopia, Eritrea, Somalia, Uganda, ecc.) e chiedete se il paese va avanti o indietro (come economia, stabilit\u00e0 politica, scuole, sanit\u00e0, strade, servizi pubblici, ecc.) \u00e8 difficile trovare chi affermi che progredisce!<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Questi dati di fatto qualcuno li etichetta come &#8220;afro-pessimismo&#8221;! Se vogliamo essere davvero fratelli dei popoli africani, bisogna guardare in faccia alla realt\u00e0 per non illuderci e illudere. Altri dicono: non vendiamo pi\u00f9 armi! D\u2019accordo, ma questo non risolve nulla: le armi di base ormai le producono tutti e le vendono Cina, India, Brasile, Pakistan, Iran, il Sud Africa di Nelson Mandela, che rifornisce di armi tutte le fazioni africane in lotta.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il genocidio in Ruanda \u00e8 stato compiuto con i bastoni e il fuoco. Altri ancora tirano fuori i discorsi sui &#8220;valori africani&#8221;: la solidariet\u00e0 di villaggio, la capacit\u00e0 di condividere il poco che c\u2019\u00e8, l\u2019intelligenza e l\u2019umanit\u00e0 degli africani&#8230; Ma qui non si parla dei \u2018valori\u2019, ma del come funzionano lo stato e i servizi pubblici, se c\u2019\u00e8 pace e crescita economica.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In una situazione di pace, gli africani hanno immense capacit\u00e0 e possibilit\u00e0 di sviluppo: ma in paesi in guerra, dove lo stato non esiste o non funziona, la situazione \u00e8 tragica. L\u2019Angola \u00e8 in guerra dal 1975, anno dell\u2019indipendenza. &#8220;La guerra ha fatto almeno 500.000 morti, 4 milioni di profughi, 100.000 mutilati su 12 milioni di angolani. Grande produttore di cereali, cotone, zucchero e caff\u00e8 prima dell\u2019indipendenza, oggi il paese non pu\u00f2 nutrire i suoi abitanti, un terzo dei quali dipendono totalmente dall\u2019aiuto internazionale. L\u2019agricoltura e l\u2019industria sono paralizzate da 40 anni di guerra: 1961-1975 guerra per l\u2019indipendenza, 1975-2000 guerra civile&#8230;&#8221; (1).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Non \u00e8 che in Africa manchino segni positivi: l\u2019affermarsi di sistemi democratici, la scomparsa dell\u2019apartheid e delle dittature socialiste (o comuniste), la crescita della coscienza dei diritti dell\u2019uomo, la nascita di gruppi e associazioni, sindacati e cooperative, stampa libera, ecc. La tragedia \u00e8 che non aumenta la produttivit\u00e0 di cibo e non diminuisce il pericolo di guerre e colpi di stato.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Si prenda la Costa d\u2019Avorio, fino a qualche anno fa citata come esemplare e in crescita. Dopo la morte di Houphouet-Boigny, il \u2018padre della patria\u2019 (1993), il paese \u00e8 finito in mano ai militari: gli stranieri fuggono, le ditte e gli investimenti si dirigono altrove, gli africani che possono se ne vanno&#8230; Cos\u00ec anche in Guinea Bissau: il contrasto fra presidente e capo delle forze armate ha portato alla guerra civile (giugno 1998 &#8211; maggio 1999), che ha distrutto quel poco di moderno che c\u2019era.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Si potrebbe dire: &#8220;diamo tempo al tempo&#8221;, lasciamo che gli africani trovino da soli la loro via. Il fatto \u00e8 che fra dieci anni la popolazione africana sar\u00e0 aumentata di circa 160-180 milioni e non ci sono segni forti di una ripresa della stabilit\u00e0 politica, degli investimenti e della produttivit\u00e0, soprattutto in campo agricolo. Dobbiamo accontentarci di mandare aiuti (che non si sa dove vanno a finire) e protestare contro la globalizzazione, le multinazionali, l\u2019imperialismo americano, ecc.? Protestiamo pure, ma poi dobbiamo assistere impotenti alla deriva di un continente o si pu\u00f2 fare qualcosa?<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>L\u2019India esporta cibo, l\u2019Africa ne importa<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La maggioranza dei paesi africani importano dal 30 al 40% del cibo che consumano, mentre negli anni sessanta ne esportavano. E non si venga a dire che questo \u00e8 a causa delle monoculture da esportazione. Ormai l\u2019Africa esporta ben poco in campo agricolo. La causa radicale \u00e8 la politica sbagliata seguita dopo l\u2019indipendenza: privilegiare le citt\u00e0 invece delle campagne, le forze armate invece dell\u2019educazione del popolo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Poco dopo l\u2019anno dell\u2019indipendenza africana (1960) Ren\u00e9 Dumont, agronomo francese a servizio di vari governi africani, profetizzava: &#8220;I governi a sud del Sahara stanno sbagliando tutto: l\u2019agricoltura \u00e8 all\u2019ultimo posto nelle loro preoccupazioni, mentre dovrebbe essere al primo. Oggi producono cibo a sufficienza e ne esportano, ma continuando a privilegiare le citt\u00e0 rispetto alle campagne ben presto non potranno pi\u00f9 nutrire i loro popoli&#8221; (2).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il popolo rurale africano \u00e8 rimasto troppo indietro, non ha avuto educazione n\u00e9 assistenza da parte dello stato. Nell\u2019agricoltura tradizionale africana si ignora la ruota, la carriola, il carro agricolo, l\u2019uso dei fertilizzanti animali, la rotazione delle colture, la produzione di verdure, l\u2019allevamento di animali da cortile, la trazione animale (le donne portano tutto sulla testa), la possibilit\u00e0 di riparare una pompa per l\u2019acqua: durante la siccit\u00e0 nel Sahel, i due terzi delle pompe nei villaggi erano ferme perch\u00e8 nessuno sapeva come ripararle o mancavano i pezzi di ricambio.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Le vacche producono 1-2 litri di latte al giorno (invece dei 20-25 in Italia), nei terreni risicoli si raccolgono 4-5 quintali di riso all\u2019ettaro (invece dei 70-75 di Vercelli). Le industrie impiantate dall\u2019Occidente producono meno del 50% o sono ferme: a Bissau, anche prima della guerra, le 15 industrie erano assolutamente ferme, arrugginite, saccheggiate dalla gente; la grandiosa riseria costruita dall\u2019Italia, capace di produrre, se ricordo bene, 1.000 o 2.000 tonn. di riso al giorno, non ha mai funzionato: dico, mai funzionato!<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L\u2019economista tedesco Johannes Augel, che ha studiato per alcuni anni la Guinea Bissau, scrive: &#8220;Il problema di fondo dell\u2019economia nazionale sta nel fatto che il paese produce pochissimo, quasi nulla, al di fuori dell\u2019economia di sussistenza che permette al popolo di sopravvivere: deve importare quasi tutto quello che consuma, anche quei prodotti per i quali esistono in Guinea le migliori condizioni per raggiungere l\u2019autosufficienza, a esempio il riso&#8221;. (3)<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L\u2019India, nell\u2019anno dell\u2019indipendenza (1947), con circa 340 milioni di abitanti, importava 2.900.000 tonnellate di cereali; 50 anni dopo, nel 1999, ha superato il miliardo di abitanti, non importa pi\u00f9 cereali ma ne esporta in Medio Oriente, in Africa e persino in Russia. I governanti indiani hanno promosso la democrazia, l\u2019educazione e l\u2019assistenza alla gente dei campi: i risultati sono evidenti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La produttivit\u00e0 agricola \u00e8 aumentata in media, dal 1950 al 1990, del 3,2% l\u2019anno, mentre la crescita demografica non \u00e8 mai stata superiore al 2,7% e oggi \u00e8 dell\u20191,7%. Altro esempio: l\u2019urbanesimo selvaggio, che assume proporzioni tragiche in Africa, in India quasi non esiste: il 75% del miliardo di indiani vive nelle zone rurali (o in cittadine sotto i 30.000 abitanti), perch\u00e8 il governo ha portato ovunque strade, elettricit\u00e0, scuole, assistenza sanitaria, mercati, credito agevolato per i contadini, democrazia, giustizia.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Al contrario, gli africani abitano per il 60% nelle citt\u00e0 e, con le immense risorse naturali di cui godono, importano cibo e muoiono di fame (l\u2019India \u00e8 estesa 430.509 kmq. meno di Sudan ed Etiopia assieme che hanno solo 80 milioni di abitanti!).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">E non si venga a dire che tutto questo \u00e8 colpa delle multinazionali e dell\u2019imperialismo americano!<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nel 1965 India e Pakistan soffrivano ancora di gravi carestie. Dopo la \u2018rivoluzione verde\u2019, hanno incominciato a esportare cereali. Dal 1965 al 1970 la produzione pakistana di grano \u00e8 aumentata da 4,6 a 8 milioni di tonnellate, quella indiana da 12,3 a 20 milioni (4). \u00c8 possibile in Africa simile rivoluzione agricola? No, poich\u00e9 mancano tutte le condizioni per l\u2019educazione del popolo all\u2019agricoltura moderna: pace, servizi civili funzionanti nelle campagne, stabilit\u00e0 politica, investimenti nell\u2019educazione, ecc. Fin che non si creeranno queste condizioni nelle campagne africane, la fame e il debito estero non potranno che aumentare e non per colpa dell\u2019imperialismo e della globalizzazione!<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Una tutela internazionale per l\u2019Africa?<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Come aiutare i fratelli africani? Negli anni novanta \u00e8 venuta alla ribalta una soluzione proposta da autorevoli commentatori: una \u2018tutela internazionale\u2019 per quei paesi in preda alla guerra, che non riescono ad assicurare ai loro popoli stabilit\u00e0, educazione del popolo, funzionamento dello stato e dei servizi civili. Dal 1960 al 1998 ci sono stati in Africa 72 guerre (20 delle quali ancor attive) e 112 colpi di stato.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L\u2019intervento umanitario si \u00e8 gi\u00e0 realizzato con i \u2018caschi blu\u2019 dell\u2019Onu, o con altre forze internazionali, in Somalia, Sierra Leone, Liberia, Congo, Guinea Bissau, Mozambico, nel conflitto fra Etiopia ed Eritrea&#8230; La proposta vuole assicurare stabilit\u00e0 e giustizia, per permettere ai popoli interessati di vivere una vita normale. Quando i militari di varie nazioni, sotto l\u2019egida dell\u2019ONU (operazione Restore Hope, restaurare la speranza), sono stati un anno e mezzo in Somalia (dicembre 1992 &#8211; aprile 1994), hanno portato la pace e avviato le scuole, i commerci, la coltivazione dei campi, addirittura il campionato nazionale di calcio!<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Sono stato due volte in Somalia, nel 1978 e 1994 (quest\u2019ultima volta con i militari italiani): le distruzioni della guerra civile erano spaventose (peggio di tutto \u00e8 il saccheggio!), ma in un anno di pace il paese si stava riprendendo, i somali all\u2019estero stavano ritornando. Se l\u2019intervento straniero fosse durato dieci, vent\u2019anni, ci sarebbe stata qualche possibilit\u00e0 di ridare al popolo un paese vivibile. Invece, appena partite le forze dell\u2019Onu, la guerra \u00e8 ricominciata e oggi non esiste pi\u00f9 uno stato somalo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In tali situazioni, i discorsi sui \u2018valori\u2019 africani e sul diritto all\u2019indipendenza (che nessuno nega) non hanno senso. Non si pu\u00f2 permettere che le guerre e il caos distruggano i popoli e l\u2019immagine dell\u2019Africa: bisogna adottare soluzioni concrete! La proposta della \u2018tutela internazionale\u2019 \u00e8 per\u00f2 difficilmente realizzabile: quali sono quei paesi ricchi che si impegnerebbero ad assicurare la pace per dieci, vent\u2019anni, con proprie forze armate e personale civile che aiuti i locali a organizzare e mantenere i servizi pubblici e lo stato funzionante?<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il disastro dell\u2019ideologia \u2018tutto e subito\u2019, che negli anni sessanta ha preteso l\u2019indipendenza immediata dei popoli africani in grandissima parte ancora analfabeti, oggi viene al pettine della storia. Due le colpe dell\u2019Europa nei confronti dell\u2019Africa: un colonialismo di rapina, poco preoccupato di educare i popoli africani e tirarli fuori dalla preistoria (\u00e8 anche vero che la colonizzazione ha introdotto l\u2019Africa nel mondo moderno, portando scuola, strade, sanit\u00e0, il concetto di diritti dell\u2019uomo e della donna, ecc.); e poi la concessione dell\u2019indipendenza immediata quando quei popoli non erano preparati a governarsi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il Congo Belga \u00e8 diventato indipendente nel 1960 con soli 14 laureati, in un territorio esteso sette volte l\u2019Italia e con 15 milioni di abitanti! L\u2019Africa rappresenta oggi la massima sfida per l\u2019Europa: non possiamo procedere nella ricerca dell\u2019Europa unita, con a fianco un continente senza pace e tormentato da fame e dittature, verso il quale abbiamo gravissime responsabilit\u00e0 storiche e attuali.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Anche l\u2019Africa ha bisogno di Ges\u00f9 Cristo<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">C\u2019\u00e8 ancora un discorso da fare, che spesso viene ignorato o sottinteso dalla stessa stampa e animazione missionaria. Diceva Madre Teresa, &#8220;la prima povert\u00e0 dei popoli \u00e8 di non conoscere Cristo&#8221;: perch\u00e8, quando noi cristiani parliamo di quel che si pu\u00f2 fare per aiutare i fratelli africani, Ges\u00f9 Cristo e la missione della Chiesa a volte non sono nemmeno nominati?<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Lo sviluppo dell\u2019uomo viene da Dio<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Prendiamo la campagna Chiama l\u2019Africa lanciata negli ultimi anni da istituti e riviste missionarie, centri missionari diocesani, organismi di volontariato cattolico, ecc. Ottima idea rilanciare il tema Africa e aiuti all\u2019Africa. Ma l\u2019impostazione \u00e8 parziale, crea confusione nell\u2019opinione pubblica (5). Ho raccolto opuscoli e articoli, testi di conferenze e temi di convegni della campagna sull\u2019Africa: si parla solo e sempre di problemi economici, rapporti commerciali, prezzi delle materie prime, debito estero, multinazionali, vendita di armi all\u2019Africa.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La missione della Chiesa \u00e8 del tutto ignorata. Anche l\u2019Africa ha bisogno di Cristo! I 7.000 missionari e missionarie italiani in Africa si limitano a scavare pozzi e curare i lebbrosi? No, annunziano con la parola e la testimonianza di vita che la salvezza viene da Cristo, il Messia atteso anche dagli africani. A forza di tacere quello in cui crediamo, presentiamo la missione come una specie di Croce Rossa di pronto intervento dove ci sono piaghe da sanare, profughi da assistere, affamati da nutrire.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Giovanni Paolo II scrive nella Redemptoris Missio (n. 11): &#8220;La tentazione oggi \u00e8 di ridurre il cristianesimo a una sapienza meramente umana, quasi scienza del buon vivere. In un mondo fortemente secolarizzato \u00e8 avvenuta una graduale secolarizzazione della salvezza, per cui ci si batte s\u00ed per l\u2019uomo, ma per un uomo dimezzato, ridotto alla sola dimensione orizzontale. Noi invece sappiamo che Ges\u00f9 \u00e8 venuto a portare la salvezza integrale, che investe tutto l\u2019uomo e tutti gli uomini&#8230;&#8221;.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L\u2019Africa ha bisogno di una \u2018rivoluzione culturale\u2019. Le culture africane, pur apprezzabili per i loro valori, non portano in s\u00e9 i germi dello sviluppo, hanno troppi elementi incompatibili con i diritti dell\u2019uomo e della donna. Enrico Bartolucci, per lunghi anni direttore di Nigrizia (poi vescovo in Ecuador), scriveva: &#8220;Gli africani, prima che venissero tratti fuori dal loro isolamento, non cercavano il progresso, ma l\u2019equilibrio, il mantenimento dello status quo. Non si preoccupavano di progredire, ma di non cambiare.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Non si trattava di dominare la natura, ma di adattarvisi. Voler trasformare la natura all\u2019africano sembra un atto di arroganza contro le forze misteriose che dominano la natura stessa&#8221; (6). Si legga l\u2019ultima biografia del beato Daniele Comboni e le relazioni sull\u2019Africa dei suoi tempi (7), per capire l\u2019estremo degrado umano del continente prima dell\u2019incontro-scontro con la colonizzazione europea: il mito \u2018terzomondista\u2019 di un\u2019Africa felice prima del colonialismo \u00e8 radicalmente contro la realt\u00e0 dei fatti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Alioune Diop, direttore di Pr\u00e9sence africaine, scriveva nel 1951: &#8220;Le nozioni di progresso, di rivoluzione, di cambiamento sono specifiche del genio europeo. N\u00e9 la Cina n\u00e9 il mondo nero riescono a giustificare razionalmente i cambiamenti&#8221; (8). Axelle Kabou, camerunese, ha scritto: &#8220;Noi africani diamo la colpa ai bianchi perch\u00e9 non vogliamo guardare e correggere le nostre colpe; non ci sviluppiamo non per colpa dei bianchi, ma perch\u00e9 nella nostra cultura non accettiamo il principio dello sviluppo, del cambiamento&#8221; (9).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il contributo pi\u00f9 importante che la Chiesa offre ai popoli africani \u00e8 l\u2019annunzio del Vangelo. Giovanni Paolo II scrive nella Redemptoris Missio (n. 58-59): &#8220;La Chiesa non ha soluzioni tecniche da offrire al sottosviluppo in quanto tale, ma d\u00e0 il suo primo contributo alla soluzione dell\u2019urgente problema dello sviluppo, quando proclama la verit\u00e0 su Cristo, su se stessa, sull\u2019uomo, applicandola a una situazione concreta.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Lo sviluppo di un popolo non deriva primariamente n\u00e9 dal denaro, n\u00e9 dagli aiuti materiali, n\u00e9 dalle strutture tecniche, bens\u00ec dalla formazione delle coscienze, dalla maturazione delle mentalit\u00e0 e dei costumi. \u00c8 l\u2019uomo il protagonista dello sviluppo, non il denaro o la tecnica&#8221;.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Bellissimo! Non si pu\u00f2 impostare tutto il discorso sullo sviluppo in Africa centrandolo solo sui temi economico-tecnici! Continua la Redemptoris Missio (n. 58): &#8220;La Chiesa educa le coscienze, rivelando ai popoli quel Dio che cercano ma non conoscono, la grandezza dell\u2019uomo creato a immagine di Dio e da lui amato, l\u2019eguaglianza di tutti gli uomini come figli di Dio, il dominio sulla natura creata e posta al servizio dell\u2019uomo&#8230;&#8221; (10).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>I missionari applauditi ma non imitati<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L\u2019unica via per lo sviluppo dell\u2019Africa \u00e8 l\u2019educazione: una via lunga, ma non ci sono scorciatoie, non si passa dalla preistoria al mondo moderno in pochi decenni! Ad un dibattito svoltosi a Roma nel gennaio 2000, per la presentazione del fascicolo della rivista Limes dedicato a L\u2019Impero del Papa, il ministro Giuliano Amato ha detto: &#8220;L\u2019Africa \u00e8 stata abbandonata da tutti, da Usa e da Urss. Fra le leve utili per sovvertire la deriva del continente africano c\u2019\u00e8 quella di entrare a far parte dell\u2019impero del Papa, che pu\u00f2 fornire uno dei pochi tessuti su cui ricostruire pace e speranza, ma anche i rapporti col mondo&#8221; (11).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Naturalmente la Chiesa non ha alcuna intenzione di assumersi le responsabilit\u00e0 che spettano agli stati. Ma questo dimostra quanto &#8220;oggi i missionari sono riconosciuti anche come promotori di sviluppo da governi ed esperti internazionali, i quali restano ammirati del fatto che si ottengano notevoli risultati con scarsi mezzi&#8221; (RM n. 58). Il Vangelo \u00e8 una critica radicale all\u2019antropologia africana: i risultati che si ottengono nello sviluppo di un popolo sono dovuti proprio alla purificazione evangelica delle culture tradizionali.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il dramma \u00e8 che i missionari sono applauditi, ma poco aiutati e soprattutto non imitati nel loro approccio fraterno e disinteressato agli africani. Se, accanto ai missionari per vocazione, ci fossero non 300 volontari laici come oggi, ma 50.000 giovani di grandi ideali e disposti a sacrificarsi per qualche anno, naturalmente sostenuti dal proprio paese, forse l\u2019Africa non sarebbe cos\u00ec lontana da noi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>&#8220;L\u2019attenzione alla persona \u00e8 alla base di ogni progresso&#8221;<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Perch\u00e9 la Chiesa \u00e8 fattore di sviluppo in Africa, soprattutto col messaggio del Vangelo? Un esempio concreto: in Guinea-Bissau, nel 1952 i missionari del Pime (Pontificio Istituto Missioni Estere) sono stati i primi a vivere e lavorare tra i Felupe, non toccati dalla colonizzazione e ancora viventi secondo le loro tradizioni e sotto i capi locali.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Padre Giuseppe Fumagalli, sul posto dal 1968, afferma (12) che in passato fra i villaggi c\u2019era un perenne stato di inimicizia e di guerra. Si combattevano con frecce, coltellacci e bastoni, imboscate nelle campagne, incendio di raccolti. Si viveva nel terrore di assalti notturni. In un\u2019inchiesta fatta nel 1996, \u00e8 risultato che il cristianesimo ha fatto superare le antiche inimicizie tra i villaggi e le famiglie.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Una donna anziana dice che quando lei era bambina, i suoi genitori non la portavano mai nel villaggio vicino, perch\u00e9 era considerato nemico. &#8220;Oggi \u2018 dice \u2018 i bambini giocano assieme e questo \u00e8 grazie a Ges\u00f9&#8221;.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Tra i Felupe i missionari sperimentano che i cristiani, a parit\u00e0 di condizioni, si sviluppano pi\u00f9 rapidamente degli altri. La spiegazione la fornisce ancora padre Fumagalli: &#8220;Le condizioni di vita dei Felupe sono sempre state di pura sopravvivenza. Coltivano quasi solo riso e manioca; producono anche un po\u2019 di fagioli, ma solo per alcuni riti. Noi insistiamo perch\u00e9 facciano degli orti e altre colture, ma \u00e8 difficile convincerli, perch\u00e9 non si va facilmente contro la tradizione, che non aiuta lo sviluppo&#8221;.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">&#8220;Per ogni momento della vita dei campi c\u2019\u00e8 una serie di riti, che a volte frenano il progresso agricolo. Noi abbiamo alcune macchine agricole che usiamo solo per i campi della missione, perch\u00e9 anche per i cristiani \u00e8 difficile andare contro le usanze, per paura di vendette e ritorsioni. Se si fa qualcosa cosa contro la tradizione, c\u2019\u00e8 sempre la paura di offendere gli spiriti. Certe colture nuove sono rifiutate per questo motivo. \u00c8 l\u2019elemento culturale che blocca o favorisce lo sviluppo. Nel mondo pagano c\u2019\u00e8 paura di qualsiasi novit\u00e0&#8221;.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">&#8220;Leggendo la Sollicitudo rei socialis (1987) \u2018 continua padre Fumagalli \u2018 mi ha colpito una frase di cui sperimento la verit\u00e0: &#8220;Quando la Chiesa adempie la sua missione di evangelizzare, essa d\u00e0 il suo primo contributo alla soluzione dell\u2019urgente problema dello sviluppo&#8221; (n. 41). Ogni giorno tocco con mano che quando i Felupe diventano cristiani migliorano la loro vita, sia personale che familiare e di villaggio&#8230; (perch\u00e9) progrediscono anzitutto nell\u2019attenzione alla persona: questo \u00e8 alla base di ogni progresso&#8221;.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">&#8220;Vivendo in Europa, in ambiente di cultura cristiana (anche se siamo tutt\u2019altro che buoni cristiani!), \u00e8 difficile rendersi conto di cosa vuol dire una mentalit\u00e0 e una cultura pagana. Il cristianesimo d\u00e0 sicurezza, serenit\u00e0 di spirito, perch\u00e9 il cristiano sa che Dio \u00e8 Padre e ci vuol bene. Per svilupparsi, l\u2019uomo ha bisogno di sentirsi amato, protetto, perdonato da Dio: il Felupe non conosce Dio, vive nel terrore delle forze misteriose che ci circondano, di cui ignora la natura e le intenzioni&#8221; (13).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Note<\/strong><\/p>\n<p>(1) &#8220;Jeune Afrique&#8221;, 5-11 dicembre 2000, p. 54.<\/p>\n<div>\n<div align=\"justify\">\n<div>(2) R. Dumont, L\u2019Afrique noire est mal partie, Seuil, Parigi 1964.<\/div>\n<div>(3) J. Augel, Transi\u00e7ao democr\u00e1tica na Guin\u00e9 Bissau, Bissau 1996, pp. 43-44.<\/div>\n<div>(4) N. Borlaugh (Premio Nobel per la Pace 1970), We need Biotech to Feed the World, in &#8220;The Wall Street Journal Europe&#8221;, 7 dicembre 2000, p. 8.<\/div>\n<div>(5) Nella campagna ecclesiale per il \u2018debito estero\u2019, la Commissione della Cei ha trattato gli aspetti finanziari del debito: non ha spiegato che, anche perdonato tutto il debito, se non cambia nulla nei paesi interessati, fra cinque anni saranno indebitati pi\u00f9 di oggi; non ha detto che il contributo maggiore della Chiesa italiana allo sviluppo dell\u2019Africa sono i 7.000 missionari, missionarie e volontari cattolici che donano la vita per portare agli africani il messaggio di Ges\u00f9. Questa verit\u00e0 si d\u00e0 per sottintesa, ma a forza di non ricordarla mai, finisce che nemmeno pi\u00f9 ce ne ricordiamo. La Campagna chiedeva soldi, ma perch\u00e9 non si chiedono giovani e ragazze cattolici che diano la vita come missionari di Cristo per gli africani?<\/div>\n<div>(6) &#8220;Nigrizia&#8221;, ottobre 1969, p. 12.<\/div>\n<div>(7) G. Romanato, Daniele Comboni, Rusconi, Milano 1998, p. 367.<\/div>\n<div>(8) Studiosi giapponesi e indiani incominciano ad interrogarsi: perch\u00e9 tutto quello che \u00e8 moderno (valore della persona umana, uguaglianza di tutti gli uomini, diritti dell\u2019uomo e della donna, democrazia, giustizia sociale, scoperte scientifiche, progresso economico, ecc.) ci \u00e8 venuto dall\u2019Occidente cristiano? Perch\u00e9 prima dell\u2019incontro con gli occidentali i nostri paesi di antica civilt\u00e0 erano statici, volti al passato e non al futuro?<\/div>\n<div>(9) A. Kabou, Et si l\u2019Afrique r\u00e9fusait le d\u00e9veloppement?, L\u2019Harmattan, Paris 1991.<\/div>\n<div>(10) Paolo VI sviluppa questo pensiero nella Populorum Progressio, dove parla della &#8220;visione cristiana dello sviluppo&#8221; (nn. 12-21, 39-42, 74-75, 81-82). Stranamente, della PP si citano i testi sui temi economici e politici, quasi mai quelli che parlano dello &#8220;sviluppo integrale&#8221; e spiegano l\u2019influsso positivo del Vangelo nel cammino dei popoli.<\/div>\n<div>(11) SIR (agenzia della CEI), 2 febbraio 2000.<\/div>\n<div>(12) Nel volume di P. Gheddo, Missione Bissau, I 50 anni del PIME in Guinea-Bissau (1947-1997), EMI, Bologna 1997, p. 460.<\/div>\n<div>(13) La testimonianza di padre Fumagalli \u00e8 alle pp. 300-304 del volume citato.<\/div>\n<\/div>\n<\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Da &#8220;La Rivista del Clero Italiano&#8221;, febbraio 2001 [per gentile concessione dell\u2019editrice Vita e Pensiero e dell\u2019Universit\u00e0 Cattolica] Le tragedie dell\u2019Africa nera sono conosciute: guerre, colpi di stato, decadenza economica, carestie, servizi pubblici a volte quasi inesistenti&#8230; Molti si chiedono, governi ed enti internazionali, ma anche associazioni e privati cittadini: cosa fare per aiutare i &hellip; <\/p>\n<p><a class=\"more-link btn\" href=\"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/quale-solidariet-con-i-popoli-africani\/\">Continua a leggere<\/a><\/p>\n","protected":false},"author":6,"featured_media":30333,"comment_status":"closed","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[39,108],"tags":[2393,562],"class_list":["post-834","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-africa","category-paesi-e-continenti","tag-africa","tag-missioni","item-wrap"],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v27.5 - https:\/\/yoast.com\/product\/yoast-seo-wordpress\/ -->\n<title>Quale solidariet&agrave; con i popoli africani ? 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